La spazialità (architettonica) in attesa di essere riempita
La spazialità architettonica non coincide soltanto con lo spazio delimitato dalla costruzione: nasce anche da corpo, memoria, percezione e immaginario. Attraverso letteratura e arte, il contributo indaga ciò che trasforma un vuoto fisico in uno spazio vissuto, ricordato e interpretato.
Aggiungi Ingenio alle tue fonti preferite
Direttamente su Google, senza notifiche o iscrizioni
Aggiungi Ingenio su Google
6
Anomalie cromatiche (sul corpo e nello spazio)
Per me era come se una tasca d’inchiostro (blu) si fosse aperta nel mio cervello. Un’allucinazione morbosa. Sublimata. Era scollata sino all’indecenza. I suoi capelli biondi, sotto la luce che pioveva dal soffitto, avevano uno splendore per me intollerabile. Risultava di un’impudenza di cui provavo vergogna, ma io la rispettavo troppo e mi obbligava all’ammirazione. La luce violetta faceva del suo lungo corpo di madreperla una meraviglia. Era realmente bella. Mentre io sembravo detrito calpestato da tutti. Avevo bisogno che lei fosse pazza. Una donna che non si ama diventa più sopportabile se si fa l’amore con lei? Mi fece aspettare. Mi fece aspettare infinitamente. Quando ero ragazzo, amavo il sole: chiudevo gli occhi, e attraverso le palpebre, era rosso. Quando vide che me ne andavo, si mise a singhiozzare, immobile. Passai al corridoio. Piangevo anch’io, per contagio. Avevo ancora in bocca il sapore delle labbra.
Le mostruose anomalie de “L’azzurro del cielo” di Georges Bataille, tradotto da Oreste Del Buono per Einaudi, sono come “un ruscello d’inchiostro che scorre tra le nubi.”

Yves Klein (un artista francese del Nouveau Réalisme scomparso proprio nel 1962 alla età di 34 anni, famoso soprattutto per le sue opere in monocromia) estrapola il torso, probabilmente sul modello dell’Afrodite di Cnido di Prassitele del IV sec. a.C., creando una forma in resina sintetica rivestita di gesso. La formula chimica del blu di Yves Klein determina una tonalità pura che porta la sigla IKB: International Klein Blue. È un blu oltremare saturo e incredibilmente luminoso che diviene gesto e performance artistica concettuale.
Tormento, premonizioni, vita spettinata, scomposta. Sai quando anche “il turbamento sessuale” appare visibile sul viso? Memoria e realtà allora vanno in pezzi. Quel rosso che pulsa nelle palpebre. Cosa c’è di più solare? Sentirsi ubriaco di luce, così, tanto.
5
Rubare e saccheggiare (spazio)
Non voglio dolcezze rubate.
Ma non è preda questa gioia dell’ora saccheggiata, questa uva del tempo spremuta in furia? Non rubiamo carne dolcezza sogno?Come erba che sotto la falce s’affloscia e cade? O come campo dove l’aratro affonda che s’imbratta di seme? Dopo annaspando contiamo quanto resta del tesoro rubato.
Rileggo Lalla Romano. Le sue poesie, (che potete trovare curate da Cesare Segre per Einaudi), ancora verdeggiano (in me) a un leggero vento, che sa come disperdere la cenere del tempo. Un balsamo sulla mia mente, anche se intercetto parole e aggiungo e cambio finali con principi. Nutre, schiude, pazienta, poi squarcia a lampo e comprime, morde e brucia, perché “giovane è il tempo” e “da una ruvida mano” molte cose s’intonano, come “il caldo odore del corpo”.
Guardami! “Io sono in te come l’umore dell’occhio e la dolce saliva. Io sono dentro di te nel misterioso modo che la vita è disciolta nel sangue e mescolata al respiro.”

Oggi poco è rimasto del tesoro (sempre così) frettolosamente rubato. Cerco le spighe mature piegate al vento. Rintraccio quel suono profondo che è nel sangue. Ricordi? Quando le tue mani toccarono la prima volte le mie?
Non voglio dolcezze rubate.
4
Spazi esistenziali e nomadismo adattativo
All’alba m’ha svegliato l’impatto della tua voce. Le parole che aveva erano conchiglie sorrette dalla risacca delle tue labbra. In ognuna di loro mi sono imbattuto nel mormorio di un mare ancora mai percorso che colpisce la mia riva. Hai visto quella lieve peluria che si addensa più fitta dove le scapole finiscono? È il ricordo delle mie ali. Irrigidite come sbattevano e poi in segreto (un giorno) sono andate via. In quel tempo al «tuttavia» e all’«appena» ondeggiavo volando con i mie pensieri. Conoscevo il nascondiglio della primavera e mi vestivo di parole d’amore.
