Prefabbricazione in calcestruzzo e aggregati di riciclo: sostenibilità, prestazioni e valore dell’opera nel ciclo di vita
Per ASSOBETON il riciclo è una leva di innovazione industriale e ambientale che deve essere guidata da valutazioni LCA e non da logiche puramente prescrittive. La prefabbricazione offre il contesto ideale per integrare aggregati di riciclo grazie a processi controllati, ma resta frenata da vincoli normativi e dalla carenza di materie prime seconde qualificate.
L’economia circolare rappresenta una delle principali sfide per il settore della prefabbricazione in calcestruzzo, chiamato a coniugare sostenibilità, sicurezza e prestazioni. Secondo Enrico Dassori, Presidente di ASSOBETON, il riciclo non può essere ridotto a una semplice percentuale di materiale recuperato, ma deve essere valutato attraverso un approccio scientifico basato sul ciclo di vita dell’opera. In questa intervista emerge il ruolo centrale della prefabbricazione come ambiente industriale controllato, capace di favorire l’innovazione e l’impiego di materiali riciclati, ma anche la necessità di superare ostacoli normativi e di filiera che oggi frenano la piena applicazione dei principi di circolarità nel comparto delle costruzioni.
Il riciclo come motore di innovazione nella prefabbricazione
Presidente Dassori, nella prefabbricazione in calcestruzzo come va letto oggi il tema del riciclo: semplice contenuto minimo di materiale recuperato o leva più ampia di innovazione industriale e ambientale?
Enrico Dassori:
Ridurre il tema del riciclo a una mera percentuale di contenuto minimo da spuntare su un elenco per adempiere a un obbligo sarebbe un grave errore e un'occasione persa. ASSOBETON rappresenta una galassia vastissima di prodotti – che vanno dai grandi elementi strutturali ai manufatti per l’arredo e il recupero urbano, dalle tubazioni ai componenti per l'edilizia civile – e per ciascuno di essi la sostenibilità assume una sfumatura diversa. Per noi è una leva di innovazione industriale e ambientale che ci spinge a ridisegnare i mix design, a ottimizzare i flussi interni e a investire in tecnologie avanzate su tutte le nostre linee merceologiche.
Tuttavia, bisogna essere pragmatici: questa leva deve fare i conti con il realismo tecnico, normativo e soprattutto scientifico. La vera circolarità non si misura in chili di materiale inserito a prescindere, ma attraverso la metodologia LCA (Life Cycle Assessment). Non sempre inserire la quota di riciclato rappresenta un vantaggio per l’ambiente: se per raggiungere le prestazioni richieste siamo costretti ad aumentare il dosaggio di cemento, o se dobbiamo far viaggiare l'aggregato riciclato per centinaia di chilometri, l’impatto ambientale complessivo del manufatto peggiora anziché migliorare. Inoltre, questa innovazione richiede che l'intera filiera industriale si muova in modo coordinato, mettendo a punto materiali e prodotti di contorno studiati ad hoc. Il riciclo va governato con la tecnica e la sinergia, non con approcci prescrittivi o ideologici.
Alte prestazioni e materiali riciclati: un binomio possibile?
Per anni è sembrato quasi un ossimoro parlare insieme di alte prestazioni e materiali di riciclo. Nella prefabbricazione questa contrapposizione è ancora presente oppure controllo industriale, ricerca e qualificazione dei materiali stanno cambiando la percezione del mercato?
Enrico Dassori:
Il controllo del processo industriale in stabilimento ha dimostrato che la variabilità tipica dei materiali di recupero può essere gestita con successo in molteplici applicazioni. Sistemi di dosaggio automatizzati e costanti verifiche di laboratorio permettono di integrare correttamente materiali alternativi nella matrice cementizia senza compromettere le prestazioni meccaniche e ambientali.
La percezione del mercato sta cambiando, ma la contrapposizione non è del tutto superata, proprio perché si scontra con limiti normativi e di mercato che diventano stringenti al crescere delle prestazioni richieste. Le NTC 2018 pongono un limite chiarissimo: per calcestruzzi con classe di resistenza superiore a C45/55 è ammesso esclusivamente l'uso di sottoprodotti interni allo stabilimento, azzerando di fatto la possibilità di usare aggregati riciclati da demolizione esterna.
