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Quattro ciliegie e un ciliegio

Il futuro del Ceis e quello dell’Anfiteatro Romano di Rimini non devono necessariamente coincidere. La proposta è individuare una nuova sede per la scuola, preservandone identità e metodo educativo e restituendo al monumento la sua piena funzione culturale e archeologica.

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Il rapporto tra il Ceis e l’Anfiteatro Romano di Rimini continua ad alimentare un dibattito che intreccia educazione, memoria, tutela archeologica e scelte urbanistiche. Al centro della riflessione c’è la necessità di distinguere il valore storico e pedagogico dell’esperienza del Ceis dalla permanenza della scuola nella sua attuale sede. Secondo questa prospettiva, trasferire il centro educativo non significherebbe cancellarne l’identità, ma offrirgli nuove possibilità di crescita. Parallelamente, consentirebbe di restituire maggiore centralità a uno dei più importanti beni archeologici della città. L’obiettivo, dunque, non è scegliere tra scuola e monumento, ma costruire un futuro adeguato per entrambi.


Ceis e Anfiteatro Romano: due patrimoni da tutelare, due futuri da costruire

Quattro ciliegie che si credono un ciliegio, un albero.

Ovvero quattro “baracche” — oggi anche di più — che si credono un monumento, un anfiteatro.

Può sembrare una provocazione. In realtà è, a mio avviso, la metafora più semplice per descrivere un equivoco che a Rimini da troppo tempo condiziona il dibattito sul futuro dell’Anfiteatro Romano e del Ceis.

Un equivoco che va finalmente sciolto.

La mia posizione è rispettosa, è espressa da tempo e condivisa da altri. Non nasce da un intento distruttivo. Nasce, al contrario, da una sincera e profonda sensibilità verso la storia, la cultura, il patrimonio archeologico e l’antica impronta della città.

Sia chiaro, dunque, ancora una volta: non è in discussione il valore del Ceis, delle sue esperienze educative, del metodo Schwarz, né il carattere laico della scuola.

Nessuno vuole mettere in archivio, ridimensionare o soppiantare questo patrimonio educativo.

Al contrario: proprio perché se ne riconosce il valore, è doveroso garantirgli un futuro, una prospettiva di crescita e una sede adeguata, stabile e definitiva.

Il punto vero della discussione è un altro.

Qualcuno sostiene che non sia sostituibile il topos: che il luogo nel quale l’esperienza del Ceis è nata e si è sviluppata sia ormai parte inseparabile della sua identità e che, per questa ragione, non possa essere ricollocata altrove.

È qui che bisogna avere il coraggio di distinguere.

Un’esperienza pedagogica può avere un luogo nel quale è nata. Può essere legata affettivamente e storicamente a quel luogo. Può avervi costruito una parte importante della propria identità.

Ma non può trasformare quel luogo nella propria identità.

Il metodo Schwarz non sta nelle “baracche”.

Le didattiche del Ceis non si esauriscono nelle “baracche”.

La laicità della scuola non alberga nelle “baracche”.

La storia del Ceis non è scritta soltanto nelle “baracche”.

E nemmeno il suo futuro può dipendere necessariamente da esse.

Il patrimonio educativo appartiene alle persone, agli insegnanti, agli studenti, alle famiglie, alla comunità scolastica, alla storia e al progetto pedagogico del Ceis.

Non appartiene a quattro — oggi anche più di quattro — manufatti edilizi sorti e sviluppatisi sul sedime di un monumento romano.

E qui torniamo alle ciliegie.

Quattro ciliegie possono stare su un ciliegio. Possono crescere grazie a quel ciliegio. Possono perfino essere diventate, nel tempo, parte della sua storia.

Ma quattro ciliegie non sono il ciliegio.

Allo stesso modo, una scuola può essere nata e cresciuta in un determinato luogo senza che quel luogo diventi la scuola.

Confondere le due cose significa sovrapporre questioni che invece devono essere tenute distinte: la continuità di un’esperienza educativa e la permanenza della sua sede fisica.

La prima va assolutamente tutelata, preservata e valorizzata.

La seconda può e deve essere oggetto di una scelta urbanistica.

Spetta alla Municipalità, d’intesa con gli Enti competenti per la tutela dei luoghi, individuare con responsabilità e lungimiranza un nuovo sito per il Ceis.

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E questa operazione non deve essere raccontata né vissuta come uno “sfratto”.

Dovrebbe essere l’esatto contrario.

Dovrebbe essere un’opportunità di valorizzazione del Ceis e, contemporaneamente, di doverosa restituzione alla città dell’Anfiteatro Romano.

Perché il punto irrinunciabile è questo: non si può pensare che strutture nate come provvisorie diventino, per il semplice trascorrere del tempo, una presenza permanente su un bene archeologico di tale rilevanza.

Il tempo non trasforma automaticamente il provvisorio in definitivo.

E la permanenza nel tempo non può, da sola, determinare la destinazione futura di un bene di interesse pubblico.

Non è una questione di contrapposizione tra chi ama la scuola e chi ama la storia.

È una questione di responsabilità pubblica.

È una questione di tutela.

È una questione di buon senso.

E, prima ancora, di onestà intellettuale.

Un bene archeologico di tale rilevanza, seppur depredato e compromesso nei secoli, non può essere considerato un ostacolo da aggirare per conservare indefinitamente una sistemazione nata come temporanea.

Ma, allo stesso modo, un’esperienza educativa di tale valore non dovrebbe essere condannata a rimanere per sempre legata a una sede che può limitarne prospettive e sviluppo.

E allora la scelta non è tra il Ceis e l’Anfiteatro.

La scelta è se continuare a considerarli necessariamente coincidenti oppure avere il coraggio di riconoscere che possono — e devono — avere ciascuno il proprio futuro.

Dare un futuro al Ceis significa anche liberarlo dall’idea che, per essere se stesso, debba necessariamente stare lì.

E restituire l’Anfiteatro alla città significa finalmente liberarlo dalla presenza di strutture che, nate come provvisorie, sono diventate nel tempo una presenza permanente.

È tempo di uscire dalla logica dello scontro.

È tempo di una scelta adulta e responsabile: offrire al Ceis una sede adeguata alla qualità della sua esperienza, nella quale le sue didattiche, il metodo Schwarz, la sua identità e la sua laicità possano continuare a vivere e svilupparsi; e, contemporaneamente, restituire all’Anfiteatro la possibilità di essere ciò che è.

Un monumento.

Non si tratta di cancellare una storia.

Si tratta di riconoscere la differenza tra ciò che quella storia ha prodotto e il luogo nel quale, per una particolare circostanza storica, essa si è insediata.

Il Ceis può continuare a essere pienamente Ceis anche altrove.

L’Anfiteatro, invece, può essere soltanto lì dove la storia lo ha posto.

Perché le ciliegie possono svilupparsi su un altro ramo.

Un ciliegio no.

E quattro “baracche”, per quanto tempo vi siano rimaste, non diventano un monumento.

Non diventano un anfiteatro.

Le preesistenze archeologiche dell’arena al tramonto: un paesaggio silenzioso che evoca la forma e la storia dell’anfiteatro.
Le preesistenze archeologiche dell’arena al tramonto: un paesaggio silenzioso che evoca la forma e la storia dell’anfiteatro. (© Andrea Dari, Ingenio)

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