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Isolamento sismico nella ricostruzione post sisma, Fagotti: il caso Castelluccio di Norcia

L’isolamento sismico è uno degli strumenti più efficaci per trasformare la ricostruzione post sisma da semplice riparazione del danno a strategia di prevenzione. Il caso Castelluccio di Norcia, illustrato da Gianluca Fagotti al SAIE LAB di Perugia, mostra come una scelta progettuale possa ridurre la vulnerabilità degli edifici e diventare modello tecnico per i borghi appenninici.

La ricostruzione post sisma non può limitarsi a ripristinare ciò che il terremoto ha danneggiato: deve ridurre il rischio futuro. Nell’esperienza umbra, e in particolare nel caso Castelluccio di Norcia, l’isolamento sismico diventa una soluzione progettuale capace di intervenire sul comportamento globale degli edifici, riducendo le accelerazioni trasmesse alla struttura e migliorando la sicurezza del costruito. La relazione di Gianluca Fagotti al SAIE LAB di Perugia evidenzia il valore di un approccio che integra prevenzione, qualità esecutiva, conoscenza del danno e innovazione tecnica. Per progettisti, imprese e pubbliche amministrazioni, l’esperienza umbra rappresenta un riferimento operativo per ricostruire borghi più sicuri e resilienti.


Vulnerabilità del costruito e nuovi paradigmi della progettazione antisismica

Al SAIE LAB di Perugia, Gianluca Fagotti, Presidente dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Perugia, ha proposto una riflessione tecnica di grande spessore sul tema della ricostruzione post-sismica, offrendo una lettura che intreccia esperienza sul campo, evoluzione normativa e innovazione tecnologica. Il quadro delineato è quello di un territorio, l’Umbria, che negli ultimi decenni è diventato un autentico laboratorio nazionale della prevenzione e della ricostruzione: dai terremoti del 1979 e del 1997 fino agli eventi del 2016 e del 2023, passando inevitabilmente per il confronto con le esperienze del Centro Italia e dell’Aquila.

Secondo Fagotti, proprio la frequenza e la complessità delle emergenze affrontate hanno consentito al sistema tecnico regionale di maturare competenze avanzate sia nella progettazione sia nell’esecuzione degli interventi. Una crescita che coinvolge professionisti, università, imprese e istituzioni e che oggi permette di affrontare la ricostruzione con approcci sempre più evoluti, capaci di superare la tradizionale logica della mera riparazione del danno.

Uno dei temi centrali dell’intervento ha riguardato la vulnerabilità del patrimonio edilizio italiano. Fagotti ha ricordato come circa l’85% degli edifici presenti nel Paese sia stato costruito in assenza di normative antisismiche moderne, condizione che rende inevitabilmente elevato il rischio sismico. In questo contesto, il concetto di prevenzione non può limitarsi all’adeguamento normativo ma deve tradursi in una revisione profonda del modo di progettare.

Particolarmente significativa è stata la riflessione sul concetto di “riduzione della pericolosità”, proposta in chiave volutamente provocatoria ma tecnicamente fondata. Attraverso sistemi di isolamento sismico, infatti, è possibile abbattere drasticamente le accelerazioni trasmesse alla struttura, fino a ridurre di otto o dieci volte l’azione sismica percepita dall’edificio rispetto a una costruzione a base fissa. In pratica, come osservato nel caso del nuovo municipio di Norcia, un edificio può comportarsi come se fosse collocato in un’area a minore pericolosità sismica, introducendo un cambio di paradigma rispetto alla progettazione tradizionale.

Fagotti ha inoltre richiamato l’attenzione sul significato reale delle Norme Tecniche per le Costruzioni, spesso frainteso nel dibattito pubblico. L’obiettivo delle norme non è impedire qualsiasi danno agli edifici, bensì garantire la salvaguardia della vita umana attraverso il controllo dei meccanismi di collasso. Da qui nasce la necessità di distinguere chiaramente tra comportamento strutturale atteso e percezione comune del danno post-sisma.


Dall’osservazione del danno alla progettazione consapevole

Ampio spazio è stato dedicato all’analisi dei meccanismi di danneggiamento osservati nei terremoti del Centro Italia. Murature ribaltate, pannelli lesionati, assenza di collegamenti efficaci, nodi non confinati e dettagli costruttivi carenti rappresentano, secondo Fagotti, problematiche ricorrenti che continuano a riproporsi anche in edifici relativamente recenti.

Di particolare interesse è stata la riflessione sugli effetti dell’azione sismica verticale, spesso sottovalutata nella pratica progettuale. Attraverso esempi osservati a San Pellegrino di Norcia, è stato mostrato come alcuni edifici abbiano manifestato danni crescenti ai piani superiori, comportamento apparentemente contrario alle attese tradizionali. In alcuni casi, l’accelerazione verticale ha addirittura superato l’accelerazione di gravità, provocando fenomeni di distacco tra i livelli dell’edificio e lesioni concentrate nei sottofinestra per effetto di veri e propri fenomeni di “rimbalzo” strutturale.