Ho rapinato qualche frase e alcune parole dai “Sonetti e poesie sparse” di Walter Benjamin, un volumetto pubblicato da Einaudi a cura di Rolf Tiedemann con traduzioni di Francesca Boarini, Silvia Bartoli, Umberto Gandini, Enrico Ganni, Claudio Groff, Ida Porena e Hellmut Riediger.
Esiste una “morbida unione delle cose”, come nelle rose rosse all’imbrunire, come nella voce che ti sveglia all’alba, come nelle ali che “vestono” un adolescente (angelo). Sfuggire e staccarsi da queste “vicinanze” è difficile e forse non basta una vita. Forse un ricordo alato protegge la vita e a volte (sempre più raramente ahimè) mi ritrovo a sognare di volare. Un tempo mi bastava socchiudere gli occhi e mi alzavo in volo, dal letto al soffitto, poi fuori dalla finestra e via. Ora concedersi al sonno rappresenta già un impegnativo lavoro. Ho piegato, avanzato, nascosto e taciuto. Ogni volta cadeva una piuma, magico accenno di un consueto troppo aggredente. Adesso sento l’eco della tua voce di “cose marine”: sa come placare quegli alti flutti? Diverranno mai mare calmo? Sono inguaribile. Nuoto e volo contemporaneamente e ho la sensazione che le mie labbra non si dimostreranno mai mute.

Resta il fatto che i luoghi posseggono sempre una relazione. Luoghi dell’anima. Luoghi per l’anima. Luoghi esistenziali. Una storia antica quanto l’umanità, che viene incessantemente narrata da tutti gli esseri del pianeta, che migrano secondo mappe biologiche scritte nei geni. Volare rende possibile percorsi da compiere, che a volte solo nel flusso vivente di 3 o 5 generazioni della stessa specie di animali si concluderanno. Sono forme di affettività dice Kevin Lynch, o vestigia di Genius Loci ci ricorda Christian Norberg-Schulz.
Ma veramente costruire può risolvere il problema? La dimensione nomade si sta ingrossando giorno dopo giorno e gli appartenenti che la compongono (di ogni specie “terrestre”) costituiscono una nazione che si estende progressivamente fino a rende stranieri coloro che formano e costruiscono i confini stanziali. Ogni distanza trasforma la percezione della memoria. Se si scorda un luogo si perdono anche i ricordi che si collegano ad esso? Walter Benjamin scrive al proposito immagini indimenticabili nella sua infanzia berlinese.
Sicuramente il rapporto tra la costruzione di spazi esistenziali e l’azione incessante di un istintivo nomadismo adattativo sta cambiando. Il pianeta concentrerà nei prossimi anni (come non è mai avvenuto dalla comparsa della specie umana) una percentuale assurda di popolazione nelle città. Vi sto scrivendo da San Paolo del Brasile e vi assicuro che il respiro della megalopoli che si estende e si consolida, si estende e si consolida è molto accelerato negli ultimi anni.
Dall’altro canto, mentre la densità urbana è in iperbolico aumento, la richiesta di riconoscimento identitario sembra non possedere più qualcosa di quel rapporto antichissimo con ciò che si definisce “casa”.
3
Tessuti di 3 forme di pelle
Un tailleur di velluto rosso con un pallido viso che pare del lontano Oriente. Un signore attempato con pantaloni marroni alla zuava attraversa i binari su una bicicletta da donna. In un pesante abito taffetà grigio è ritta accanto a un tavolo ricoperto di libri con un’orrenda acconciatura tutta ricci. Immaginarlo mentre percorre la fuga con indosso la finanziera color cannella nei suoi pensieri sui temi più vari. Lei con indosso un leggero spolverino lui con la Trachten-joppe gettata sulle spalle. Gli ospiti, immobili, e in mezzo a loro tu con il tuo boa di piume. Restammo a guardare dalle finestre aperte, avvolti nelle nostre pesanti vestaglie scozzesi. E nell’oscurità le gonne sollevate che cauta avanza sui vomeri ardenti.
