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Salubrità, qualità dell'aria indoor e impianti HVAC – requisiti tecnici, errori progettuali e roadmap operativa

La qualità dell’aria interna è oggi un requisito tecnico cogente, non più un tema accessorio. CAM Edilizia, Decreto Requisiti Minimi e programmi di ricerca del PNC 2023-2026 impongono criteri su ventilazione, emissioni dei materiali e monitoraggio. In questa intervista l’Ing. Clara Peretti chiarisce criticità ricorrenti, errori progettuali e priorità operative per trasformare la salubrità indoor da requisito formale a prestazione misurabile e verificabile nel tempo.

Negli edifici esistenti e nelle nuove costruzioni, la qualità dell’aria indoor è ormai un requisito tecnico, non più solo comfort percepito. Ventilazione, filtrazione, controllo dell’umidità e monitoraggio continuo incidono su salute, prestazioni e consumi. Norme come CAM Edilizia e Decreto Requisiti Minimi impongono verifiche misurabili, spostando l’attenzione dall’adempimento formale alla gestione reale dell’involucro-impianto.

Ne parliamo con L'Ing. Clara Peretti, approfondendo criticità ricorrenti, errori progettuali e priorità operative per portare la salubrità indoor da requisito “sulla carta” a prestazione verificabile nel tempo.


Salubrità indoor: perché oggi è un requisito tecnico obbligatorio (CAM Edilizia, Decreto Requisiti Minimi e PNC 2023-2026)

Oggi, qual è il segnale più chiaro che dimostra che la salubrità indoor è una priorità tecnica (e non solo un tema “di comfort”)?

Clara Peretti

Un segnale molto chiaro che dimostra come la salubrità indoor sia ormai una priorità, e non solo un tema di comfort, è il fatto che oggi esistono norme cogenti e precise politiche pubbliche dedicate a questo aspetto. Provvedimenti obbligatori come i CAM Edilizia impongono criteri specifici relativi alla qualità dell’aria interna, alle emissioni dei materiali e alla ventilazione, trasformando la salubrità in un vero e proprio requisito tecnico di progetto. Anche il decreto requisiti minimi affianca agli aspetti energetici e prestazionali, per la prima volta, ad un focus sulla qualità dell’ambiente interno, confermando che non si parla più solo di benessere percepito ma di prestazioni misurabili.

 

Ing. Clara Peretti.
Ing. Clara Peretti. (Ing. Clara Peretti.)

  

A questo si aggiunge la progressiva riduzione dei limiti agli inquinanti outdoor, come PM e NOx, che dimostra un approccio integrato alla qualità dell’aria: poiché le persone trascorrono la maggior parte del tempo in ambienti chiusi, la regolazione dell’aria esterna ha ricadute dirette sulla qualità dell’aria interna, riconosciuta come principale luogo di esposizione. Parallelamente, l’attenzione esplicita alla salute degli occupanti nelle linee guida tecniche, nei protocolli di sostenibilità volontari indica che l’obiettivo progettuale non sono più solo i consumi, ma anche la prevenzione del rischio sanitario.

Inoltre, i numerosi studi e progetti di ricerca finanziati, come quelli avviati nell’ambito del PNC dal Ministero della Salute (anni 2023-2026), mostrano che la qualità dell’aria indoor è diventata un tema di sanità pubblica e di ricerca applicata, con effetti concreti su norme, standard e prassi professionali. Nel loro insieme, questi elementi dimostrano che la salubrità degli ambienti interni è ormai riconosciuta come una vera priorità tecnica e sanitaria, con requisiti chiari, misurabili, verificabili e in parte obbligatori.

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IAQ negli edifici esistenti: le criticità più frequenti nelle riqualificazioni di scuole, uffici e abitazioni

Quali sono le criticità più frequenti che riscontri negli edifici esistenti e nelle riqualificazioni (scuole, uffici, residenziale)?

Clara Peretti

Nell’edilizia esistente, sia nelle scuole che negli uffici e nel residenziale, le criticità più frequenti riguardano innanzitutto l’assenza di impianti di ventilazione adeguati e, più in generale, la mancanza di una vera cultura sugli inquinanti indoor e sui loro effetti sulla salute. A questo si aggiunge la grande quantità di informazioni distorte o esclusivamente commerciali: sebbene il periodo del Covid abbia acceso un forte dibattito sulla qualità dell’aria interna, l’attenzione si è rapidamente spostata su altro, senza tradursi in un cambiamento strutturale e diffuso.

