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Spazio Verbale e Spazio Visuale

Parole e immagini non occupano spazi separati: si sovrappongono continuamente nella mente e costruiscono il modo in cui interpretiamo il mondo. Attraverso Luigi Malerba, il colore, la memoria e il mito di Tiresia, Marcello Balzani indaga il rapporto tra spazio verbale, spazio visuale e percezione architettonica.

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Il vento (giovane) e il velo grigio tra noi e le cose

Tu che imbalsami la quiete della notte, chiudendo con le tue dita premurose e buone i nostri occhi lieti del buio, e li proteggi dalla luce, avvolti all’ombra del divino oblio: o dolce sonno, chiudi, se ti aggrada, mentre ti canto, i miei occhi vogliosi, o attendi l’amen prima che il papavero diffonda le sue grazie sul mio letto.

Poi salvami o splenderà il giorno passato sul mio guanciale generando pene, salvami dalla coscienza curiosa, che scava come una talpa e ammucchia contro il buio, e gira bene la chiave nella toppa oliata, sigilla il muto scrigno dell’anima mia.

È il “Sonnet to Sleep” di John Keats, inserito nella raccolta Shelley, Keats, Byron “I ragazzi che amavano il vento”, curata e tradotta con testi originali a fronte da Roberto Mussapi per Feltrinelli. “La vita li fece conoscere e favorì l’amicizia, ma fu la morte a legarli di amicizia profonda e antica, e se la vita”, scrive Mussapi, “aveva creato due amici, la morte generò un trio. Tre giovani poeti diversissimi tra loro, ma inscindibili. Fu la morte di Keats a intensificare il sentimento di amicizia di Shelley. E fu in seguito alla morte di Shelley, col libro di Keats in tasca, a passare a Byron il testimone di una generazione.” Giovanissimi, con i loro anni in tasca, trovano nei golfi italiani vocazione, bellezza e forse gli anni più belli della loro vita. Percy Bysshe Shelley, ha lasciato la moglie Mary, l’autrice di “Frankenstein”, e non ha un buon rapporto con l’acqua, mentre Lord George Gordon Byron è un nuotatore agonistico di resistenza fuori dal comune, che gareggia e attraversa gli stretti eroicamente. Shelley ama “restare immobile nell’acqua, come a verificare la forza di gravità”, ma Byron tenta di insegnarli qualcosa (inutilmente) e alla fine deve salvarlo, perché si lasciare andare giù come un sasso. È un vero animale di fondo, come scrive Juan Ramón Jiménez. John Keats conosce il mare del golfo di Napoli, malato di tisi e nella sua epigrafe dettata da un amico, ricorda Mussapi, fa scrivere: “Qui giace uno il cui nome è scritto sull’acqua.” Shelley, che non sa nuotare, si fa costruire l’Ariel, una barca per continuare a muoversi nel vento dei golfi tra Toscana e Liguria; ma il destino conduce la sua imbarcazione contro un’onda gigantesca durante una tempesta e il suo corpo viene ritrovato dopo tre giorni divorato dal mare. Byron recupera fradicio, nella tasca gonfia d’acqua del giovane vulcanico amico, il volume di poesie di Keats e si tuffa in mare

Sono delle mie immagini del “Parco letterario Percy B. Shelley” della Pietraia della Rocchetta ai piedi del Forte che si affaccia su Lerici, realizzato per il bicentenario della morte del poeta avvenuta nel 1822.
Sono delle mie immagini del “Parco letterario Percy B. Shelley” della Pietraia della Rocchetta ai piedi del Forte che si affaccia su Lerici, realizzato per il bicentenario della morte del poeta avvenuta nel 1822.
Sono delle mie immagini del “Parco letterario Percy B. Shelley” della Pietraia della Rocchetta ai piedi del Forte che si affaccia su Lerici, realizzato per il bicentenario della morte del poeta avvenuta nel 1822. (Marcello Balzani)

Otto sculture di Marco Nereo Rotelli, come aperti libri (140x120 cm) in marmo di Carrara, trovano incisi alcuni versi del poeta, che si sfogliano di luce tremante all’alba e al tramonto sul golfo e trovano ricovero per i detriti della natura cespugliosa e i sassi pietrosi e taglienti, che feriscono le suole di consuete scarpe da ginnastica:

