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Tra mimesi, iconicità e persistenza. Conversazione con Marco Casamonti

La progettazione architettonica deve rispondere agli usi e ai luoghi: è la posizione dell'arch. Marco Casamonti nell’intervista di Pasqualino Solomita. Dalla Cantina Antinori agli stadi, il confronto affronta integrazione paesaggistica, conservazione delle preesistenze e responsabilità verso la collettività.

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La progettazione architettonica, secondo l'architetto Marco Casamonti, deve interpretare i luoghi e rispondere agli usi nel tempo. Nell’intervista di Pasqualino Solomita per INGENIO, la Cantina Antinori mostra il rapporto tra costruzione ipogea, terreno e raffrescamento; lo stadio di Tirana e la proposta per il Flaminio interrogano la conservazione delle preesistenze. Il beneficio ricercato è unire qualità d’uso, integrazione paesaggistica e continuità della memoria. 


A cosa serve oggi l’architettura? Marco Casamonti riparte dai bisogni delle persone

Firenze, 14 luglio 2026

Pasqualino Solomita
Chi è Marco Casamonti? Non il curriculum: i dubbi, le ossessioni, le certezze. Hai definito gli anni a cavallo del millennio come «l’era dell’architettura dello stupefacente», rivendicando un ritorno all’architettura di servizio. È una vera rifondazione del metodo, o la «scala umana» è già un marchio autoriale non meno identificativo dell’iconismo che dici di aver superato?

Marco Casamonti

Semplicemente sono cambiate le condizioni sociali ed economiche a livello generale. Viviamo in un’epoca molto complessa, fatta di conflitti geopolitici. L’«architettura dello stupefacente», cioè dell’oggetto autobiografico, ha lasciato il passo. Ci vuole maggiore pragmatismo: un’architettura al servizio sociale e civile delle persone, che sappia costruire i reali rapporti urbani. Non è più il momento di un’architettura autoreferenziale. Magari fra dieci anni, auguriamoci di essere in un momento di maggiore benessere e opulenza, potremo anche permetterci di considerare l’architettura una forma d’arte più libera; ma in questo momento, come diceva Kant, è un’arte di servizio, quindi un’arte minore. In realtà non lo considero un minus, ma un valore, addirittura qualcosa che dà maggiore qualità e interesse all’architettura come arte, perché la mette veramente al servizio della gente.

Architetto Marco Casamonti.
Architetto Marco Casamonti. (TRANSGLOBE LIFE INSURANCE)

Come evitare che un edificio perda senso nel tempo? La visione di Marco Casamonti

Pasqualino Solomita
E invece, se parliamo dei dubbi, delle ossessioni e delle certezze di Marco Casamonti?

Marco Casamonti

Io credo che l’architettura debba essere guidata dalla certezza, perché chi costruisce non può avere dubbi: se hai dubbi fai danni. La certezza viene dal fatto che ti confronti continuamente con il contesto e sai leggere ciò che ti accade intorno, sia in termini di valori storici e ambientali, sia in termini di valori sociali e civili; ti accorgi di come cambiano gli interessi. Devi saper leggere questi cambiamenti e interpretare l’architettura in relazione ai cambiamenti della società, ben sapendo che l’architettura è un’arte di lunga durata: non breve, non effimera, non temporanea. E quindi non devi neanche fare l’errore opposto di rincorrere la moda o l’esigenza del momento, perché devi capire quali sono i cambiamenti strutturali della società e quali quelli temporanei. Inseguire i valori di continuità, perché altrimenti la tua architettura dopo pochi anni non ha più senso; mentre l’architetto italiano in particolare, che costruisce in modo massivo e non in modo leggero, costruisce per i tempi lunghi. Quindi l’architettura deve essere timeless, ben sapendo però che ti confronti con l’esigenza di una società che cambia.

Progettare, insegnare, pubblicare: per Casamonti la ricerca nasce dal confronto

Pasqualino Solomita
Progetti, insegni, dirigi la rivista Area: la trinità di Gio Ponti e di Ernesto Nathan Rogers riunita in una sola figura. Come convivono i tre mestieri? E cosa vede l’architetto-direttore che il solo progettista non vede?