Delle poesie di W. G. Sebald (quello di “Austerlitz”, il suo opus magnum) ho estratto alcuni superbi tessuti di parole (d’amore) intrecciate. Il tempo muta la pelle (e l’abito con essa). Ricordate la “crudele dolcezza dell’ultimo bacio”. L’avete provata mai? Ricevuta o data è uguale: un’emozione esitante che sfiora le labbra, come fossero mani, le proprie soprattutto. Un’incisione disegnata (nelle bocche) con meticolosa perizia. Fosse una dissezione, o forse un taglio d’abito da sarto o grande sarta…
Cercate W. G. Sebald, “Sulla terra e sull’acqua. Poesie scelte 1964-2001”, nella traduzione di Ada Vigliani per Adelphi.

L’abito è solo una delle 3 forme di pelle. La prima è un’epidermide organica nata dalla stessa matrice del cervello. La seconda viene scelta ogni giorno dal cassetto, dall’armadio, dalla cruccia che la ricovera per ore, giorni, mesi e a volte anni. La terza è intorno, quando si è contenuti di uno spazio contenitore. Tre forme di pelle, correlate e complesse, perché tessute insieme. La prima è nascita e libertà. La seconda può essere conformismo o rivendicazione. La terza diviene spazio costruito o contesto ambientale.
L’abito possiede proporzioni, asole, matrici di misure efficienti tagliate secondo gessi per marcatura, segnati con metri flessibili, che sembrano avere a che fare più con strumenti musicali. L’abito viene tagliato e cucito. Il tessuto intrecciato di stoffe a metraggio si srotola ovunque (tavoli, pavimenti, letti). In India, nel Gujarat, una tradizione millenaria riveste completamente muri, soffitti e piani orizzontali di intrecciati tessuti, (oggi visitabile nel Calico Museum ad Ahmedabad). La terza pelle può essere costituita da buffer di fibre (generati da diverse nature), che permettono a strutture e tamponamenti di respirare, di accumulare o rilasciare calore, di recuperare scarti e residui di altre vite vegetali. In particolari condizioni sembra direttamente di coltivare materiale edilizio, che verrà mietuto.
2
Orientarsi nel vuoto (esatto)
Stai cercando la felicità? Lo spazio vive di dimensioni simultanee? Ti senti sempre come se fossi sulla cresta dell’onda? Sei naufragato e ti hanno ripescato ogni volta? Dopo tutto anche l’ultimo della ciurma è meritevole di qualche insigne menzione speciale. E ti viene da parlare come se la lingua si attaccasse sempre al palato! Tenti di ammansire lo Snark, anche se gli dai la caccia, lo lusinghi… Il Capitano è sensibile (in modo quasi morboso) per ciò che riguarda le apparenze esterne.
Ogni cosa deve essere disponibile a qualunque direzione. In fondo i meccanismi di confronto (inizio/fine, andata/ritorno) costituiscono l’essenza del percorso e del viaggio. Servono parole_baule per un viaggio del genere: “due significati ficcati in una sola parola come in un baule per abiti.”
Il reverendo Charles Lutwidge Dodgson, noto con lo pseudonimo di Lewis Carroll, scrive “The Hunting of the Snark: an Agony, in Eighr Fits”, nel 1876; tradotto e curato col titolo “La caccia allo Snark” da Roberto Sanesi per Feltrinelli. È una gustosissima agonia in otto spasimi con una Prefazione, che è ancora meglio! Carroll spiega l’accaduto, ovvero di dover digerire l’accusa di scrivere (furiosamente) nonsense: il furioso entra in gioco con tutto il suo potenziale esplosivo. I protagonisti sono dieci e la rotta è rotta dai nonsense, creando ambiguità, dissolvenze, sparizioni e qualcosa di non afferrabile.
All’animale immaginario viene attribuito un nome che nasce dalla fusione di snake (serpente) e shark (squalo) e, come scrive Senesi nel saggio finale dell’edizione da lui curata, “una sua possibile traduzione potrebbe essere indifferentemente Squarpente o Serqualo.” Per Carroll il nonsense è sempre appropriato e il divertimento deriva proprio dal deviare, dal divergere insensatamente, “mantenendo intatta la narrazione complessiva.” Il tema dell’orientamento è sia fisico che concettuale e il mostro (o il non_mostro) è come se fosse non_visibile e non_rappresentabile, scrive Senesi.

