Siccità | Ambiente | Cambiamenti climatici
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Siccità in Europa: 439 miliardi persi e con +2 °C il danno economico può quasi raddoppiare

La siccità in Europa non produce soltanto scarsità d’acqua: lascia una cicatrice economica che può durare anni. Lo studio stima per l’evento 2015-2018 circa 439 miliardi di euro di PIL associati alla perdita di crescita e mostra effetti persistenti su investimenti, occupazione e territori.

La siccità pluriennale può trasformarsi da emergenza idrica in shock economico persistente. Uno studio di Mastropietro, Daumas, Kotz e Tavoni stima che l’evento europeo 2015-2018 sia associato a 2,72 punti percentuali di minore crescita cumulata del PIL pro capite, circa 439 miliardi di euro, oltre il 12% di riduzione degli investimenti e 5,8 milioni di posti di lavoro in meno. In uno scenario climatico a +2 °C, l’impatto dello stesso evento salirebbe a circa 760 miliardi. INGENIO analizza questi risultati nella prospettiva della resilienza economica, sociale e territoriale europea.  


La siccità non prosciuga solo i fiumi: il costo economico e sociale che l’Europa rischia di sottovalutare

Un nuovo studio europeo mostra che gli effetti della siccità non si esauriscono con il ritorno della pioggia. Produzione, investimenti, occupazione e mobilità della popolazione possono risentirne per anni. La siccità 2015-2018 avrebbe comportato una perdita cumulata di crescita del PIL pro capite europeo di circa 2,7 punti percentuali; in un mondo più caldo di 2 °C l’impatto potrebbe quasi raddoppiare. Il problema, quindi, non riguarda più soltanto l’acqua: riguarda la tenuta economica e sociale dei territori.

Quando pensiamo alla siccità, l’immagine è quasi automatica: un campo secco, un fiume ridotto a un nastro d’acqua, un invaso che mostra le rive che normalmente restano sommerse.

È un’immagine corretta. Ma probabilmente incompleta.

Perché mentre osserviamo il livello di un lago o misuriamo la portata di un fiume, una siccità prolungata sta già entrando dentro l’economia. Riduce la produzione, modifica le decisioni delle imprese, frena gli investimenti. E, lentamente, può arrivare al mercato del lavoro e perfino alla decisione delle persone di restare o lasciare un territorio.

È questa la prospettiva forse più interessante dello studio Multi-Year Droughts and Their Compounding Economic Impacts in Europe, realizzato da Marta Mastropietro, Louis Daumas, Maximilian Kotz e Massimo Tavoni.

Il lavoro prova a guardare alla siccità non come a un evento meteorologico isolato, ma come a uno shock economico che continua a produrre conseguenze negli anni successivi.

E cambia, almeno in parte, il modo con cui dovremmo valutare il rischio climatico.

La pioggia ritorna. L’economia non necessariamente torna subito dove era prima

Gli autori analizzano dati economici europei a scala territoriale NUTS3 per il periodo 1995-2023, combinandoli con informazioni climatiche ad alta risoluzione e diversi indicatori di siccità.

La domanda di fondo è semplice solo in apparenza: cosa succede a un territorio negli anni successivi a una siccità severa?

I risultati indicano effetti negativi sulla produzione, sugli investimenti, sull’occupazione e sulle migrazioni che possono accumularsi per diversi anni dopo l’esposizione alla siccità.

Un aumento di una deviazione standard dell’esposizione alla siccità produce, secondo le diverse specificazioni utilizzate, una riduzione immediata della crescita del PIL pro capite compresa indicativamente tra 0,16 e 0,27 punti percentuali.

Ma è osservando gli anni successivi che il fenomeno diventa più interessante.

La perdita cumulativa può raggiungere circa 0,5-1 punto percentuale nell’arco di sei anni. Gli investimenti reagiscono ancora più lentamente, ma in maniera persistente; occupazione e migrazione presentano effetti più contenuti nell’immediato che emergono invece con il trascorrere del tempo.

È il concetto di scarring, di cicatrice economica.

Un territorio attraversa la siccità, l’emergenza meteorologica termina, ma alcuni degli effetti economici continuano.

Il vero problema sono gli investimenti

Fra le variabili analizzate, una delle più sensibili è l’investimento.

Ed è probabilmente uno dei risultati più rilevanti anche dal punto di vista delle politiche pubbliche.