Marco Casamonti

Questo fa parte della tradizione italiana: io ho uno sguardo rivolto al passato, ritengo che quello che hanno fatto Gio Ponti e Rogers sia grandioso. È molto faticoso, oggi più di allora, perché gli specialismi sono molto più verticali e più forti; però credo che fare l’architetto, promuovere l’architettura attraverso le riviste e insegnare l’architettura sia un dovere. Che cos’è che vede un direttore? Vede i progetti degli altri prima che siano realizzati, perché puoi dialogare con gli altri non solo in virtù di un rapporto di amicizia, ma anche del fatto che hai un interesse a fare ricerca attraverso la rivista come strumento di studio. Hai un punto di osservazione privilegiato che un architetto non direttore di rivista non può avere, e questo ci aiuta moltissimo. Area non è una rivista come un’altra: è una rivista di architettura che è il centro studi di uno studio di architettura. È come era Casabella ai tempi di Rogers, quando c’era un centro studi e la redazione era un centro studi. Io interpreto la redazione in questo senso: come capacità di andare a cercare nel mondo quei progetti sui temi che sono di interesse per noi e quindi anche per gli altri architetti, tant’è che facciamo una rivista monografica, tematica a ogni numero.

L’architetto da solo non basta: Casamonti sul valore del lavoro condiviso

Pasqualino Solomita
Come riesci a trovare le energie per coniugare queste tre figure, che richiedono un’intensità notevole?

Marco Casamonti

Oggi è molto più complesso: lo puoi fare solo se riesci ad avere persone insieme a te, se non lavori da solo ma con gli altri, costruendo un vero lavoro condiviso e di squadra. Un tempo potevi fare tre mestieri perché i tempi erano molto più dilatati, più lenti, più lunghi: non c’era internet, non c’era il fax, si mandavano le lettere e si aspettavano le risposte. Oggi è tutto molto più veloce, quindi per fare questo ci vogliono più persone. Bisogna lavorare con gli altri, perché Archea Associati, che ho fondato, e oggi anche Marco Casamonti & Partners, i nostri due studi di architettura, sono abituati a lavorare in squadra; sono fatti da più associati, da più persone che lavorano assieme. Lavorando assieme si può sopperire alla compressione dei tempi che la contemporaneità impone.

Quanto conta il luogo da cui veniamo nel progettare? Marco Casamonti e le radici fiorentine

Pasqualino Solomita
Ti sei formato a Firenze e a Firenze hai radicato lo studio: dichiari che il substrato umanistico e rinascimentale impregna la tua visione. Cosa ti ha dato quel radicamento, e quando rischia di diventare alibi, garanzia identitaria che esonera dal misurarsi col presente?

Marco Casamonti

Non è un alibi, è una condizione ineluttabile. Sono nato a Firenze, vivo a Firenze: non posso fare finta di non avere radici piantate nella città in cui sono nato. C’è una bellissima intervista fatta a Jorge Luis Borges in cui un giornalista gli chiede come sia possibile che riesca a inserire nei suoi testi questa capacità di interpretare il suo essere argentino. E lui risponde: «Semplice, sono argentino». Non posso scappare da questo destino. Anche se non volessi, o fossi completamente cieco, resterebbe comunque l’ascolto: «Sapere ascoltare l’architettura», ha detto Paolo Portoghesi; bisogna ascoltare i luoghi. Quindi, se sai vedere, sai ascoltare e sei nato in un luogo, non puoi che ineluttabilmente, anche inconsapevolmente, fare i conti con questo luogo. È una condizione dalla quale non ci si può sottrarre. Nessuno può negare il contesto culturale, ambientale o sociale in cui è nato: lo puoi arricchire, ma difficilmente lo puoi perdere.

Cantina Antinori: l’architettura che scompare nella collina e porta Archea nel mondo

Pasqualino Solomita
La Cantina Antinori è un edificio industriale progettato per scomparire nella collina: vinificazione per gravità, geotermia passiva, copertura-vigneto, scala elicoidale. Come ha cambiato la tua maniera di fare architettura, se l’ha cambiata? E quanto della grammatica successiva di Archea, dall’ipogeo al corten strutturale fino agli stadi, nasce in quel cantiere?

Marco Casamonti

Non l’ha cambiata, perché il nostro modo di fare architettura è il frutto di un percorso di ricerca. Certo è che ha cambiato la nostra vita: quel progetto è diventato così famoso, conosciuto e importante che lo studio è cresciuto negli ultimi vent’anni. Dopo il progetto della cantina del 2004 abbiamo iniziato il cantiere nel 2007: sono più di vent’anni, e in questi vent’anni ha cambiato completamente il nostro livello di lavoro. Viene visitata ogni anno da 70.000 persone, e sono persone che vanno a vederla perché interessa loro vedere l’architettura oltre che il vino. Ha cambiato il ruolo e il valore dello studio nel contesto internazionale, perché l’hanno vista personaggi da tutto il mondo; ha cambiato la dimensione dello studio. Non ci ha cambiato la filosofia: l’integrazione, il rapporto architettura-natura, il mondo ipogeo facevano parte del nostro DNA.