Nelle scuole, questo si traduce molto spesso in livelli di CO₂ estremamente elevati, anche superiori a 5.000 ppm, sintomo di un ricambio d’aria del tutto insufficiente, con conseguenze su benessere, attenzione e performance degli studenti. Negli uffici, oltre alla presenza di sorgenti interne di inquinanti come fotocopiatrici e stampanti, si riscontrano frequentemente situazioni di discomfort (correnti d’aria, temperature non uniformi, umidità non controllata) e impianti esistenti con manutenzione carente o non corretta, che ne compromette l’efficacia e la salubrità.

Nel residenziale, le criticità sono spesso legate alle abitudini quotidiane e alla scarsa consapevolezza: si sottovalutano i problemi di umidità, muffa, emissioni da arredi e prodotti chimici, e si ricorre a soluzioni “tampone” inadeguate, come sistemi miracolosi di rimozione della muffa molto costosi ma non risolutivi, invece di intervenire sulle cause reali, ossia ventilazione, ponti termici e corretta gestione degli ambienti. Tutti questi aspetti mostrano come, nelle riqualificazioni, la qualità dell’aria interna venga ancora troppo spesso affrontata in modo parziale o superficiale.

 

Errori di progettazione HVAC e qualità dell’aria indoor che riducono le prestazioni in esercizio

Quali sono gli errori più comuni di impostazione progettuale che portano a prestazioni indoor “buone sulla carta” ma deboli in esercizio?

Clara Peretti

Gli errori più comuni nascono dal fatto che si progetta per “risultare bene” a livello di calcolo e di certificazione, ma si trascura ciò che succede realmente in esercizio. Per la qualità dell’aria, un primo problema è la mancanza di una vera progettazione definitiva: spesso si resta a un livello preliminare, con scarsa continuità e competenza dalla fase di progetto alla realizzazione. A questo si aggiunge quasi sempre l’assenza di un riscontro in esercizio, ad esempio tramite monitoraggi strutturati della qualità dell’aria indoor; senza misure reali, si dà per scontato che l’edificio si comporti come previsto, anche quando non è così.

Sul tema ventilazione, è frequente affidarsi a prodotti con certificazioni che riportano portate d’aria “stratosferiche” in condizioni ideali di laboratorio, che però non vengono mai effettivamente raggiunte in cantiere, per come gli impianti sono installati, regolati e manutentati (un esempio tipico sono i sistemi di ventilazione con scambiatore ceramico). Mancano inoltre competenze davvero integrate: per esempio, spesso non si considerano adeguatamente gli aspetti acustici legati alla ventilazione, con il risultato che gli utenti spengono gli impianti perché rumorosi, vanificando le prestazioni previste.

Per quanto riguarda il comfort, un errore tipico è l’adozione di sistemi a tutt’aria senza verificare se l’involucro sia davvero a tenuta e senza pianificare un iter di avviamento e taratura sufficientemente accurato. Questo porta facilmente a edifici con consumi energetici molto più alti del previsto e, paradossalmente, a situazioni di discomfort termico o di corrente d’aria. Sempre sul comfort, si nota poi un forte sbilanciamento: grande attenzione al comportamento invernale e quasi totale assenza di competenze sul comfort estivo, che oggi, con il cambiamento climatico, sta diventando uno dei punti più critici nelle prestazioni reali degli edifici.

   

Ventilazione naturale vs VMC: quando i ricambi teorici non coincidono con quelli reali in esercizio

Ventilazione: come ragionare su ricambi d’aria e portate in modo corretto, evitando sia sottodimensionamenti sia soluzioni inefficienti?

Clara Peretti

Per ragionare correttamente su ricambi d’aria e portate bisogna, prima di tutto, chiarire cosa intendiamo per ventilazione e distinguere bene tra ventilazione naturale e ventilazione meccanica controllata.

