Salvarci l’anima e/o salvare Milano?
Quali prospettive per la rigenerazione urbana di Milano? Riceviamo e pubblichiamo questa nota dell’Ing. Urb. Dionisio Vianello, Presidente Emerito CeNSU in cui analizza criticità, opportunità e limiti proponendo una riflessione sulle sfide che attendono la città e un nuovo approccio per sostenere sviluppo e giustizia sociale.
Milano e le sfide della crescita urbana
Quanto temevamo è successo. Prevedibile ma inevitabile, è scoppiata la "bomba Milano". Lasciando da parte i risvolti penali fermiamoci un attimo sui punti salienti della vicenda.
Milano è l’unica città europea del paese, dove si concentrano le strutture economiche ed i centri di potere più importanti. È quindi inevitabile che soffra degli stessi problemi che hanno incontrato a suo tempo le grandi capitali europee, Londra, Parigi, Berlino e Francoforte.
La crescente domanda di terziario avanzato, di servizi innovativi, di spazi di lavoro attrezzati, e di conseguenza abitazioni per i nuovi addetti. Tutto ciò determina una concentrazione della domanda impossibile da contenere negli spazi tradizionali, e quindi la necessità di concentrare in alcune zone – ed in grandi strutture edilizie, chiamiamole pure grattacieli – le nuove strutture e gli addetti che chiedono spazio. Tutti problemi che le altre città concorrenti – almeno a livello europeo – hanno affrontato e risolto da tempo.
Normativa urbanistica: un freno allo sviluppo?
Sembra invece che tale percorso virtuoso in Italia non possa essere possibile, almeno sotto il profilo della normativa urbanistica. C’è sempre qualche intoppo insuperabile che blocca ogni iniziativa.
È ormai accettato il principio che i grattacieli debbano sorgere utilizzando aree industriali dismesse, la rigenerazione urbana è diventata un mantra nelle agende delle amministrazioni locali. Ma è un principio generale che vale per tutte le aree dismesse, oppure vale solo per alcune aree singolari e privilegiate, servite da infrastrutture di trasporto e dotate di servizi pubblici, compreso l’abitare? È ovvio, questa è una questione di piano urbanistico, altrimenti a cosa servono i piani? Saremmo costretti a dare ragione a quelli – e sono tanti - che sostengono che l’urbanistica è morta, e non è proprio il caso. In conclusione mi sembra impossibile che il vigente piano urbanistico di Milano non fornisse istruzioni precise su come comportarsi in materia. Sia pure tenendo conto che in Lombardia, e quindi anche a Milano, vige una legge urbanistica regionale diversa da tutte quelle in uso nelle altre regioni, che potremmo chiamare modello emiliano.
Edificabilità, standard urbanistici e giustizia sociale: le questioni ancora aperte
Ma come sempre c’è anche un problema concreto, di edificabilità, quanti metri cubi si possono realizzare e con quali destinazioni, quali e quanti devono essere non tanto i vecchi e decrepiti standard urbanistici ma piuttosto i contenuti social del progetto? Sono ancora quelli del decreto del 1968, o bisogna pensare a soluzioni completamente diverse, anche di contropartite destinate alle esigenze della comunità cittadina, soprattutto le classi più sfavorite? Un minimo di edilizia popolare dove la mettiamo? In quella zona o in altre zone dedicate, torniamo ai PEEP? E il potenziamento dei servizi e delle infrastrutture di trasporto dove va messo?
Qui casca l’asino. Sono problemi nuovi ai quali bisogna rispondere in maniera nuova.
Il piano particolareggiato: uno strumento da riscoprire
L’unico riferimento normativo è ancora un vecchio comma della legge originaria, che stabilisce che per interventi edilizi con indice di edificabilità superiore a 3 mc/mc per ottenere la concessione occorre passare attraverso un piano particolareggiato. Perché a suo tempo, con grande preveggenza, è stato inserita una norma del genere? Certo anche per esigenze di disegno urbano, non vogliamo che i nuovi grattacieli vadano a sovrapporsi alla sagoma del Duomo, ma il motivo era un altro. Perché il Piano Particolareggiato prevede di passare attraverso una convenzione, uno strumento che regola i rapporti, anche finanziari, tra amministrazione e privato, e quindi implicava che per gli interventi oltre una certa mole si doveva trovare un accordo con il comune riguardante l’edificabilità ma anche gli obblighi del privato.
Il caso Salvamilano e il nodo della rigenerazione urbana
Non conosco nel dettaglio la normativa del Comune di Milano, mi sembra impossibile che non ci fosse nessuna norma o indirizzo, che tutto fosse demandato alla singola trattativa. Però è stata la stessa proposta del Salvamilano, avanzata a cose già fatte o in fieri, a dare la sensazione di una ciambella di salvataggio gettata in mare per fornire una garanzia di copertura ad operazioni già fatte.
Giustamente il Salvamilano è stato affossato, anche perché essendo proposta di legge nazionale, estendeva a tutto il territorio le norme previste per Milano, cosa assolutamente folle. Aldilà del Salvamilano rimane però aperta la questione fondamentale della rigenerazione urbana, di come regolare un fenomeno che con peso assolutamente crescente riguarda tutte le città italiane.
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Verso una nuova stagione della rigenerazione urbana
È poco ma sicuro che gli indirizzi e le normative esistenti siano del tutto inadeguate a regolare un fenomeno che condizionerà per decenni tutte le città italiane. Soprattutto le procedure invece di agevolare le iniziative del privato sembrano invece fatte apposta per scoraggiarle. Forse anche per questo le varie proposte di legge sulla rigenerazione urbana presentate negli ultimi anni giacciono inevase nelle sedi parlamentari.
Sull’esigenza di arrivare in tempi brevi ad una conclusione non ci piove, ma dispiace osservare che, almeno a mio avviso, le proposte che circolano sembrano andare in senso contrario, appesantendo con inutili orpelli le procedure già di per se lunghe e defatiganti.
Non vi affliggo con altre considerazioni, su come a mio avviso dovrebbe essere fatta una legge per la rigenerazione. Ne ho già parlato in almeno due articoli pubblicati sulla rivista INGENIO, ai quali rimando i lettori più volonterosi.
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L’obiettivo è quello di invertire la tendenza, semplificare al massimo le procedure, non scoraggiare le iniziative del privato, sostenere le iniziative pubbliche e soprattutto la domanda più debole. Come lo fu il famoso Decreto Fontana che nel 1995 avviò la prima stagione della rigenerazione urbana. Non occorre molto, ho cercato di dimostrare che sarebbe più che sufficiente una leggina stringata, cinque articoli e due paginette, che cercasse di eliminare i troppi tranelli di cui è cosparso il cammino tradizionale.
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