Queste osservazioni conducono a una conclusione netta: nelle aree a elevata sismicità non è più sufficiente concepire edifici in muratura secondo schemi tradizionali. Occorre garantire continuità strutturale lungo tutta l’altezza dell’edificio, dalla copertura alle fondazioni, attraverso sistemi costruttivi evoluti come la muratura armata o confinata.

Anche per gli edifici in cemento armato il tema centrale rimane quello del dettaglio costruttivo. Staffe aperte, ancoraggi inefficaci delle armature e interazioni non controllate con le tamponature sono state individuate come cause determinanti di molti danneggiamenti osservati dopo il sisma. Fagotti ha sottolineato come l’analisi dei quadri fessurativi debba rappresentare una fase essenziale dell’attività progettuale, addirittura prioritaria rispetto alla modellazione numerica, perché solo la comprensione fisica del comportamento strutturale consente di interpretare correttamente i fenomeni osservati sul campo.

Murature vulnerabili: il richiamo tecnico agli studi di Mariani

Nel ragionamento sulla ricostruzione post sisma, il caso umbro si collega direttamente agli studi di Massimo Mariani sulle murature storiche vulnerabili. Il punto tecnico è decisivo: quando una struttura in muratura ha perso continuità, coesione interna e comportamento scatolare, l’applicazione automatica di modelli dinamici lineari può risultare inadeguata a rappresentarne la reale risposta sismica.
Prima della modellazione servono diagnosi del dissesto, lettura dei cinematismi locali, verifica dei collegamenti, analisi della disgregazione muraria e valutazione della “memoria del danno” prodotta da eventi sismici precedenti. Solo il ripristino dell’integrità strutturale consente di rendere più affidabile il successivo percorso progettuale.
È su questo terreno che la relazione di Gianluca Fagotti dialoga con quella di Mariani: prevenzione, conoscenza del costruito, attenzione alla componente verticale del sisma e qualità degli interventi diventano condizioni operative per una ricostruzione realmente orientata alla riduzione della vulnerabilità.
Leggi anche: Murature storiche vulnerabili, Mariani: perché le NTC vanno cambiate


Isolamento sismico e ricostruzione resiliente: il caso Castelluccio di Norcia

La parte finale della relazione si è concentrata sulle prospettive future della ricostruzione, con particolare attenzione alle tecnologie di isolamento sismico. Secondo Fagotti, il ricorso sempre più diffuso a questi sistemi nella ricostruzione post-2016 nasce da una consapevolezza ormai consolidata: continuare a ricostruire edifici destinati a danneggiarsi nuovamente significa esporre cittadini e Stato a costi economici e sociali enormi.

La valutazione costi-benefici, infatti, non può limitarsi al solo investimento iniziale ma deve considerare anche i costi indiretti delle emergenze successive: contributi per la ricostruzione, sostegni abitativi temporanei, perdita di attività produttive e spopolamento dei territori.

Emblematico, in questo senso, è il progetto di ricostruzione di Castelluccio di Norcia, sviluppato in collaborazione con l’Università degli Studi di Perugia. L’intervento prevede la realizzazione di una grande piattaforma isolata di circa 6.500 metri quadrati sulla quale sorgeranno 17 aggregati edilizi, 60 unità strutturali, 144 unità immobiliari e due edifici di culto. Una soluzione altamente innovativa pensata per garantire la permanenza del borgo nel suo contesto originario, nonostante le elevatissime criticità sismiche, ambientali e paesaggistiche dell’area.

A chiudere simbolicamente l’intervento è stato il confronto tra due immagini: Amatrice dopo il terremoto del 24 agosto 2016 e Norcia dopo il sisma del 30 ottobre dello stesso anno, caratterizzato da un’energia circa trenta volte superiore. Un confronto che, secondo Fagotti, dimostra concretamente quanto la prevenzione, la cultura tecnica e la qualità degli interventi possano incidere sulla resilienza del costruito e sulla capacità dei territori di resistere agli eventi estremi.

DI SEGUITO L'INTERVENTO INTEGRALE DI GIANLUCA FAGOTTI.


Il testo è stato elaborato mediante la videoregistrazione dell'intervento, con l'aiuto dell'IA.

IN SINTESI
-L’Umbria rappresenta oggi un laboratorio nazionale della ricostruzione post-sismica grazie all’esperienza maturata dopo i terremoti del 1979, 1997, 2016 e 2023.
-Il patrimonio edilizio italiano resta altamente vulnerabile perché gran parte degli edifici è stata costruita prima dell’introduzione delle moderne normative antisismiche.
-L’analisi dei danni osservati nei terremoti del Centro Italia evidenzia l’importanza decisiva dei dettagli costruttivi, dei collegamenti strutturali e della continuità della struttura.
-Le tecnologie di isolamento sismico stanno cambiando il paradigma progettuale, consentendo di ridurre drasticamente le accelerazioni trasmesse agli edifici e limitando i danni strutturali.
-Il progetto di ricostruzione di Castelluccio di Norcia rappresenta uno dei casi più avanzati di applicazione dell’isolamento sismico su scala urbana in Italia.

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