La ventilazione naturale non è “aprire le finestre a sentimento” (nelle normative questa è definita “aerazione”): dovrebbe essere progettata, con aperture, orientamenti e strategie che garantiscano effettivi ricambi d’aria nelle diverse condizioni climatiche e di uso. Nella pratica, però, molto spesso resta un’utopia “sulla carta”: i calcoli soddisfano la norma, ma in esercizio le condizioni (ad esempio di vento) non sono quelle teoriche, e i ricambi reali risultano molto inferiori a quelli attesi.

La ventilazione meccanica controllata, invece, è un sistema complesso fatto di macchina, canalizzazioni (con lunghezze e perdite di carico molto diverse caso per caso), terminali e soprattutto un sistema di regolazione. Le portate dichiarate nelle schede tecniche sono in condizioni ideali; per ottenere portate corrette e non solo “buone a progetto” bisogna dimensionare tenendo conto delle perdite reali, dei livelli di rumore ammissibili, dell’effettivo utilizzo degli ambienti e delle strategie di regolazione (portata costante, variabile, controllo su CO₂ o VOC, ecc.).

La risposta alla domanda su “quanta portata” non è affatto banale, anche perché lo stesso quadro normativo è stato oggetto di un forte dibattito. Nel recepimento italiano della UNI EN 16798-1 (Appendice nazionale, pubblicata nel 2025, attualmente in fase di traduzione dall’inglese all’italiano), ad esempio, ci sono state posizioni molto diverse: da un lato chi spingeva per portate più elevate, a garanzia di una qualità dell’aria più robusta; dall’altro chi sosteneva la necessità di indicazioni normative più contenute, per avere impianti più semplici, più facilmente installabili e gestibili, meno costosi e quindi realmente accessibili e diffusi. Ragionare in modo corretto, evitando sia sottodimensionamenti che soluzioni inefficaci, significa proprio muoversi dentro questo equilibrio.

 

LEGGI ANCHE: Radon negli edifici pubblici: CAM Edilizia e D.Lgs. 101/2020 a confronto, come cambiano gli obblighi progettuali 
I CAM Edilizia 2025 introducono requisiti sul radon più stringenti rispetto al D.Lgs. 101/2020, spostando la prevenzione dalla fase di esercizio alla progettazione. Questo cambio di impostazione richiede ai progettisti un approccio integrato e consapevole nella definizione delle strategie e delle soluzioni tecniche di prevenzione e mitigazione del rischio radon negli edifici pubblici.

 

Filtrazione dell’aria negli edifici: criteri progettuali in funzione dell’inquinamento outdoor e dell’uso degli ambienti

Filtrazione e qualità dell’aria: quali criteri pratici consigli per scegliere e gestire i filtri in funzione degli obiettivi e del contesto (outdoor/inquinanti, uso dell’edificio, manutenzione)?

Clara Peretti

Per prima cosa è utile ricordare che la scelta del filtro non è “una volta per tutte”. Nei sistemi VMC di buona qualità è sempre possibile (e consigliabile) modulare il tipo di filtro in funzione del contesto e dell’evoluzione delle condizioni esterne (stagionali, ecc.).

Il primo criterio è il contesto outdoor: tipologia e livello degli inquinanti esterni (polveri fini da traffico, pollini, industrie, aree rurali, ecc.) devono guidare la scelta dell’efficienza filtrante. Su questo, la UNI EN 16798-3 fornisce indicazioni precise per il non residenziale, ma l’approccio è molto utile anche in ambito residenziale: si parte dalla classe di qualità dell’aria esterna e da quella che si vuole ottenere all’interno, e da lì si definisce la combinazione di filtri.

Il secondo criterio riguarda l’uso dell’edificio: scuole, uffici, residenze, ambienti sanitari o spazi con elevate emissioni interne richiedono livelli e tipologie di filtrazione diversi, sia per garantire buone condizioni igieniche, sia per proteggere l’impianto. Un ufficio con molta aria di ricircolo e apparecchiature che producono particolato e composti organici, ad esempio, avrà esigenze diverse rispetto a un appartamento poco esposto al traffico.

L’aspetto più critico, spesso sottovalutato, è la gestione nel tempo. Anche il filtro migliore perde efficacia se non viene sostituito con la giusta frequenza. Qui ci sono due strade: una gestione “dinamica”, in cui è la macchina a segnalare la necessità di sostituzione in base alla perdita di carico o alle ore di funzionamento, e una gestione “statica”, con intervalli temporali prefissati (ad esempio ogni 3, 6 o 12 mesi, a seconda del contesto).