Se pensi alla Biblioteca di Curno, è un edificio senza tetto, dove il tetto è il campo, è sterrato ed è un anfiteatro. Non ha cambiato il nostro modo di pensare: ha accresciuto le potenzialità dello studio, in modo da essere conosciuto nel mondo e da accedere a progetti diversi a cui prima non potevamo accedere.

Biblioteca Comunale di Curno, Curno, Italia, 2009, Archea Associati. © Pietro Savorelli e Associati
Biblioteca Comunale di Curno, Curno, Italia, 2009, Archea Associati. (© Pietro Savorelli e Associati)
Biblioteca Comunale di Curno_Curno_Italia_2009_Archea Associati
Biblioteca Comunale di Curno_Curno_Italia_2009, Archea Associati. (© Pietro Savorelli e Associati)

Pasqualino Solomita
In un certo senso, il grande successo ottenuto vi ha condizionato, anche in senso positivo?

Marco Casamonti

Non ci ha condizionato: semmai ci ha dato energia, vigore e la consapevolezza di essere in grado di gestire un grande progetto.

Cantina Antinori: sfruttare il fresco del terreno, affrontare la complessità del costruire ipogeo

Pasqualino Solomita
Sempre in riferimento alla Cantina Antinori: dietro l’invisibilità del tetto-vigneto ci sono scavi di oltre venti metri, diaframmi tirantati, drenaggio delle falde. La mimesi paesaggistica è strategia ecologica reale, misurata sul comportamento di suolo e acque, o estetica della sostenibilità il cui costo strutturale resta fuori dal racconto?

Marco Casamonti

Questo è un po’ provocatorio. L’impegno è enorme, però è fatto per la consapevolezza del gesto realmente integrato e rispettoso della natura, che per me vuol dire anche bassissimi consumi energetici, produzione per gravità. Per produrre per gravità bisogna partire dall’alto, come si faceva un tempo il vino in cantina, senza pompaggio; e quindi bisogna per forza scendere in basso. Ci sono tiranti, ci sono drenaggi, è un’opera molto complessa, ma questo ci ha permesso di prendere il fresco dal suolo, perché quando vai oltre 20 metri sottoterra la temperatura del suolo è 17–18 gradi anche in estate; e quindi puoi lavorare sul delta termico: fuori ci sono 40 gradi e sottoterra 17–18, e riesci a far funzionare per trasmittanza tutti i pavimenti appoggiati sulla terra, quelli su cui appoggiano le barrique. Non hai bisogno di condizionare, perché le cantine di oggi hanno una grossa spesa energetica dovuta al raffrescamento, per portare le barricaie, che sono spazi enormi, a 17–18 gradi.

Alla Cantina Antinori questo viene naturalmente; naturalmente, ma non a costo zero, perché devi realizzare grandissime opere infrastrutturali per andare dentro la terra: paratie, muri di sostegno, scavi, drenaggi. È vero che nella fase iniziale il terreno subisce un’alterazione molto forte, ma poi il tutto si ricompone. La cosa più bella è vedere la natura che lentamente si reimpossessa dell’edificio: è un po’ come buttare un edificio dentro il verde, come buttarlo dentro il mare; piano piano la natura si reimpossessa di una barca, e una barca che affonda diventa uno scoglio, diventa l’habitat dei pesci. Il bello della Cantina Antinori è che anno dopo anno diventa sempre più bella, perché la natura se ne riappropria sempre di più; oggi è veramente, completamente integrata in mezzo alle vigne. Il risultato è molto più positivo delle nostre migliori aspettative, ed era quello che ci eravamo prefissi. D’altra parte non esiste un’architettura sostenibile, in armonia con l’ambiente, che si faccia perché costa meno: bisogna avere il coraggio di investire di più per ricercare volutamente e pervicacemente questa condizione dell’architettura.

