Riuso di spazi industriali dismessi: il ristorante AL a Torino come modello di rigenerazione funzionale e identitaria
Nel cuore della Torino post-industriale, all’interno dei Docks Dora, NO.T Architetti Associati firmano il ristorante AL, ideato dallo chef torinese Alberto Fluttero, formatosi con Davide Oldani e nei ristoranti londinesi. Un progetto che mette in relazione cucina e spazio attraverso un linguaggio essenziale, misurato, coerente con la memoria produttiva del luogo.
Il riuso di spazi industriali dismessi pone questioni di identità, funzionalità e comfort indoor. Ai Docks Dora di Torino, NO.T Architetti trasformano un ex laboratorio enologico in ristorante, lavorando per sottrazione su involucro esistente, materiali materici e layout open space. La cucina a vista diventa fulcro relazionale, in equilibrio tra memoria industriale e progetto contemporaneo.
Tra memoria industriale e progetto contemporaneo: ai Docks Dora un intervento che reinterpreta l’eredità torinese in chiave essenziale e attuale
Tra memoria industriale e progetto contemporaneo: ai Docks Dora un intervento che reinterpreta l’eredità industriale torinese in chiave essenziale e attuale.
Cosa sono i Docks Dora
I Docks Dora sono un complesso di ex magazzini generali costruiti a partire dal 1912 nella zona nord di Torino.
Nati come infrastruttura logistica collegata alla linea ferroviaria Torino–Milano, erano destinati allo stoccaggio e allo smistamento di merci, soprattutto alimentari.
Oggi rappresentano uno dei principali esempi di archeologia industriale torinese, riconvertito a polo creativo, culturale e commerciale.
Nel cuore della Torino post-industriale, all’interno dei Docks Dora, NO.T Architetti associati firmano un nuovo ristorante in cui cucina e spazio condividono la stessa tensione verso l’essenzialità, AL , ideato da Alberto Fluttero, chef torinese formatosi con Davide Oldani e nei migliori ristoranti londinesi.
Tra volumi razionali e tracce ferroviarie ancora visibili, prende forma l’intervento di NO.T Architetti , che reinterpreta l’anima autentica del luogo in chiave contemporanea, attraverso un approccio rispettoso e misurato.
Il progetto si inserisce all’interno di un ex laboratorio enologico di circa 100 mq, trasformato — come racconta Silvia Rossi, cofondatrice dello studio — «senza snaturarne l’identità originaria e mantenendo intatte le suggestioni industriali, che diventano elementi identitari del nuovo spazio, con l’obiettivo di creare un ambiente essenziale sia nell’arredamento sia nella scelta dei materiali, concepiti nel pieno rispetto della storia del luogo e del suo fascino post-industriale».
L’ architettura esistente - soffitti alti, ampie vetrate, superfici continue e volumi razionali - viene valorizzata da un progetto che lavora per sottrazione. Lo spazio si sviluppa come un ampio open space luminoso, in cui materiali grezzi, texture materiche e volumi essenziali dialogano con un layout contemporaneo e funzionale. La struttura mantiene l’impostazione razionale tipica dei magazzini merci di inizio novecento restituendo un senso di ordine, ampiezza e leggibilità degli ambienti.
Fulcro compositivo dello spazio è la cucina a vista, concepita come dispositivo architettonico e relazionale: non un semplice elemento tecnico, ma una vera e propria soglia aperta che annulla le barriere tra produzione e fruizione. Attorno ad essa, la sala si articola in una sequenza di tavoli pensati per offrire intimità e comfort, senza rinunciare alla percezione dell’insieme e alla convivialità collettiva.
L’interior design, sviluppato sempre con la consulenza di NO.T Architetti, segue un principio di “minimalismo organico”: non estetizzante, ma profondamente funzionale. I materiali sono scelti per la loro coerenza con il luogo e per la loro sostenibilità: pavimento in microcemento, tavoli in rovere multilamellare, sedute in multistrato con struttura in tubolare nero.
Tutti gli arredi in legno multistrato rispondono a criteri di durabilità ed ecosostenibilità, così come la grande madia lunga cinque metri, realizzata in legno di recupero da un artigiano che opera all’interno dello stesso complesso dei Docks Dora.
La palette cromatica lavora su tonalità tenui, calde e fredde, capaci di accompagnare la luce naturale che filtra dalle grandi superfici vetrate. L’atmosfera che ne deriva è sobria ma accogliente, sofisticata senza ostentazione: uno spazio che richiama le grandi riconversioni urbane europee - da Berlino a Londra, fino alle capitali nordiche - pur rimanendo profondamente radicato nel tessuto urbano torinese.