Gli investimenti non crollano necessariamente nell’anno della siccità. Le imprese hanno programmi già avviati, cantieri aperti, finanziamenti deliberati. Le economie possiedono una certa inerzia.

Il deterioramento emerge successivamente.

Secondo gli autori, una siccità persistente può ridurre progressivamente l’attrattività economica del territorio, aumentare il rischio percepito dalle imprese e dagli operatori finanziari e modificare le decisioni di allocazione del capitale.

Una parte degli investimenti, inoltre, può essere spostata dalla crescita all’adattamento: risorse necessarie per difendere attività produttive e infrastrutture invece che aumentarne capacità e produttività.

È una distinzione importante.

Spendere per adattarsi può essere indispensabile. Ma un euro destinato a recuperare la capacità produttiva perduta non produce necessariamente lo stesso effetto economico di un euro destinato a creare nuova capacità produttiva.

Nelle conclusioni del lavoro gli autori rilevano infatti che le variabili legate al capitale, in particolare gli investimenti, risultano mediamente più colpite rispetto alle variabili del lavoro.

La siccità del 2015-2018: un conto da centinaia di miliardi

Per rendere più comprensibili i risultati econometrici, lo studio applica il modello alla grande siccità europea del periodo 2015-2018.

Il risultato cambia la scala con cui siamo abituati a leggere questo genere di eventi.

A livello europeo gli autori stimano una riduzione cumulata della crescita del PIL pro capite di circa 2,7 punti percentuali, corrispondente nelle loro elaborazioni a circa 439 miliardi di euro di PIL, poco più del 3% della base economica 2015 considerata nell’analisi.

Ancora maggiore, in proporzione, sarebbe stato l’effetto sugli investimenti: circa -12% rispetto alla base 2015.

Lo studio associa inoltre all’evento una riduzione dell’occupazione equivalente a circa 5,8 milioni di posti di lavoro.

Sono stime modellistiche, naturalmente, e come tali devono essere lette.

Ma mostrano qualcosa di importante: il costo della siccità non coincide con il valore delle colture perse o con il costo dell’acqua che manca.

Il danno si propaga nell’economia.

E se quello stesso evento accadesse in un mondo più caldo di 2 °C?

Gli autori fanno poi un esperimento concettualmente molto efficace.

Non cercano di prevedere quale sarà esattamente la siccità europea di un determinato anno futuro.

Prendono invece l’evento realmente avvenuto tra il 2015 e il 2018 e pongono una domanda diversa:

cosa sarebbe accaduto se quella stessa configurazione meteorologica si fosse verificata in un mondo mediamente più caldo di 2 °C rispetto all’epoca preindustriale?

Lo scenario viene costruito attraverso quattro modelli climatici CMIP6 e ricalcolando gli indicatori di siccità in condizioni climatiche più calde.

Il risultato è netto.

A livello europeo la perdita cumulata della crescita del PIL pro capite salirebbe a circa 5,2 punti percentuali. La perdita di PIL stimata raggiungerebbe circa 760 miliardi di euro, mentre gli investimenti potrebbero subire una riduzione superiore al 20% rispetto alla base considerata.

Non è semplicemente “la stessa siccità un po’ più intensa”.

Il riscaldamento aumenta l’evapotraspirazione, accelera la perdita di acqua dai terreni e amplifica lo stress idrico anche a parità, o quasi, di deficit pluviometrico.

Il calore diventa quindi un moltiplicatore economico della scarsità d’acqua.

Il Sud Europa potrebbe scoprire il limite dell’adattamento

La distribuzione geografica degli impatti è altrettanto interessante.

Durante l’evento reale 2015-2018, alcune delle perdite più elevate si concentrarono nell’Europa centrale, in particolare in Germania, Belgio, Repubblica Ceca e Lussemburgo.

Ma nello scenario di +2 °C la geografia cambia.

L’amplificazione diventa particolarmente forte nell’Europa meridionale e nei Balcani. Spagna, Grecia, Portogallo e diversi Paesi dell’Europa sudorientale vedrebbero crescere in maniera molto consistente gli impatti economici dello stesso episodio siccitoso.

Qui emerge un paradosso.

I Paesi mediterranei convivono storicamente con la scarsità d’acqua. Dispongono quindi, almeno in parte, di sistemi economici, agricoli e infrastrutturali già adattati.

