Sostenibilità
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Sostenibilità: fondamentale l'analisi di ciclo vita (LCA) contro il fenomeno "greenwashing"

Sempre più aziende stanno puntando sugli aspetti sostenibili oltre al semplice profitto. LCA diventa uno strumento utile di valutazione oggettiva di impatto ambientale, contro chi opera in maniera illecita e professa ambientalismo di facciata, creando in realtà danno all'ambiente.

Progettazione sostenibile solo grazie a LCA

Una nota dolente quando si parla di sostenibilità è il cosiddetto Greenwashing, ovvero l’ambientalismo di facciata nato negli anni settanta che negli ultimi tempi si è sempre più diffuso e indica una “strategia” comunicativa di istituzioni o imprese tale da creare un'immagine fittizia di sé, falsamente sostenibile, con lo scopo di distogliere l'attenzione dagli effetti negativi per l'ambiente dovuti alle proprie attività o ai propri prodotti.

Ovviamente chi applica il greenwashing dovrebbe essere osteggiato in quanto questi comportamenti sleali non forniscono contributi positivi in termini di impatto ambientale e molte volte mettono il bastone tra le ruote a chi realmente si impegna per l’ambiente.

Chi agisce realmente sono coloro che implementano normative e leggi volte alla riduzione degli impatti ambientali, dal ricorso a materie prime vergini, permettendo il benessere sociale con misurazioni regolamentate, studi quantificati e certificazioni riconosciute e credibili.

Il concetto fondamentale è che in assenza di dati precisi non è legittimo parlare di “sostenibilità” e indica l’analisi del ciclo di vita (Life Cycle Assessment – LCA: verificato o supportato da ricerche o entità indipendenti) come lo strumento di misurazione da adottare per non incorrere nel rischio di formulare messaggi vaghi e fuorvianti, e quindi perseguibili in quanto ingannevoli.

LCA: metodo oggettivo di valutazione di carichi energetici e ambientali

Il Life Cycle Assessment, basato sulle norme UNI EN ISO 14040 e 14044 è infatti una metodologia oggettiva di valutazione e quantificazione dei carichi energetici e ambientali e degli impatti potenziali associati a un prodotto o un servizio, a un processo o più genericamente a un’attività lungo l’intero ciclo di vita, cioè dall’acquisizione delle materie prime fino all’eventuale smaltimento o recupero ed è considerata la fonte più attendibile per garantire la sostenibilità ambientale di un bene, prodotto o servizio.

L’introduzione di questa guida è spinta anche dal fatto che uno studio della Commissione Europea (2021) ha rilevato che più della metà delle comunicazioni dei siti internet aziendali oggetti dello studio ricadessero nell’illecito. Il 37% di questi green claim fuorvianti si basava su affermazioni vaghe e generiche, il restante 59% era privo di informazioni oggettive e dati a sostegno.

Nel 2021, a novembre, anche in Italia, in particolare il tribunale di Gorizia, c'è stata la prima sentenza di condanna per greenwashing a dimostrazione che questo tematica stia diventando sempre più forte e sentita.

Danimarca: ente fornisce strumenti utili per le aziende

Con lo scopo di aumentare l’affidabilità delle dichiarazioni ambientali e combattere l’ecologismo di facciata, l’Ombudsman danese, ente analogo alla nostra Autorità garante della concorrenza e del mercato (AGCM), ha pubblicato la “Guida rapida per le aziende sul marketing ambientale” che raccoglie tutte le principali decisioni emesse dalle autorità di competenza con l’intento di poter distinguere con chiarezza il limite tra il lecito e l’illecito e dotare le imprese di un utile vademecum per comunicare correttamente e nel rispetto dei consumatori i propri valori ambientali.

Il documento una serie di esempi di decisioni dei tribunali danesi riguardo affermazioni non trasparenti, spiegando come invece queste dovrebbero essere sostanziate.

La guida afferma che qualsiasi dichiarazione ambientale, soprattutto se generica, per non incorrere nel rischio di essere considerata “greenwashing”, deve essere accompagnata dalla spiegazione dettagliata del suo significato e supportata da analisi scientificamente fondate e riproducibili.

In particolare, l’autorità danese precisa che:

  • il claim pubblicizzato non può essere ottenuto tramite attività che siano intrinsecamente dannose all’ambiente (viene portato l'esempio di un prodotto multistrato che, nonostante non necessiti di verniciatura, non può essere considerato “green” in quanto le sostanze utilizzate per produrlo lo rendono ambientalmente dannoso);
  • un’affermazione di sostenibilità di un prodotto non può corrispondere solo a miglioramenti marginali nella sua performance ambientale, a meno che questo venga chiaramente indicato;
  • non è considerato "legale" utilizzare termini come “environmentally friendly” per prodotti provenienti da settori particolarmente inquinanti;
  • il beneficio ambientale descritto non deve essere la norma per la categoria di prodotto considerata: anzi, il prodotto pubblicizzato come “buono per l’ambiente” deve essere fra i migliori sul mercato in termini di impatto sull’ambiente e deve essere dimostrabile tramite il confronto con i competitor;
  • se i requisiti ambientali rispettati sono richiesti dalla legge, questi non devono essere pubblicizzati come caratteristiche specifiche del prodotto.

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