In pratica, la strategia più robusta combina entrambe: si definisce una frequenza minima di sostituzione e si utilizza il controllo di bordo per anticiparla quando le condizioni reali (sporco, aria esterna particolarmente contaminata, uso intenso) lo richiedono.

 

Umidità e muffe negli edifici: diagnosi tecnica tra ponti termici, condense interstiziali e ventilazione insufficiente

Umidità, condense e muffe: quali sono le cause ricorrenti e quali misure funzionano davvero (dettagli, impianti, gestione, comportamenti d’uso)?

Clara Peretti

Per affrontare davvero il problema di umidità, condense e muffe la prima cosa è capire bene la causa.

La muffa è solo il sintomo finale: può derivare da umidità di risalita, infiltrazioni, ponti termici, aria interna troppo umida e poco ricambiata, o da una combinazione di questi fattori. Per questo è fondamentale partire da indagini e monitoraggi mirati (misure di temperatura e umidità nel tempo, termografie, verifiche igrometriche, controlli sulle murature e sugli impianti), così da distinguere correttamente tra problemi di costruzione, di impianto e di uso. Solo dopo questa diagnosi è sensato parlare di soluzioni. Se il problema è strutturale (umidità di risalita, infiltrazioni, ponti termici marcati), servono interventi sui dettagli costruttivi: risanamento delle murature, correzione dei ponti termici, isolamento posato correttamente, tenuta all’aria dove necessario oppure cavi scaldanti o sistemi radianti per risoluzione puntuale del ponte termico. Se la causa principale è l’aria interna umida che non viene smaltita, diventano centrali gli impianti di ventilazione correttamente dimensionati e gestiti, capaci di controllare sia l’umidità che la qualità dell’aria.

Accanto agli aspetti tecnici, contano molto anche i comportamenti d’uso: modalità di aerazione, gestione dell’asciugatura dei panni, presenza di molte sorgenti di umidità in spazi piccoli, chiusura eccessiva degli ambienti, ecc. Senza un minimo di educazione dell’utente, anche il miglior intervento edilizio può risultare parzialmente inefficace. In questo quadro, le soluzioni “miracolose” solo superficiali (vernici antimuffa, apparecchi costosi che promettono di eliminare la muffa senza toccare cause e ventilazione) funzionano poco e per poco tempo.

Le misure che funzionano davvero sono quelle che rimuovono o riducono la causa: sistemare patologie costruttive e impiantistiche, garantire un adeguato controllo dell’umidità e dell’aria, e accompagnare questi interventi con una corretta gestione quotidiana degli ambienti.

 

VOC e formaldeide nei materiali da costruzione: come cambiare il capitolato in ottica CAM Edilizia e qualità dell’aria indoor 

Materiali e finiture: quanto incidono le emissioni (VOC, formaldeide, ecc.) e come dovrebbe cambiare la selezione dei prodotti in capitolato?

Clara Peretti

Le emissioni da materiali e finiture incidono in modo sostanziale sulla qualità dell’aria interna, negli edifici nuovi o profondamente ristrutturati ma anche in quelli esistenti. I CAM Edilizia per gli edifici pubblici hanno avuto un ruolo importante perché hanno introdotto criteri emissivi misurati in camera di prova: questo permette di selezionare a capitolato prodotti che rispettano limiti per VOC, formaldeide e altri inquinanti sulla base di prove standardizzate, e quindi di eliminare almeno le sorgenti più critiche.