Progettare icone che raccontano i luoghi: Casamonti dal Museo della Ceramica al Kiss Bridge

Pasqualino Solomita
Hai dichiarato chiusa l’era dell’architettura dello stupefacente. Ma il vaso-edificio di Liling e il ponte che non si chiude di Phú Quốc sono, formalmente, gesti stupefacenti. Come tieni insieme la condanna dell’iconico con una produzione che, fuori dall’Europa, lavora proprio sull’icona?

Marco Casamonti

La mia non è la condanna dell’iconico: è semmai la condanna dei gesti autoreferenziali gratuiti. L’iconicità fa parte dell’architettura stessa: l’architettura è iconica per vocazione, per sua natura; però non è iconica perché rappresenta la firma dell’architetto, è iconica perché rappresenta un luogo, una società, una cultura.

World Ceramic Art City, Liling, Cina, 2010, Archea Associati.
World Ceramic Art City, Liling, Cina, 2010, Archea Associati. (© Cristiano Bianchi)

I vasi di Liling sono espressione del Museo della Ceramica: sono vasi perché quello è il Museo della Ceramica, dove dentro produrranno 10.000 vasi; non è un oggetto autoreferenziale che celebra il mito dell’architetto, la sua calligrafia, la sua scrittura architettonica: celebra invece ciò che si produce in quel luogo. Il mio non è un attacco culturale all’iconicità dell’architettura, ma all’architettura autobiografica e autoreferenziale.

World Ceramic Art City, Liling, Cina, 2010, Archea Associati.
World Ceramic Art City, Liling, Cina, 2010, Archea Associati. (® Cristiano Bianchi)

Per quanto riguarda il Kiss Bridge, è un vero atto di gentilezza nei confronti di quel luogo. Dovevamo costruire un ponte, ma era un ponte fatto per vanità, perché serviva a guardare il villaggio che un investitore ha costruito sulla costa. Era in mezzo al mare: andavi sul ponte e guardavi la costa. E siccome è un ponte che non serve a niente, ho detto: “Facciamo l’unico ponte al mondo in cui non si passa, ispirato alla Creazione di Adamo di Michelangelo”.

Kiss Bridge, Phú Quốc, Vietnam, 2023; Archea Associati.
Kiss Bridge, Phú Quốc, Vietnam, 2023; Archea Associati. (© Sun Group)

Nella Cappella Sistina ci sono i due famosi indici che non si toccano; e siccome quello era un villaggio ispirato nell’architettura a un villaggio italiano, molto denso, come fosse Portofino, anche se in realtà quella densità nasceva dall’esigenza di realizzare più metri quadri, abbiamo introdotto in quel posto il tema della massima iconicità della cultura italiana.

Poi abbiamo trovato una bellissima leggenda, molto famosa in Oriente e in particolare in Vietnam, in cui l’imperatore di Giada impedisce alla propria figlia di sposare un contadino. La figlia piange talmente tanto che la madre va a chiedere all’imperatore, che era anche un dio, di fare qualcosa; e lui consente, un giorno all’anno, a queste lacrime di solidificarsi e di costruire un ponte. Su questo ponte fatto di lacrime i due amanti, una volta all’anno, possono passare e baciarsi. La conoscenza di questa storia e la volontà di portare l’icona michelangiolesca della Sistina fuori dall’Italia sono state la genesi di questo progetto, che è un grande attrattore di turisti, ma in quanto omaggio a quel luogo.

Kiss Bridge, Phú Quốc, Vietnam, 2023; Archea Associati.
Kiss Bridge, Phú Quốc, Vietnam, 2023; Archea Associati. (© Sun Group)

Il tema vero è che è finita l’architettura autoreferenziale e autobiografica, quella che celebra l’architetto, l’architettura delle archistar. Le archistar sono una cosa del secondo millennio, non del terzo; si tratta invece di celebrare il mondo, i luoghi, le culture dei luoghi, la loro storia, la loro tradizione come vera essenza del progetto. Il che non vuol dire rinunciare all’architettura con immagini forti o iconiche; anzi, abbiamo bisogno talvolta di immagini forti e di icone che ci restituiscano il senso dell’identità, ma l’identità e la cultura dei luoghi sono diverse dall’autoreferenzialità dell’autore.

Stadio di Tirana: cosa conservare quando si ricostruisce? Marco Casamonti sul progetto e la memoria

Pasqualino Solomita
A Tirana hai sostituito lo stadio di Gherardo Bosio, salvandone l’ingresso monumentale per anastilosi e ricollocandolo «galleggiante» sotto un edificio-ponte. È custodia della memoria, o dispositivo scenografico che legittima la sostituzione e la densificazione commerciale, torre alberghiera compresa? E poiché l’operazione integra nello stesso gesto il passato fascista e quello comunista dell’Albania: chi decide quale memoria si salva e quale si rimuove?