La carta dell’oceano, procurata dal Capitano della nave dei folli, è vuota e quindi assolutamente esatta e assolutamente perfetta per orientarsi. È una mappa aperta ad ogni possibile, quindi anche all’impossibile. I surrealisti, Jack London, C.S. Lewis, i manga giapponesi (e chi ne ha più ne immerga) creeranno adattamento ispirati dello Snark!
Orientarsi nel vuoto (esatto).
1
La spazialità (architettonica) in attesa di essere riempita
-E le fischianti?
-Nessuno che le abbia viste è sopravvissuto. Il solo udirle è quasi sempre fatale. Volano o planano come ombre ed emettono un suono… un suono… Si dice che sia un suono acuto, sibilante, all’estremo limite dell’udibile.
Aspetta il suo amante domandandosi quale sarebbe stata la fine della loro storia. Da un po’ di tempo pensa che ci sia sempre soltanto un irreale momento di grazia tra l’inizio di una storia d’amore (l’espressione è già passata di moda, ma lei nutre una crescente antipatia per il termine relazione) e quel continuo autoesame su come, perché e quando sarebbe finita. Il momento di grazia è quello dell’«innamoramento», con la sua risolutezza chiara e incalzante, l’energia impersonale e concentrata, che si desidera… E poi, un giorno, ci accorgiamo che se n’è andato, non c’è più, l’amore è finito. Cos’è che lo uccide? Ambiente, educazione, riflessi congeniti, difesa degli istinti? Ha a che fare con Konrad Lorenz? Ti mancherò? Lascia perdere. Bastano due generazioni per distruggere una cultura che ha richiesto secoli per evolversi. E l’amore? È una prima volta? Come assaggiare una banana, un melone, un’aragosta? Un desiderio sessuale, generico, insoddisfatto? Rafforza le tue connessioni tra neuroni stimolati. Fallo crescere! Si sta rimodellando. Non offrire solo un calcolato simulacro di contatto umano, senza carne, senza sangue, senza amore né desiderio. Comincia con la domanda che si poneva Sigmund Freud, senza riuscire, diceva, a rispondere. Che cosa vogliono le donne? Amore, certezza, famiglia, anche sesso, e qualche trasgressione (soltanto sesso sarebbe arrischiato), gentilezza, capacità di ascoltare, puntualità, cortesia… stereotipi? La donna, spesso, pensa alla regina di Biancaneve, quando vede le gocce di sangue sulla neve. Temere la scomparsa o temere di più l’assenza? Come uscirne? Come essere libere? Nessun recipiente. Graal. Vuoti in attesa di essere riempiti. Ma di cosa? Le sagge e le carine da piccole diventano mostri, demoni o vittime, quando maturano. La regina di cuori urla «Mozzatele la testa» e Alice, con voce alta e ben sicura, dice «Che sciocchezza».
Sono alcune parole, mescolate alle mie, di Antonia Susan Byatt tratte dal suo straordinario libro “Una donna che fischia”, tradotto da Fausto Galuzzi e Anna Nadotti per Einaudi.
Sono passati oltre vent’anni da quando lo lessi senza staccarmi un attimo da queste pagine. È una miniera d’oro, di diamanti grezzi. Piacere, dolore, golosità, repulsione, estraneità e poi? Mica si va in letargo come le chiocciole! Pensa di dirle «Ti amo» e di prenderla tra le braccia. È una donna-gallina? Sarà una mamma-allodola? Pensa con tutto il corpo e osserva con la mente. Crudo è nudo e aperto. È una donna-cavaliere?
Per una donna è sempre più dura. E allora? Devi solo fischiare di più. Più forte.
Volutamente ho cercato un termine femminile (spazialità al posto di spazio) per porre una diversa (nuova, divergente) proposta di esplorazione: un armadio magico, un cunicolo, un vestibolo, una stanza-ripostiglio, un viale alberato da parco reale, un bastione, una torre, un corridoio che apre su un balcone, la gola di una strettoia nel cuore della notte, l’oscurità acustica e cavernosa, le torce elettriche della curiosità, un fiore (tulipano, giglio?) fra le dita, rimanendo impigliati dietro il ripiano, facendo cedere il bordo posteriore, appeso alla parete interna, a per terra ciottoli come conchiglie, aggiunti a caso, cianfrusaglie, fiches per puntare sui numeri o i colori, un circo, un tunnel senza fine, particolareggiato, selvaggiamente ticchettante, fischiante.
Vuoti in attesa di essere riempiti. Ma di cosa?