Il progetto conferma i Docks Dora come laboratorio di sperimentazione architettonica e culturale in continuo fermento, dove attività artistiche e commerciali convivono in un ecosistema creativo attento alle innovazioni. Un progetto che dimostra come l’architettura d’interni possa diventare strumento di narrazione del luogo, capace di trasformare l’eredità industriale in uno spazio contemporaneo, vivo e profondamente identitario.
I PROGETTISTI
NO.T Architetti Associati è uno studio di architettura con sede a Torino, fondato nel 2011 da Silvia Rossi e Francesco Campobasso, entrambi laureati presso la Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino. Dalla sinergia dei percorsi formativi e professionali dei due soci – sviluppati, rispettivamente, in ambiti quali progetti su larga scala, project management e sviluppo esecutivo, e in quelli dell’interior design, dell’allestimento di spazi espositivi e della valutazione energetica – lo studio ha costruito una solida competenza multidisciplinare. Le sue attività spaziano dalla progettazione di edifici residenziali, direzionali e commerciali fino agli interventi su scala minuta, come spazi per uffici e abitazioni private. Alla base della filosofia progettuale di NO.T Architetti vi è la convinzione che la qualità del progetto rappresenti un valore imprescindibile: è attraverso la cura della forma, la funzionalità degli spazi, l’attenta scelta dei materiali e il disegno del dettaglio che si generano ambienti in grado di influenzare positivamente la vita quotidiana delle persone. Per perseguire questo obiettivo, lo studio adotta un approccio fondato sul controllo rigoroso di tutte le fasi progettuali, a qualsiasi livello venga richiesto il proprio intervento. Un controllo che non si limita alla gestione dei processi – anche complessi – che conducono al buon esito dell’opera, ma che si esprime soprattutto nella costante attenzione e approfondimento del progetto, dalla fase concettuale fino a quella esecutiva, costruttiva e al supporto in cantiere.
CREDITI DI PROGETTO
Falegnameria (tavoli e librerie): Añez Moreno Ronald Martin
Lavandino e piatti in grès:
Elisa Brelyart
Pannelli fonoassorbenti:
ECOcero
Attrezzature cucina:
Grimar by Maintec
Sedie:
Sklum
Arredi vintage:
Stov Forniture
Lampadario:
Poulsen
Appliques a parete:
Oma, Beneito Faure
Fornitura corpi illuminanti:
Esperienza in Luce
Finiture resine e microcemento: AP di Abate Pasquale
General contractor: impresa Mulè R. & Figli
Riuso di spazi industriali: progettare per sottrazione valorizzando struttura e involucro storico
Di seguito l'intervista della redazione di Ingenio allo studio NO.T Architetti Associati per approfondire alcune scelte progettuali.
In che modo il progetto lavora “per sottrazione” per valorizzare l’architettura industriale esistente, come soffitti alti, ampie vetrate e superfici in mattoni faccia a vista?
NO.T Architetti Associati
Il nostro approccio per il ristorante AL è stato guidato dalla volontà di restituire allo spazio la sua solennità originaria. Lavorare "per sottrazione" ha significato per noi eliminare le stratificazioni inutili per liberare la straordinaria maglia strutturale del sistema Hennebique, il brevetto in cemento armato che all'inizio del Novecento permise di creare queste campate ampie e solai sottili senza muri portanti ingombranti. Invece di aggiungere volumi che frammentassero i 100 mq a disposizione, abbiamo scelto di preservare la "scatola" originale: i soffitti alti e le grandi vetrate raccordate tornano così a respirare, trasformando il vuoto in un elemento architettonico concreto. La bellezza del progetto risiede nella sincerità costruttiva dell'epoca, dove la logica ingegneristica non ha bisogno di ornamenti per esprimere la sua eleganza.

Che cos'è il sistema Hennebique
Il sistema Hennebique è un metodo costruttivo in calcestruzzo armato sviluppato alla fine dell’Ottocento dall’ingegnere francese François Hennebique. Si basa sull’integrazione strutturale tra calcestruzzo e armature in ferro, collegate in modo solidale per lavorare insieme a trazione e compressione.
Introduce l’uso di staffe e ferri piegati per migliorare la resistenza a taglio e la continuità tra travi e pilastri.