Il limite di questo approccio è che fotografa il comportamento del singolo prodotto in condizioni controllate, mentre in opera la qualità dell’aria è il risultato della somma e dell’interazione di tutte le sorgenti. In un’aula o in un ufficio, pavimenti, adesivi, primer, pitture, controsoffitti, arredi, sigillanti e prodotti per la pulizia emettono contemporaneamente. Ciascun materiale può essere conforme ai CAM o ad altre etichette che certificano la bassa emissione, ma la combinazione può portare al superamento dei valori guida, oppure alla formazione di composti secondari non considerati nelle prove di laboratorio. Le interazioni chimiche possono generare sottoprodotti, modificando significativamente il profilo di esposizione rispetto a quello previsto guardando solo le schede di ciascun prodotto. La selezione in capitolato dovrebbe evolvere da una logica “di prodotto” a una logica “di sistema”. Questo significa, da un lato, ridurre il più possibile le sorgenti a monte privilegiando materiali e finiture con certificazioni di bassa o bassissima emissione; dall’altro, valutare il pacchetto complessivo dei materiali previsti in uno stesso ambiente, soprattutto in quelli a lunga permanenza come scuole, uffici o residenze.

Rimane però un punto centrale: per quanto la selezione possa essere accurata, il comportamento reale in opera non è quasi mai prevedibile. Le condizioni di temperatura, umidità, carico di arredi, modalità di pulizia e occupazione degli spazi possono modificare sia le emissioni sia le reazioni tra i composti. Per questo la vera strategia di controllo passa necessariamente dalla misura, dal monitoraggio. Nel caso dei VOC, oggi si utilizzano due approcci complementari.

Le misure puntuali tramite canister con analisi in gascromatografia consentono di identificare e quantificare i singoli composti, confrontandoli con valori guida specifici: sono fondamentali per una diagnosi approfondita, per capire quali sostanze contribuiscono ai superamenti e da quali sorgenti possono provenire.

In parallelo, il monitoraggio in continuo del TVOC tramite sensori permette di seguire l’andamento nel tempo, individuare picchi correlati a certe attività, valutare l’efficacia della ventilazione o degli interventi di mitigazione, e in prospettiva gestire l’edificio in modo diverso rispetto a prima, con più consapevolezza sul tema IAQ.

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Qualità dell’aria indoor: quali parametri minimi monitorare per verificare la salubrità in esercizio 

Misurabilità: quali parametri minimi dovrebbero essere monitorati per capire se l’edificio “sta bene” nel tempo (e con che logica: soglie, frequenze, responsabilità)?

Clara Peretti 

La prima risposta che mi viene in mente è: dipende (soprattutto dal contesto). Per capire se un edificio “sta bene” nel tempo servono pochi parametri ben scelti, monitorati con una logica chiara. La prima strategia è semplice ed economica: temperatura dell’aria e umidità relativa sono imprescindibili, perché condizionano comfort, crescita di muffe, emissioni da materiali, percezione di qualità dell’aria e consumi energetici.

Poi troviamo l’indicatore CO₂ come proxy del ricambio dell’aria, ventilazione e affollamento: non dice tutto sulla qualità dell’aria, ma è un ottimo indicatore per capire se i ricambi sono adeguati rispetto all’uso reale degli spazi. Poi troviamo gli inquinanti. Non esiste un “minimo set” per il monitoraggio continuo, perché se in un ambiente ha senso concentrarsi su TVOC e particolato in un altro può essere indispensabile concentrarsi su formaldeide e radon. Il TVOC, pur essendo un indicatore aggregato, consente di cogliere derive nel tempo e di correlare i picchi ad eventi o attività. Il particolato è centrale sia per gli apporti dall’esterno (traffico, combustioni) sia per le sorgenti interne (attività, apparecchiature, cottura, ecc).

Sul particolato vale però una precisazione importante: quello che misuriamo in continuo negli edifici con datalogger è un indicatore genericamente quantitativo, non qualitativo. La strumentazione fornisce una stima della concentrazione totale o per alcune classi dimensionali, ma non distingue né la composizione chimica né in modo fine la distribuzione dimensionale: per esempio, tratta in maniera aggregata particelle di diversa natura che possono avere implicazioni tossicologiche molto diverse. Inoltre, molti sensori “vedono” e conteggiano anche il vapore acqueo sotto forma di goccioline quando l’umidità è elevata, con il rischio di sovrastimare il particolato. La vera caratterizzazione dimensionale e composizionale del particolato – distinzione accurata tra frazioni ultrafini, fini, grossolane e analisi dei componenti richiede strumentazione di laboratorio.

 

Messa a punto edificio–impianti–utenti: metodo operativo per evitare il “progetto solo sulla carta”

Commissioning, gestione e manutenzione: perché spesso sono l’anello mancante e come impostarli in modo realisticamente applicabile (anche su patrimonio pubblico)?