Marco Casamonti

Direi che sono entrambe le cose. L’esperienza dell’architettura fascista, che è cosa diversa dal fascismo, è un’architettura strepitosa: l’architettura degli anni Trenta, l’architettura del razionalismo italiano è forse uno dei momenti epici del XX secolo per la cultura architettonica italiana. Ma anche la parentesi comunista, con i suoi dolori e con le esagerazioni del dittatore Enver Hoxha, ha comunque costruito un pezzo di quella storia, di quell’identità.

Stadio Nazionale dell'Albania, Tirana, Albania, 2019, Archea Associati.
Stadio Nazionale dell'Albania, Tirana, Albania, 2019, Archea Associati. (© Liridon Cani)

Siccome appartengono entrambe alla memoria di quel luogo, vanno salvate entrambe. Non ce n’è una buona e una cattiva: la memoria è la memoria, il passato è il passato. Noi tutti viviamo per costruire il nostro futuro, ma il nostro futuro non si costruisce sull’oblio, sul niente: si costruisce sulla nostra storia, sulle nostre conoscenze; e tutte le esperienze del mondo, anche quelle negative, sono importanti e vanno considerate. Non dobbiamo negare che il fascismo sia esistito, non lo dobbiamo cancellare né smettere di insegnarlo a scuola; dobbiamo insegnare che cosa è stato il fascismo, nei suoi aspetti negativi, che sono moltissimi, e in quelli positivi, che sono purtroppo pochi: fa parte della nostra storia, non ce ne dobbiamo vergognare. Lo stesso vale per l’esperienza comunista della dittatura di Enver Hoxha: moltissimi aspetti negativi, forse pochissimi positivi, ma con la distanza storica siamo in grado di giudicare e valutare correttamente, non di cancellare. Non ci è dato il diritto di cancellare la nostra storia: ci è dato il diritto di conservarla, custodirla, leggerla.

Stadio Nazionale dell'Albania, Tirana, Albania, 2019, Archea Associati. © Pietro Savorelli e Associati
Stadio Nazionale dell'Albania, Tirana, Albania, 2019, Archea Associati. (© Pietro Savorelli e Associati)

LEGGI ANCHE: "Alban Tower" a firma Archea Associati: il grattacielo che guarda alle torri storiche italiane nel cuore di Tirana

Smontare, restaurare, rimontare: il recupero dell’ingresso storico dello stadio di Tirana

Pasqualino Solomita
È merito proprio di questo discorso l’intervento sull’ingresso? È una scelta del committente o una scelta del progetto?

Marco Casamonti

Il committente può dare delle indicazioni, ma per il committente si poteva buttare giù tutto: si faceva prima e costava meno. È una scelta consapevole, progettuale. Quello è stato costruito da un grande architetto fiorentino, coevo di Michelucci. Un altro fiorentino, ottant’anni dopo, costruisce in quello stadio, e non sia mai che ne demolisca la parte principale, che era la facciata all’entrata della tribuna: l’abbiamo smontata pezzo a pezzo, custodita gelosamente, restaurata e rimontata dov’era e com’era; ci mancherebbe altro!

Stadio Flaminio: ampliare senza demolire, la proposta di Casamonti per l’opera di Nervi

Pasqualino Solomita
Per lo stadio Flaminio a Roma proponi un secondo anello sospeso sopra il monumento di Nervi, senza toccarlo, nell’ottica di «costruire senza distruggere». Cosa resta, in questo schema, della struttura nerviana come architettura viva, e cosa la difende dal ridursi a reliquia incapsulata sotto un «sopra» tecnologico?

Marco Casamonti

Non è una reliquia perché è ancora uno stadio. Lo stadio si compone di due anelli: uno in cemento armato realizzato da Nervi fra il 1956 e il 1959 e un secondo anello in acciaio fatto da noi. Non è una reliquia, è un’architettura viva, proprio perché quei ventimila posti del primo anello continuano a essere parte dello stadio. In secondo luogo, è parte integrante del progetto e valorizza l’opera di Nervi. E poi c’è questa idea dell’oggetto dentro l’oggetto: nella cultura architettonica dell’Occidente ci sono moltissimi esempi, il più famoso è il Tempio Malatestiano di Rimini di Leon Battista Alberti, dove leggi due edifici; a me piace moltissimo il Duomo di Siracusa, in Ortigia, dove vedi insieme le colonne del tempio greco e la cattedrale di oggi.