Bastano le immagini delle parole per riempire la spazialità. Eppure la maculata struttura del presente (come la definisce Vladimir Nabokov) attraversa la memoria di chi la immagina. Il femminile (latente e splendente) è habitat e passaggio segreto contemporaneamente: non capirlo, non domandarsi se ciò è verosimile, produce (spesso) disastrose trasformazioni.

La donna-cavaliere Antonia S. Byatt potrebbe essere anche rimandata alla donna-cavallo di Dan Hillier, che riprende (in stile Steampunk) lo splendore dei collage surrealisti di Max Ernst di “Una settimana di bontà. Tre romanzi per immagini”, a cura di Giuseppe Montesano, edito da Adelphi. Nel volume recentemente pubblicato, come in una Dark Graphic Novel, vengono riunificati “La donna 100 teste” (1929), “Sogno di una ragazzina che volle entrare al Carmelo” (1930) e “Una settimana di bontà” (1934).
John Shade, il poeta-protagonista immaginato da Vladimir Nabokov in “Fuoco pallido”, tradotto da Franca Pece e Anna Raffetto per Adelphi, ci ricorda che:
“Tra la montagna e l’occhio
la fata della distanza tende
un amoroso velo crespo azzurro,
la trama autentica del cielo.”
È un modo speciale per ricordare come il femminile abbia la capacità di condensare ogni struttura del reale. La fata della distanza costituisce una metafora straordinaria (a scala di canocchiale) di ciò che Antonia S. Byatt fa percepire (anche a scala di microscopio). Toccarsi, sentire vibrare e far andare in risonanza il corpo, come lo sguardo, come la mente. Tutto il corpo osserva la mente. Riaggregato, iridescente, accresciuto, dubitativo, sospeso, svestito, restituito, irritato, ammiccante e solenne, ritratto, ondulatorio, distratto, il corpo trova sempre le proprie corrispondenze: nel cervello qualcosa è sicuramente (ad esempio) correlato “al polpastrello del pollice”, esumando un assortimento di ricordi preziosi (come giocattoli speciali).
“Ma tutti noi sappiamo che non può durare,
troppo fragile è la montagna per aspettare -
anche se riprodotta e soffiata nel vetro
dentro di me, come in un fermacarte.”
Dalla rubrica «Marcello Balzani: tra Parola e Immagine»
C’è un numero che, più di altri, incarna l’idea di equilibrio e compiutezza: sei. È il primo numero perfetto, perché somma dei suoi divisori (1, 2, 3), ma è anche la metrica dell’esametro omerico, che ha guidato per secoli il racconto del viaggio, del mito, dell’umano.
A questo numero si ispira la struttura di “Perfetto Sei”, una rubrica che raccoglie i testi di Marcello Balzani come pensieri in cammino, intrecciati a immagini e citazioni che non illustrano, ma evocano, non spiegano, ma interrogano.
Il titolo è anche un gioco di specchi: si può leggere come “Sei perfetto”, allusione alla somiglianza divina dell’essere umano, fatto — secondo la tradizione — a immagine di Dio. Un invito, forse, a riscoprire nel frammento la traccia di un’armonia nascosta.
Ogni articolo della rubrica ospita progressivamente sei pensieri. Sei come unità compiuta, come sequenza che diventa ciclo. Quando l’articolo si completa, ne nasce uno nuovo. E ogni nuovo inizio si pone in cima alla serie, come il primo passo di un nuovo viaggio. L’intero progetto si dispiega così in una serie aperta di cerchi perfetti, ognuno con il proprio tema originario e la propria traiettoria di senso.

Architettura
L’architettura contemporanea unisce tecnica, estetica e sostenibilità. Su INGENIO trovi articoli e guide su progettazione integrata, materiali innovativi, BIM e rigenerazione urbana, per progettare edifici efficienti e di qualità.
Disegno e Rappresentazione
Il disegno è il linguaggio dell’architettura e uno strumento essenziale per progettare, verificare e comunicare lo spazio costruito. In questa sezione INGENIO raccoglie approfondimenti su disegno tecnico, geometria descrittiva, CAD, BIM, modellazione 3D, rendering, rilievo digitale e nuove tecnologie di rappresentazione architettonica.
Filosofia e Sociologia
Filosofia e sociologia diventano chiavi fondamentali per progettare città e spazi costruiti nel mondo della complessità digitale, ambientale e sociale. Scopri la selezione INGENIO.
Condividi su: Facebook LinkedIn Twitter WhatsApp