Tuttavia, anche questa apparente via d’uscita si scontra con un paradosso industriale: i sottoprodotti derivano dagli scarti di produzione. Per disporne in volumi significativi, un'azienda dovrebbe produrre più scarti, ovvero produrre con minore efficienza. Ma l'efficienza, la precisione e l'ottimizzazione del processo sono i pilastri stessi della prefabbricazione: generare volutamente inefficienza per alimentare un circuito circolare è concettualmente contrario all'essenza dell'industrializzazione edilizia e della sostenibilità.
A questo si aggiunge la criticità reale di reperire sul mercato aggregati riciclati esterni conformi anche per le classi inferiori: le NTC richiedono che gli aggregati riciclati per uso strutturale derivino dal riciclo di almeno il 90% di solo calcestruzzo. Trovare sul mercato volumi industriali di materiale da demolizione selettiva che garantiscano questa purezza e, al contempo, soddisfino i requisiti della norma di prodotto EN 12620 è oggi estremamente difficile. La prefabbricazione di qualità non scende a compromessi: l'affidabilità e la sicurezza prevalgono su ogni contingenza.

Normative e sicurezza: i nodi da sciogliere per favorire il riciclo
ASSOBETON ha lavorato sull’impiego di sostanze riciclate, recuperate e sottoprodotti nei manufatti in calcestruzzo. Quali sono oggi i principali chiarimenti tecnici e normativi necessari per favorire applicazioni corrette e sicure?
Enrico Dassori:
Il nodo centrale non è tecnologico, ma normativo. Oggi il principale ostacolo è la mancanza di allineamento e stabilità del quadro legislativo. Abbiamo assoluto bisogno di una convergenza definitiva tra i decreti End of Waste (la cessazione della qualifica di rifiuto) e le norme tecniche e di prodotto che regolano il nostro settore.
Attualmente i produttori si muovono in un contesto di incertezza giuridica e tecnica, dove i diversi riferimenti normativi spesso non dialogano tra loro. Inoltre, l'attuale impianto dei decreti End of Waste introduce, nel tentativo di tutelare l'ambiente, requisiti analitici e protocolli di controllo sproporzionati rispetto alle effettive necessità tecniche del nostro materiale.
Questo disallineamento genera incertezze che rischiano di penalizzare le aziende virtuose anziché sostenerle. Chiediamo regole certe, stabili e interpretazioni omogenee a livello nazionale: solo così le imprese, indipendentemente dal manufatto prodotto, possono investire in sicurezza e garantire applicazioni corrette."
Qualità, tracciabilità e controllo della filiera dei materiali riciclati
La qualità dei materiali riciclati dipende molto dalla filiera: origine, selezione, trattamento, tracciabilità, costanza delle caratteristiche. Quali condizioni minime devono essere garantite perché questi materiali possano entrare nei manufatti prefabbricati?
Enrico Dassori:
Questo è il vero collo di bottiglia. Per entrare in un ciclo produttivo industriale e standardizzato come il nostro, un materiale riciclato non può essere un'incognita. Le condizioni minime non negoziabili sono la costanza delle caratteristiche chimico-fisiche, la tracciabilità totale e la regolarità delle forniture. A questo si aggiunge un doppio vincolo tecnico-normativo: gli aggregati riciclati devono essere marcati CE secondo la norma armonizzata EN 12620 e, contemporaneamente, soddisfare i requisiti del decreto End of Waste.
Ed è qui che si palesa il primo, reale freno all'economia circolare nel nostro settore. Il decreto End of Waste prevede, per gli aggregati per calcestruzzo, criteri e controlli chimici di tale complessità e durata che, in Italia, pochissimi laboratori specializzati sono attrezzati per eseguire. Di fronte a iter analitici così lunghi e onerosi, i riciclatori compiono una scelta di sopravvivenza economica: preferiscono declassare il materiale e destinarlo ad applicazioni meno nobili, come i sottofondi stradali o i riempimenti, dove i requisiti sono minori. Questo meccanismo sottrae letteralmente materia prima al mercato del calcestruzzo, strozzando la transizione ecologica a monte.