Stadio Flaminio, Roma, Italia, 2026, Archea Associati.
Stadio Flaminio, Roma, Italia, 2026, Archea Associati. (® Archea Associati)

L’idea di tenere insieme i due monumenti, i due oggetti, è secondo me molto bella e affascinante; e naturalmente bisogna essere molto rispettosi del preesistente, valorizzarlo. Io penso che quello che facciamo sia proteggere, con il secondo anello, il primo, perché un anello in cemento armato esposto alle intemperie sarebbe destinato a una brutta sorte: il cemento armato è un materiale che ha una durata di vita limitata se non lo proteggi, se non lo copri dalle intemperie. Il secondo anello ha anche questa funzione, non solo di coprire i tifosi, ma di proteggere lo stadio sottostante e quindi di dargli lunga vita; lunga vita all’opera di Nervi.

Stadio Flaminio, Roma, Italia, 2026, Archea Associati.
Stadio Flaminio, Roma, Italia, 2026, Archea Associati. (® Archea Associati)

Progettare lo stadio Artemio Franchi: Casamonti racconta un’esperienza difficile

Pasqualino Solomita
Sempre a proposito di Nervi: hai partecipato anche al concorso per l’Artemio Franchi di Firenze. Cosa ti ha insegnato quell’esperienza sui limiti del «costruire senza distruggere» di fronte a un vincolo così rigido?

Marco Casamonti

È un’esperienza dolorosa per me, perché avevo fatto il progetto dello stadio per la Fiorentina; poi l’amministrazione comunale ha deciso di procedere per suo conto e di fare un concorso. Al progetto che ha vinto, come a tutti i progetti che vincono i concorsi, bisogna fare i complimenti: non è il mio progetto.

Concorso Stadio Artemio Franchi, Firenze, Italia, 2022, Archea Associati. © Archea Associati
Concorso Stadio Artemio Franchi, Firenze, Italia, 2022, Archea Associati. (© Archea Associati)

Penso che avrei fatto un progetto diverso, con un approccio diverso, che probabilmente la commissione ha giudicato di minor valore rispetto a quello vincitore; ma questo è il giudizio della commissione, non è il mio. E quindi dico che va bene così: bisogna accettare le regole, se si partecipa ai concorsi, e fare i complimenti a chi ha vinto; poi si può cambiare idea, se si ritiene migliore il progetto vincitore, oppure rimanere coerenti con il proprio pensiero architettonico, se si ritiene migliore il proprio.

Concorso Stadio Artemio Franchi, Firenze, Italia, 2022, Archea Associati. © Archea Associati
Concorso Stadio Artemio Franchi, Firenze, Italia, 2022, Archea Associati. (© Archea Associati)

Spazi privati, uso pubblico: Casamonti sul ruolo delle convenzioni nella rigenerazione urbana

Pasqualino Solomita
Come valuti oggi lo stato dell’architettura italiana, tra eccellenze e lacune, nelle realizzazioni come nella ricerca? E una contro-domanda, che nasce dai progetti di cui abbiamo parlato: quando la rigenerazione urbana è affidata a stadi e cantine di capitali privati, chi ne verifica l’effettiva funzione pubblica, l’accessibilità, l’uso quotidiano al di là del committente?

Marco Casamonti

Rispondo prima all’ultima domanda. Penso che la proprietà di un edificio non sia interessante: è interessante l’uso. Se vado in uno stadio non mi interessa di chi sia la proprietà; mi interessa poter comprare un biglietto, accedervi e vedere la partita. Che sia proprietà del comune o della società di calcio, all’utente poco importa. Se vado in una piazza, che il suolo sia di proprietà del municipio o di un privato, che cosa mi interessa, se ci posso entrare liberamente? Credo che dobbiamo definire bene l’uso dei suoli, non la proprietà. La proprietà dei suoli per me è assolutamente indifferente: in questo le amministrazioni hanno un ruolo importante, perché attraverso le convenzioni con i privati possono regolamentare l’uso pubblico; anzi, ritengo che a volte sia meglio che i suoli o alcune infrastrutture siano privati, perché il privato ha maggiore capacità di spesa e maggiore capacità di manutenere bene un’opera, ma l’uso deve essere assolutamente pubblico. Chi lo regola? Lo regola il fatto che per entrare in uno stadio pago comunque il biglietto: sia che lo paghi a una società che lo ha in concessione, con proprietà comunale, sia che la società ne sia proprietaria.