Questo potrebbe spiegare perché nell’evento storico alcuni territori meridionali abbiano assorbito relativamente meglio lo shock.

Ma adattarsi a ciò che conosciamo non significa essere automaticamente preparati a ciò che verrà.

Secondo lo studio, in alcune aree dell’Europa meridionale l’effetto economico di un evento equivalente potrebbe arrivare a moltiplicarsi fino a quattro volte in condizioni climatiche più calde, indicando che le attuali capacità di adattamento potrebbero non essere sufficienti di fronte a siccità molto più intense e persistenti.

Cinque anni: quando l’adattamento comincia a cedere

Un altro elemento dello studio merita particolare attenzione.

La durata.

Una siccità di un anno produce un certo danno. Due anni consecutivi non equivalgono necessariamente alla semplice somma di due eventi indipendenti.

Perché nel frattempo cambiano le condizioni iniziali.

Le riserve idriche si riducono. Le falde possono abbassarsi. Gli invasi non recuperano. Le imprese utilizzano le proprie riserve finanziarie. Gli investimenti vengono rinviati. Alcune attività economiche diventano meno competitive.

Il sistema perde progressivamente i propri margini di sicurezza.

I modelli utilizzati dagli autori suggeriscono che gli effetti si accumulino in modo abbastanza regolare nei primi anni, ma che per episodi di siccità continuativa superiori a circa cinque-sei anni possa manifestarsi un’accelerazione del danno.

In altri termini, a un certo punto l’adattamento comincia a mostrare i propri limiti.

Ed è probabilmente questo uno dei passaggi più preoccupanti dell’intero studio.

Dalla crisi ambientale alla questione sociale

Fin qui abbiamo parlato di PIL e investimenti.

Ma dietro ogni variabile macroeconomica ci sono persone.

Il modello mostra che il mercato del lavoro reagisce con un certo ritardo. Nell’immediato le imprese possono ridurre ore lavorate, utilizzare ammortizzatori, rinviare decisioni. Se però gli effetti sulla produttività e sugli investimenti persistono, la situazione cambia.

Gli autori rilevano effetti sull’occupazione che diventano significativi negli anni successivi allo shock.

Lo stesso avviene per le migrazioni.

Non assistiamo necessariamente a popolazioni che abbandonano immediatamente una regione perché manca l’acqua.

Accade qualcosa di più lento.

Un territorio diventa meno competitivo. Gli investimenti diminuiscono. Si riducono alcune opportunità lavorative. I giovani trovano altrove condizioni migliori. Le imprese valutano diversamente dove localizzare nuovi impianti. Il capitale e, successivamente, le persone cominciano a spostarsi.

Nel modello gli effetti migratori sono relativamente piccoli rispetto agli effetti su PIL e investimenti, ma emergono progressivamente nel tempo.

Ed è proprio questa lente temporale a trasformare la siccità da problema ambientale in possibile questione territoriale e sociale.

Quando il clima modifica la geografia economica

A questo punto la riflessione va oltre lo studio.

Se gli episodi di siccità diventassero realmente più frequenti, intensi e persistenti, la questione non riguarderebbe soltanto quanto PIL perderà l’Europa.

Riguarderebbe dove sarà conveniente vivere, produrre e investire.

Le regioni con maggiore disponibilità d’acqua, infrastrutture idriche più efficienti, reti energetiche resilienti e migliore capacità di adattamento potrebbero acquistare un vantaggio competitivo.

Quelle che entreranno più frequentemente in condizioni di stress potrebbero invece affrontare contemporaneamente costi superiori per l’acqua, minore produttività, investimenti più rischiosi e maggiore necessità di spesa pubblica per l’adattamento.

A quel punto il cambiamento climatico potrebbe contribuire a ridisegnare la geografia economica europea.

Non attraverso un unico evento catastrofico.

Attraverso una sequenza di piccoli spostamenti.

Un investimento che non viene fatto.

Un’impresa che sceglie un altro territorio.

Un’infrastruttura che deve essere adeguata.

Un lavoratore che decide di trasferirsi.

Una famiglia che cerca opportunità altrove.

La trasformazione potrebbe essere lenta proprio per questo. E quindi più difficile da percepire.

La politica dell’acqua non può più essere soltanto politica dell’acqua

La conclusione più utile dello studio riguarda forse proprio le politiche di adattamento.