Proprio a questo aspetto si lega la necessità di un’alleanza strategica con l’intera filiera. Dobbiamo costruire protocolli condivisi di selezione e tracciabilità e presentarli unitamente al Legislatore per superare questi scogli normativi, garantendo ai nostri impianti un flusso costante di materiale qualificato. Al contempo, questa sinergia deve includere cementieri produttori di chimica per l'edilizia: chi sviluppa additivi di nuova generazione deve consentirci di compensare le specificità reologiche degli aggregati riciclati, rendendo industriale e ripetibile un processo che la burocrazia tende a bloccare.
Il vantaggio della produzione in stabilimento nella gestione del riciclato
La prefabbricazione opera in stabilimento, con processi ripetibili e controlli strutturati. Questo rappresenta un vantaggio nella gestione di materiali riciclati, recuperati o sottoprodotti rispetto ad altri ambiti delle costruzioni?
Enrico Dassori:
Certamente, il lavoro in stabilimento è il nostro più grande punto di forza ed è ciò che accomuna tutti i soci ASSOBETON, al di l'à del loro specifico prodotto. A differenza del cantiere tradizionale, esposto a infinite variabili ambientali ed estemporanee, la prefabbricazione opera in un ambiente confinato, ripetibile e altamente automatizzato.
Ogni singola fase – dalla qualifica dei componenti in ingresso al confezionamento, fino alla maturazione controllata del calcestruzzo – è monitorata. Questa precisione ci permette di far dialogare al meglio le matrici cementizie con i materiali riciclati e con gli additivi formulati specificamente per le nostre linee. Riusciamo a declinare l'uso dei materiali di recupero consentiti dalla legge, che siano riciclati o sottoprodotti, su misura per ogni destinazione d'uso del manufatto, garantendo livelli di sicurezza e standardizzazione che in cantiere sarebbero impossibili da replicare.
Dove il riciclato può trovare maggiore applicazione nei prefabbricati
Esistono famiglie di manufatti prefabbricati in cui l’impiego di materiali riciclati è oggi più realistico, più utile o più facilmente controllabile rispetto ad altre?
Enrico Dassori:
Sulla carta esisterebbe una distinzione tecnica e molto chiara. Nei manufatti non strutturali - blocchi, cordoli, pavimentazioni, tubazioni, pozzetti, elementi per l’assetto urbano e i sottoservizi - l'impiego di aggregati riciclati da demolizione esterna sarebbe la scelta più realistica e utile per assorbire importanti volumi di materia. Per i prodotti strutturali portanti (travi, pilastri, grandi coperture), invece, i vincoli normativi restringono il campo ai soli sottoprodotti interni.
Tuttavia, questa suddivisione strategica, come detto, si scontra con due ostacoli reali. Il primo è che i sottoprodotti interni, per definizione, non possono generare grandi volumi circolari senza compromettere l'efficienza produttiva. La prefabbricazione si fonda sull'efficienza e sull'azzeramento dello spreco: pensare di fare economia circolare basandosi sulle inefficienze interne è l'antitesi concettuale del modello industriale. Il secondo ostacolo è la carenza strutturale di aggregati riciclati esterni conformi, anche per le applicazioni non strutturali, a causa del già citato triplo vincolo CE + NTC + End of Waste e della conseguente tendenza al downcycling verso i sottofondi stradali.
La prefabbricazione è pronta a diversificare l'uso del riciclato in base alla destinazione d'uso del manufatto, ma senza una materia prima seconda legalmente e tecnicamente spendibile, questa transizione rimane bloccata al punto di partenza.
CAM Edilizia e prefabbricazione: nuove opportunità per la sostenibilità
I CAM Edilizia spingono verso contenuti riciclati, tracciabilità e prestazioni ambientali documentabili. Che impatto stanno avendo sulla prefabbricazione in calcestruzzo e sulla domanda da parte di progettisti, imprese e stazioni appaltanti?