Rigenerazione urbana, capitali privati e benefici pubblici: l’equilibrio necessario

Pasqualino Solomita
Il tema è quello del contributo dei capitali privati che permette la rigenerazione di uno spazio, e quindi la riqualificazione di un uso per la città e per i cittadini; tuttavia questo uso a volte resta limitato dagli eventi.

Marco Casamonti

Questo dipende dalla bravura di negoziazione delle amministrazioni. È ovvio che il privato vorrebbe avere tutto per sé e godere completamente i frutti di un’operazione. Sta alle amministrazioni pubbliche utilizzare il capitale privato per ottenere benefici per la collettività: si chiama public-private partnership. Ci vuole un giusto equilibrio, perché se è tutto sbilanciato dalla parte del pubblico il privato l’intervento non lo fa, se è tutto sbilanciato dalla parte del privato la collettività non ne ha beneficio; la saggezza e la capacità stanno nel saper regolamentare il bilanciamento tra queste due parti, ben sapendo che, in un momento di scarsità di denaro pubblico e di risorse pubbliche, è molto importante destinare le risorse alle necessità primarie: ospedali, scuole, istruzione, sanità e welfare. Però, se ci sono edifici esterni al tema del welfare, che un privato può fare e un’amministrazione può regolamentare, perché non farlo?

Il problema è trovare il giusto equilibrio, e quindi ci vuole da parte dell’amministrazione il polso fermo e la capacità di imporre le regole del gioco al privato, e da parte del privato il rispetto dell’amministrazione pubblica, per costruire insieme percorsi operativi. Ieri è venuto a Firenze Dominique Perrault, l’abbiamo invitato per una conferenza e ci ha raccontato l’esperienza del Villaggio Olimpico, realizzato al 67% con investimento privato e al 33% pubblico, che ha rigenerato un intero quartiere. Credo che il problema sia sempre quanta capacità abbiano le nostre amministrazioni di regolamentare e convenzionare le attività, affinché i privati possano avere il loro giusto ristoro e allo stesso tempo rendere un servizio alla collettività. Se questa capacità negoziale politica è debole, è chiaro che il privato prende il sopravvento; ma dall’altra parte, quando c’è l’arroganza dell’amministrazione pubblica che pensa di fare tutto da sola, poi non ha le risorse per costruire, e meno che mai per mantenere.

Quanti edifici pubblici vediamo manutenuti male, troppo grandi, costruiti male, senza senso, oggi in stato di abbandono, e che costituiscono un danno per la collettività, perché le spese di manutenzione le paga la collettività? Bisogna che tra le parti ci sia equilibrio, e in Italia si fa fatica a ottenerlo, perché ogni polo tende a prevalere sull’altro: questa è una costante del nostro Paese. Non c’è mai la consapevolezza di trovare il giusto equilibrio: sostenibile vuol dire il giusto equilibrio tra le cose. C’è sempre una parte che vuole prevalere sull’altra, e quando una parte vuole prevalere sull’altra di solito il risultato è non fare niente o, se si fa qualcosa, farla male.

Bravi a progettare, ma con poche opportunità di costruire: il paradosso italiano secondo Casamonti

Pasqualino Solomita
Ritorno alla prima parte della domanda: lo stato dell’architettura italiana tra produzione e ricerca. Come lo valuti da protagonista?

Marco Casamonti

Ho notato che gli architetti italiani sono molto bravi, molto capaci, molto raffinati; vivono in un Paese straordinario. Hanno poche occasioni, e questo è il limite. Quando hai poche occasioni finisci anche per perdere consapevolezza dei mezzi. Un musicista che non suona il pianoforte, non fa concerti e si limita ad allenarsi, quando va a fare il concerto può cadere. Lo stesso vale per uno sportivo che si allena e basta e non gioca le partite: hai bisogno di fare allenamento, ma anche partite. Un architetto ha bisogno di progettare e costruire, perché se progetta e basta e non costruisce, questo gli inibisce l’esperienza; e l’esperienza è fatta anche di tanti piccoli errori, di tante piccole consapevolezze e di confronto.