Nel giorno più splendente dell’onda…

I raggi della luna baciano il mare…

Oh sollevami come un’onda…

Mare insondabile! Le cui onde sono anni…

Da Lerici a Tellaro fino a Portovenere, nelle insenature e nei golfi che oggi lasciano trasparire ancora i segni di giovani romantici poeti inglesi, rimane sollevato dal vento il sogno e l’amore per l’Italia. Lo sguardo definisce il paesaggio. Rainer Maria Rilke nell’introduzione di “Worpswede”, che potete trovare tradotto da Alessandra Iadicicco per Claudio Gallone Editore, scrive che il paesaggio è “tutto ciò che accomuna uomini e cose… in una comune profondità di cui si nutrono le radici di tutto quello che cresce.” Senza attesa e senza impazienza e forse anche senza intenzione… soltanto chi viene da lontano sa dirci cosa ci sta attorno…

Perché il sonno?

La coscienza curiosa scava come una talpa e ammucchia contro il buio. La vedo la mia talpa che deposita pensieri, immagini e parole su pensieri, immagini e parole. Ma se giro la mia chiave bene nella toppa oliata, posso sigillare (per un po’ di tempo) quel muto scrigno, che raccoglie e protegge anche la mia anima.

Forse non è così semplice amare il vento, amare il mare (di vento). Tra i ventisei e i trentasei anni il vento spazza ancora i gradini che sembrano condurre alla sensatezza? Il sonno di Keats condensa le immagini che appaiono nel viaggio, come se scomparisse quel rilkiano velo grigio disteso tra noi e le cose.


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Si possono inventare i verbi? Come i luoghi (per l’anima)?

Tu mi piovi - io ti cielo.

Tu la finezza, tu l’infanzia, la vita - amore mio - bimbo, vecchio - madre e centro - azzurro tenerezza, io ti consegno il mio universo e tu mi vivi.

Oggi amo te = ti amo ti tutti gli amori ti darò il bosco con dentro una casetta con tutto quel che c’è di buono nella mia costruzione, vivrai contento, io voglio tu viva contento. Anche se ti ho dato sempre la mia assurda solitudine e la mia monotonia di tutta una complessissima diversità di amori - vuoi?

È Frida Kalo, da una pagina del suo diario del 27 gennaio 1947, oggi pubblicate con altre poesie in Frida Kalo “Poesie e visioni”, tradotto da Vanni Bianconi e curato da Sara Groisman per Edizioni Casagrande.

Si possono inventare i verbi? Voglio dirtene uno:

Io ti cielo, così le mie ali si distendano enormi per amarti a dismisura. Sento che siamo uniti a partire dal nostro luogo di origine, che siamo della stessa materia, delle stesse onde, che abbiamo dentro lo stessa sentire.

A volte mi chiedo se conservare, prima con misericordia materica e poi con restauro, faccia parte di questa incessante creazioni verbale che spinge a generare luoghi per l’anima. Forse le doppie dimensioni sono, umanamente, unite. Forse non sono mai state divise.

disegno di Frida Kalo tratto dal suo Diario del luglio-agosto 1953, che struttura la copertina di questa recente antologia edita da Edizioni Casagrande.
L’immagine è una mia elaborazione digitale di un disegno di Frida Kalo tratto dal suo Diario del luglio-agosto 1953, che struttura la copertina di questa recente antologia edita da Edizioni Casagrande. (Marcello Balzani)

In questi giorni Francesco Guccini ha fatto quel salto che Miguel de Cervantes ha insegnato a compiere fantasticamente. Con certe “strane fissazioni” perché cercare di vivere la vita coerentemente? Credersi di un ingegno “sterile e incolto” (quindi sempre da concimare per spingere all’impiego, alla crescita in ogni direzione verso la luce) e non portare mai la “benda sugli occhi” in modo da lasciar luccicare i difetti.


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Siamo delle suggestioni?