Enrico Dassori:
I Criteri Ambientali Minimi (CAM) stanno agendo come un forte acceleratore di conformità, trasformandosi da adempimento burocratico a vero driver di mercato. Tuttavia, persiste un limite culturale da superare: molti progettisti e stazioni appaltanti riducono il CAM a un mero calcolo della percentuale di riciclato nel materiale. È una visione parziale. Un prodotto contribuisce ai CAM sotto molteplici aspetti: non solo come è realizzato (contenuto di riciclato, ottimizzazione dei processi produttivi, …), ma anche per la sua durabilità, la sua riutilizzabilità come usato servibile e la sua disassemblabilità.
In questo scenario, la smontabilità intrinseca della prefabbricazione è una prestazione ambientale documentabile straordinaria e strutturale, eppure quasi sempre trascurata. Si parla molto di demolizione selettiva e smontaggio riferendosi all'esistente, ma si dimentica di applicare il concetto al nuovo. La prefabbricazione nasce nativamente per il Design for Deconstruction: un edificio prefabbricato, a fine ciclo di vita, è concepito per essere smontato, non demolito, offrendo una risposta concreta all'economia circolare.
Infine, un prodotto contribuisce al CAM anche per la sua funzione sistemica che svolge. Pensiamo alle infrastrutture primarie: reti idriche, fognarie, elettriche, gas e telecomunicazioni costituiscono l'ossatura tecnologica indispensabile per la resilienza climatica e il funzionamento delle città.
La prefabbricazione risponde a questa domanda complessa fornendo manufatti con EPD che documentano la sostenibilità non solo del singolo ingrediente, ma dell'intero ciclo di vita, della smontabilità futura e della funzione ecologica dell'opera.
Proprio per supportare i soci in questa transizione, ASSOBETON ha sviluppato un tool nativo il calcolo LCA e la redazione delle EPD. Questo strumento permette di mappare scientificamente tutte le prestazioni ambientali traducendo la complessità tecnica in dati trasparenti, certificati e immediatamente spendibili nei capitolati.
La sostenibilità economica del riciclo oltre il costo iniziale
Dal punto di vista economico, l’impiego di materiali riciclati nella prefabbricazione è già competitivo oppure i costi di selezione, controllo, certificazione e gestione restano ancora un limite importante?
Enrico Dassori:
Se ci fermiamo al costo iniziale dei materiali, è evidente che selezione, controllo e logistica del riciclo incidono sui bilanci. Ma la competitività economica non può e non deve essere calcolata solo sul costo del primo giorno di cantiere. Quando si inaugura una nuova scuola, un ospedale o un ponte, la domanda che ci si pone è sempre: quanto è costato? La risposta di solito si riferisce solo al costo di costruzione. Per valutare se un’opera è davvero conveniente, sostenibile e circolare, dobbiamo guardare oltre.
La punta visibile dell'iceberg è il costo di costruzione. La parte sommersa, molto più ampia, rappresenta i costi del ciclo di vita dell'opera (Life Cycle Costing - LCC): costi operativi, manutenzione ordinaria e straordinaria, sostituzione di componenti, e infine smontaggio e gestione del fine vita. Guardare solo la punta significa rischiare di risparmiare oggi per spendere il triplo domani in interventi continui.
Fortunatamente il quadro normativo sta cambiando. Il nuovo Codice degli Appalti (D.Lgs. 36/2023) ha superato la logica del “prezzo più basso” per introdurre l''Offerta Economicamente Più Vantaggiosa' (OEPV), valutando il miglior rapporto qualità-prezzo lungo l'intero ciclo di vita e incentivando l'analisi LCC. Un approccio che andrebbe esteso anche al mercato privato.