Il problema è che in Italia gli architetti sono bravi, ma le occasioni sono pochissime, rare; e quando le occasioni sono poche e rare hai un esercito di musicisti senza il pianoforte e senza le sale da concerto, e questo è veramente un male. Però sono fiducioso perché, vivendo in un Paese che ha una buona formazione di base e uno straordinario patrimonio artistico, gli architetti italiani in teoria sarebbero avvantaggiati. Sono svantaggiati da questa incapacità del pubblico e del privato di dialogare, e sono svantaggiati dal fatto che le occasioni di costruire sono poche. Forse anche perché abbiamo già costruito tanto: demograficamente stiamo calando, non siamo neanche tantissimi, ma abbiamo costruito tanto nel passato, e male. Nel XX secolo: benissimo prima, male adesso. Quando hai fatto molto bene prima e male da ultimo, il confronto tra le parti è problematico.

Architetto Marco Casamonti.
Architetto Marco Casamonti. (Alexander Dobrovodsky)

Chi fa ricerca in architettura? Casamonti tra università in crisi e aziende che investono

Pasqualino Solomita
E per quanto riguarda il tuo ruolo di docente com’è lo stato della ricerca?

Marco Casamonti

Lo stato della ricerca dentro le università è pessimo, perché ogni anno vengono tolte risorse ai dottorati e alle borse di studio, e quindi non premiamo migliaia di nostri studenti. Però in Italia si fa tanta ricerca: non nell’ambito universitario, dove se ne fa poca, ma nelle aziende e negli studi. Noi facciamo tantissima ricerca, investiamo tantissime risorse, tempo, anche intellettuale. Area ne è una dimostrazione; ma tutto il nostro lavoro è un lavoro di studio e di ricerca. E le aziende: se vuoi sapere che cosa succede oggi nel mondo dell’illuminazione, abbiamo aziende straordinarie, vai a visitarle e impari; se vuoi sapere che cosa succede nel mondo dei serramenti, abbiamo aziende straordinarie, vai e lì impari.

Nel mondo della componentistica per l’architettura l’Italia è tra i primi posti, e queste aziende fanno tanta ricerca; quindi noi siamo molto bravi. È un peccato che questa ricerca sia pratica, nelle aziende, e poco teorica sul piano della costruzione intellettuale, perché l’università è in un momento di debolezza strutturale a causa dei fondi e, in secondo luogo, a causa della polverizzazione delle strutture universitarie. Prima avevamo poche grandi facoltà di architettura: Milano, Venezia, Firenze, Roma, Napoli, Palermo. Adesso abbiamo facoltà di architettura in ogni dove, e abbiamo anche tantissimi docenti: c’è da chiedersi se tutti siano in grado di insegnare. Forse dobbiamo fare una riflessione su questo.

Insegnare architettura senza poterla praticare? Casamonti sul rapporto tra università e professione

Pasqualino Solomita
Il limite può essere anche il vincolo d’incompatibilità per chi è anche progettista?

Marco Casamonti

C’è il problema che l’università ti dice che, se vuoi diventare per esempio ricercatore, devi insegnare architettura ma non puoi fare l’architetto, perché devi essere a tempo pieno. Ma se devi insegnare una materia che non puoi praticare, spiegami com’è possibile! Questa è una contraddizione pazzesca, dolorosa, e che crea moltissimi problemi. Abbiamo docenti molto bravi sul piano teorico, ma probabilmente incapaci di sapere come si concreta la costruzione di un edificio. Questo è un fatto molto negativo, non perché non lo sappiano in senso assoluto, ma perché non l’hanno mai fatto: si impara facendo. Questa è un’enorme contraddizione del sistema universitario italiano, in particolare per le facoltà di architettura. A Medicina non è così: ci sono gli istituti ospedalieri universitari dove il giovane ricercatore fa pratica. Ma se lo fa un medico, perché non dovrebbe farlo un architetto? Questo è il problema.

Immagini

© Archea Associati

Stadio Flaminio, Roma, Italia, 2026, Archea Associati.

© Archea Associati

Concorso Stadio Artemio Franchi, Firenze, Italia, 2022, Archea Associati.

© Sun Group

Kiss Bridge, Phú Quốc, Vietnam, 2023; Archea Associati.

© Pietro Savorelli e Associati

Stadio Nazionale dell'Albania, Tirana, Albania, 2019, Archea Associati. © Pietro Savorelli e Associati

® Pietro Savorelli e Associati

Biblioteca Comunale di Curno, Curno, Italia, 2009, Archea Associati. © Pietro Savorelli e Associati

® Cristiano Bianchi

World Ceramic Art City, Liling, Cina, 2010, Archea Associati.

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