Clara Peretti

Commissioning, gestione e manutenzione sono spesso l’anello mancante perché ci si ferma al progetto “sulla carta” e alla consegna dell’opera, senza una vera messa a punto del sistema edificio–impianti–utenti e senza una baseline prestazionale chiara e predefinita. Nel pubblico questo è amplificato da turn‑over, budget di esercizio limitati e contratti di manutenzione talvolta mal impostati o carenti o creati solo per adempimenti formali.

Un approccio realistico passa da un commissioning essenziale ma strutturato, con pochi obiettivi misurabili (comfort, qualità dell’aria, consumi) e un monitoraggio continuo di indicatori specifici e sensori semplici ma robusti. La manutenzione dovrebbe essere orientata al mantenimento delle prestazioni, con ruoli e responsabilità esplicite e, quando possibile, contratti che colleghino una quota del compenso al rispetto di livelli minimi di comfort e qualità dell’aria nel tempo.

 

Qualità dell’aria indoor: roadmap operativa in 3 mosse per progettisti e committenti (monitoraggio CO₂, VMC, incentivi)

Se dovessi dare una roadmap essenziale a progettisti e committenti: quali 3 priorità metteresti subito sul tavolo e quali risultati misurabili ti aspetteresti entro 12 mesi?

Clara Peretti

  1. La prima priorità è rendere visibile “come respira” l’edificio: monitoraggio sistematico almeno della CO₂ in tutti i locali a lunga permanenza (aule, uffici, sale riunioni), con soglie chiare e responsabilità di intervento definite. Dopo 12 mesi, mi aspetterei di avere una mappa stabile dei punti critici, una riduzione misurabile del tempo passato sopra i 1000 – 1200 ppm e, dove possibile, l’avvio dei lavori per l’installazione di sistemi VMC.
  2. La seconda è spostare la progettazione da una logica di mero rispetto dei requisiti obbligatori a una logica di valutazione complessiva del sistema edificio-impianto basata sulle persone ovvero sulla qualità degli ambienti interni. In un anno mi aspetterei di vedere progetti pilota in cui le scelte progettuali sono orientate alla qualità dell’aria, con controllo a posteriori tramite misure in opera.
  3. La terza è allineare le regole e gli incentivi economici all’obiettivo di salute indoor: semplificazioni normative per l’installazione di sistemi di ventilazione, e contributi specifici per interventi su qualità dell’aria (ventilazione, sensoristica, materiali a basse emissioni), oggi molto meno “premiati” rispetto, ad esempio, ai mobili detraibili. Entro 12 mesi, un segnale concreto sarebbe l’attivazione di linee di finanziamento dedicate e l’inserimento esplicito di requisiti minimi di qualità dell’aria nei bandi e nei programmi di riqualificazione del patrimonio non solo pubblico.

 


FAQ tecniche – Qualità aria indoor e HVAC: requisiti CAM e IAQ

  • Che cos’è la salubrità indoor in ambito edilizio?
    È la condizione in cui gli ambienti interni garantiscono qualità dell’aria, controllo termo-igrometrico e riduzione delle esposizioni a inquinanti chimici e biologici. Non riguarda solo il comfort percepito, ma parametri misurabili come CO₂, VOC, particolato, umidità e temperatura, in coerenza con CAM Edilizia e quadro normativo vigente.
  • A cosa serve e in quali contesti è prioritaria?
    Serve a ridurre il rischio sanitario e migliorare le condizioni di apprendimento e lavoro. È prioritaria in scuole, uffici, residenze e ambienti pubblici a lunga permanenza. Nelle riqualificazioni diventa centrale quando si interviene su involucro e impianti, modificando ricambi d’aria e comportamento termo-igrometrico dell’edificio.
  • Quali prestazioni e requisiti devono essere considerati?
    Ventilazione adeguata ai carichi reali, controllo delle emissioni da materiali secondo criteri emissivi, gestione dell’umidità e verifica in esercizio tramite monitoraggio. I requisiti variano in funzione di destinazione d’uso, affollamento e contesto outdoor, anche secondo UNI EN 16798 e appendici nazionali.

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