Se il costo della siccità si propaga attraverso investimenti, produzione, lavoro e mobilità territoriale, la risposta non può limitarsi alla gestione dell’emergenza idrica.

Servono certamente invasi, reti efficienti, riduzione delle perdite, riuso delle acque, gestione delle falde e sistemi di accumulo.

Ma serve qualcosa di più.

La disponibilità d’acqua deve diventare una variabile della programmazione industriale, territoriale e infrastrutturale.

Significa chiedersi quali attività economiche saranno maggiormente vulnerabili. Dove concentrare gli investimenti. Quali infrastrutture rendere resilienti. Come evitare che la scarsità idrica diventi un moltiplicatore delle disuguaglianze territoriali.

Perché il dato forse più importante che emerge dal lavoro di Mastropietro, Daumas, Kotz e Tavoni è proprio questo:

la siccità non termina quando ricomincia a piovere.

Può rimanere nell’economia per anni.

E quando rimane abbastanza a lungo, può cominciare a cambiare anche la società.


FAQ TECNICHE: Siccità in Europa: effetti su PIL, investimenti, lavoro e territori

1. Qual è il principale risultato dello studio sulla siccità in Europa?

La ricerca mostra che gli effetti economici della siccità non terminano con la conclusione dell’evento meteorologico.
Le perdite sul PIL pro capite possono accumularsi negli anni successivi, configurando un fenomeno di economic scarring.
Per un singolo episodio, il danno cumulativo può avvicinarsi a un punto percentuale di crescita nell’arco di circa sei anni.

2. Quanto sarebbe costata all’Europa la siccità del 2015-2018?

Gli autori associano all’evento una riduzione cumulata della crescita del PIL pro capite di 2,72 punti percentuali per UE-27 e Regno Unito.
La quantificazione economica proposta è di circa 439 miliardi di euro.
Sono inoltre stimati investimenti inferiori di oltre il 12% e circa 5,8 milioni di posti di lavoro in meno rispetto allo scenario controfattuale.

3. Cosa accadrebbe alla stessa siccità in un mondo più caldo di 2 °C?

Secondo la simulazione, la perdita cumulata di crescita del PIL pro capite salirebbe a 5,21 punti percentuali, con circa 760 miliardi di euro di impatto e 10,8 milioni di posti di lavoro interessati.
L’aumento non dipende soltanto dalle precipitazioni: temperature maggiori aggravano lo stress idrico e la vulnerabilità economica.

4. Perché gli investimenti risultano particolarmente vulnerabili alla siccità?

Gli investimenti reagiscono con maggiore lentezza rispetto alla produzione immediata, ma gli effetti possono essere più persistenti.
Una maggiore percezione del rischio, costi di adattamento e minore redditività attesa possono indurre le imprese a rinviare o ridurre nuovi impieghi di capitale.
Lo studio individua proprio negli investimenti una delle componenti economiche maggiormente esposte.

5. La siccità può influire anche su occupazione e migrazioni?

Sì, ma gli effetti tendono a emergere con ritardo.
Quando produzione e investimenti rimangono depressi per più anni, possono diminuire anche le opportunità occupazionali e modificarsi progressivamente le scelte localizzative di persone e imprese.
Per questo la siccità può diventare anche un problema di coesione e competitività territoriale.

6. Quali territori europei sono maggiormente vulnerabili con l’aumento delle temperature?

Nello scenario a +2 °C l’incremento delle perdite diventa particolarmente rilevante nel Sud Europa e nei Balcani.
La fonte CMCC segnala Spagna, Grecia, Portogallo e Albania tra i Paesi nei quali l’amplificazione potrebbe risultare maggiore.
Adattamenti efficaci nelle condizioni climatiche attuali potrebbero quindi diventare insufficienti sotto stress più intenso e prolungato.

7. Qual è l’errore da evitare nella valutazione economica della siccità?

L’errore principale è contabilizzare soltanto i danni immediati — agricoltura, acqua disponibile, produzione persa — trascurando gli effetti successivi.
Investimenti, occupazione e competitività territoriale possono continuare a deteriorarsi molto tempo dopo la fine della fase meteorologica critica.
La pianificazione deve quindi integrare rischio climatico, sviluppo economico, infrastrutture e capacità adattativa.

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