È uno dei primi sistemi a concepire l’edificio come telaio monolitico, aumentando stabilità e rigidezza.
Ha avuto enorme diffusione in Europa tra fine ’800 e inizio ’900, segnando la nascita dell’ingegneria moderna del cemento armato.
Mattoni faccia a vista e superfici grezze: strategie di conservazione nel recupero dei Docks Dora
Quale ruolo hanno i materiali materici e le superfici grezze nel mantenere la memoria dell’ex laboratorio enologico all’interno del nuovo ristorante AL?
NO.T Architetti Associati
I materiali che abbiamo scelto di mantenere sono i veri tessuti connettivi tra il passato produttivo dei Docks Dora e il presente conviviale del ristorante. I mattoni faccia a vista non sono per noi semplici quinte scenografiche, ma testimoni silenziosi della vocazione originaria del luogo come deposito doganale e laboratorio enologico. Lasciare a vista i nodi strutturali in calcestruzzo, con i tipici raccordi curvi dei pilastri del sistema Porcheddu-Hennebique, ci ha permesso di conservare l'anima dei magazzini di inizio secolo. Questo dialogo tra superfici grezze e layout contemporaneo offre all'ospite un'esperienza tattile autentica, dove la memoria storica del mattone si fonde con la precisione del design attuale.
Palette cromatica tenue e luce naturale: come progettare l’armonia tonale negli spazi industriali recuperati
In che modo la scelta di una palette cromatica tenue e di materiali come microcemento e legno si relaziona con la presenza dei mattoni faccia a vista e con la luce naturale delle grandi vetrate?
NO.T Architetti Associati
Abbiamo studiato l'integrazione tra i nuovi materiali e l'archeologia industriale cercando un'armonia tonale che evitasse contrasti troppo stridenti. Il pavimento in microcemento è stato pensato come un omaggio contemporaneo alle finiture industriali dei solai originali, offrendo una superficie continua che esalta la verticalità dei pilastri e riflette la luce naturale che inonda la sala. A questo rigore materico abbiamo accostato il calore organico del rovere e del legno multistrato, con l'obiettivo di "scaldare" la percezione del cemento e del mattone. La palette cromatica, giocata su toni caldi e freddi, muta durante il giorno seguendo l'incidenza della luce dalle grandi vetrate, rendendo l'atmosfera sofisticata ma sempre accogliente.
Riconversione di edifici industriali storici: come preservare volumi e superfici per garantire coerenza tipologica e valore urbano
Perché il mantenimento delle superfici originali, come i volumi razionali e i mattoni faccia a vista dei Docks Dora, contribuisce a rafforzare l’identità post-industriale dello spazio?
NO.T Architetti Associati
Preservare i volumi razionali dei Docks Dora significa per noi onorare un'icona della modernità torinese. Questo complesso era un avamposto tecnologico d'avanguardia e mantenere l'impostazione dei magazzini merci originari ci permette di riconnetterci a quella storia di eccellenza tecnica. L'identità post-industriale di AL non è un'etichetta estetica sovrapposta, ma un'eredità tangibile: conservando i mattoni e le strutture originali, abbiamo voluto creare uno spazio che dialogasse con le grandi riconversioni di Berlino o Londra, pur rimanendo profondamente radicato nel rigore e nella pulizia formale che caratterizzano Torino e il suo passato industriale.
Architettura post-industriale e interior design: integrare elementi costruttivi storici nella narrazione dello spazio contemporaneo
Come il progetto di riuso dei Docks Dora dimostra che elementi costruttivi storici possono diventare parte attiva della narrazione architettonica di uno spazio contemporaneo?
NO.T Architetti Associati
Con questo progetto abbiamo voluto dimostrare che un vincolo storico, come lo scheletro in cemento armato, può trasformarsi nel motore narrativo di un interno contemporaneo. Un esempio concreto è la madia di cinque metri che abbiamo inserito nello spazio: è stata realizzata in legno di recupero da un artigiano che lavora proprio qui, all'interno dei Docks Dora. Questo oggetto non è solo un arredo, ma racconta la resilienza e la continuità produttiva del luogo. Allo stesso modo, la cucina a vista è stata concepita come un nuovo "centro di produzione" che annulla le distanze tra creazione e fruizione, ricalcando simbolicamente l'efficienza degli antichi scali merci e trasformando l'eredità dei Docks in un'esperienza viva e identitaria.

Fonte: comunicArch
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