In questo contesto, la prefabbricazione in calcestruzzo esprime la sua massima competitività. Grazie all'altissima durabilità e alle prestazioni dei manufatti, un'opera prefabbricata riduce drasticamente manutenzione e spese di gestione nei decenni. Inoltre, grazie alla smontabilità intrinseca del prefabbricato (Design for Deconstruction), anche l'ultima voce della parte sommersa dell'iceberg — i costi di smontaggio e fine vita — viene drasticamente contenuta, perché l'opera si recupera, non si demolisce.
Investire nella prefabbricazione significa impiegare le risorse pubbliche in un’ottica di lungo periodo e di reale efficienza.
Il valore del ciclo di vita nella valutazione della sostenibilità
Quando si parla di sostenibilità, l’attenzione si concentra spesso sul singolo materiale o sul singolo manufatto. Quanto è importante, invece, valutare l’opera nel suo intero ciclo di vita: progetto, produzione, trasporto, posa, durabilità, manutenzione, uso e fine vita?
Enrico Dassori:
Questo è il vero cuore del problema, come ho già anticipato nella risposta precedente, e il cambio di paradigma che ASSOBETON sostiene con forza. Giudicare la sostenibilità guardando solo il singolo ingrediente o il costo iniziale di cantiere è l'antitesi della vera ingegneria e della circolarità. Sostenibilità e circolarità richiedono una valutazione integrata e imprescindibile sull’intero ciclo di vita: ambientale tramite LCA ed economica tramite LCC.
La scelta della tecnologia costruttiva deve considerare la circolarità non solo in fase di progetto, ma integrando fin dall’inizio lo scenario manutentivo e di fine vita.
È qui che emerge il vero vantaggio: durabilità e minimizzazione della manutenzione straordinaria sono i fattori di sostenibilità economica e ambientale più potenti in assoluto. Un'opera prefabbricata in calcestruzzo, che richiede interventi minimi nei decenni, abbatte i costi di esercizio e riduce l'impronta di carbonio diluita nel tempo. A ciò si aggiunge la gestione del fine vita: grazie al Design for Deconstruction, un’opera prefabbricata può essere disassemblata, contenendo i costi di smaltimento e massimizzando il recupero dei componenti. Valutare l'opera nel suo ciclo di vita non è un'opzione: è l'unico modo per costruire in modo realmente sostenibile.”
Le sfide future per un’economia circolare realmente efficace
Guardando ai prossimi anni, quali condizioni saranno decisive perché la prefabbricazione in calcestruzzo possa contribuire in modo più forte all’economia circolare delle costruzioni senza perdere qualità, sicurezza e durabilità?
Enrico Dassori:
Le condizioni decisive sono essenzialmente quattro. Primo, la stabilità e la coerenza del quadro normativo, eliminando le sovrapposizioni tra decreti ambientali e norme strutturali, e soprattutto snellendo i protocolli analitici del decreto End of Waste. I soli sottoprodotti interni non bastano, perché un'industria avanzata tende per definizione ad azzerare gli scarti. Se l'iter per qualificare l'aggregato esterno rimane così oneroso da spingere i riciclatori verso il downcycling, la transizione si arresta.
Secondo, la reale disponibilità sul mercato di materie prime seconde di qualità e a filiera corta, garantite da impianti di riciclo industriali e marcati CE.
Terzo, l’integrazione totale di filiera: estrattori, riciclatori, cementieri, chimica per le costruzioni, e prefabbricatori devono muoversi in perfetta sincronia. Questa alleanza è l'unico strumento per sottrarre l'aggregato riciclato al canale dei sottofondi e destinarlo a usi nobili nel calcestruzzo, supportati da additivi evoluti studiati per questa sfida.
Infine, serve una maturazione culturale della domanda. Stazioni appaltanti e progettisti devono superare la logica miope del prezzo più basso o l'algoritmo puramente burocratico delle percentuali di riciclato. Devono valutare il valore globale dell'opera, validato scientificamente tramite LCA e LCC, riconoscendo che la prefabbricazione offre risposte su misura, sicure, durature e circolari per ogni destinazione d'uso. L'economia circolare nelle costruzioni non può basarsi su slogan, ma deve fare i conti con la sicurezza strutturale, la durabilità, la sinergia di filiera e l'impatto economico reale sul ciclo di vita.
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