L’amore può essere cieco. Il desiderio no. Siamo delle suggestioni? I nostri corpi finiscono dove cominciano i nostri vestiti? Sotto non c’è niente? Tu mi guardi e mai mi viene in mente che tu stia guardando l’uomo della tua vita, devi pensare che io sia abbastanza folle da andare dietro i tuoi occhi ed entrare nel pozzo dell’ascensore aperto. Quindi guardo altrove e aspetto finché diventi una palma o un corvo o il vasto oceano grigio della mente. Il buio penetra. Anche adesso sbadigli nel mio cuore, annoiata e sola, spalmandoti unguenti su tutto il corpo e toccandoti mentre io indugio. Incespico nei cavi della bellezza (di qualcuna), anche nei confini (intricati) dell’autodifesa. Riaffiorano gli stessi pensieri inutili ma nessuno li rivendica. Poi mi dico che l’amore è potente come la gravità, e tutti devono cadere. Esistono le sfide dell’amore, i cristalli della perfezione? Siediti sulla mia memoria: voglio amarti ora, voglio amarti allora, voglio amarti mai, e poi ricominciare. Ci vuole un po’ (lo so) ma poi giro intorno alla tua intimità e riprendiamo forma. Su quel terreno fondamentale dove l’amore è inconsapevole, slegato, sfrenato e metà del mondo (sembra) perfetto (e da scoprire).

Leonard Cohen scrive (e disegna) “Book of longing” lungo dieci anni di vita e l’amore (medicina, dovere, fantasma, egoismo, fortuna, festa, bar…) appare senza pretese, quindi vacillante e dolcissimo, crudo e cucinato, ebbro e decifrato. Il “libro del desiderio” lo potete trovare tradotto da Livia Brambilla e Umberto Fiori per Mondadori.

artista Lola Dupré dal titolo
L’immagine è una mia elaborazione digitale di un collage (non digitale) dell'artista Lola Dupré dal titolo "After Eddowes Turner". Il desiderio galoppa (o troppa solamente) con quante zampe? (Balzani)

Ciascuno di noi tiene con sé il proprio “Libro del desiderio”. Pagine piene o pagine vuote, non conta. Troppo bianco il foglio o troppo scarso l’inchiostro, non conta. Abbozzato dalla passione o sottolineato dal rimpianto, non conta. Le catene lentamente hanno seguito le ancore, giù sul fondo del mare, non conta. In mezzo, tra i fogli, c’è la libertà.


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L’epistemia e il Gatto con gli Stivali di Shrek

“Pensai a lei con una fitta improvvisa di amore sereno, e mi parve facilissimo riconciliarmi con lei dopo il litigio, non perché mi fossi comportato male o perché avessi torto, ma al contrario perché era ovvio, innegabile che nel giusto ero io e che lei semplicemente si sbagliava.”

Sai quando la pioggia aumenta appena metti un piede fuori di casa? E non hai certo intenzione di tornare a prendere l’ombrello? Fai i conti di farcela e poi arrivi con capelli fradici e scarpe inzuppate. Ecco, succede la stessa cosa con la ragione e l’aver ragione in qualche modo, soprattutto nelle relazioni affettive. C’è chi è pioggia. Chi non vuole l’ombrello (del dialogo). Chi non mette in discussione il tempo e sa che le scuciture (risentimenti) del proprio abito (mentale) saranno l’innesco per scatenare il peggio da questa trascuratezza (emotiva). La pioggia battente ti fa provare la sensazione di avercela con tutto e con tutti. E per un attimo non hai più idea di dove stai andando (con le tue ragioni dato che cerchi solo di averle).

Ian McEwan scrive, quell’ostinata incandescente ossessione, che è “Amore fatale”, tradotto da Susanna Basso per Einaudi. Un divertimento assoluto (se vi va) può essere anche risfogliare le due gustosissime (psicopatologiche) appendici finali. A parte il soggetto e il delicato “disastro delle tenerezze”, quando il mondo si fa piccolo e intenso e ogni “conversazione” diviene “intima e imprevedibile”, rimane il bisogno di trattenere il respiro, di evitare di concentrarsi solo su quel tono irritato e quella irritante della voce, di non opporre ostinatamente resistenza alla forza suggestiva dell’immaginazione.

Non ho mai avuto paura della pioggia (a meno delle alluvioni devastanti per il cambiamento climatico). La pioggia è un dialogo, che cerco di riprendere ogni volta con estrema dolcezza. Nulla da strappare. Nulla da rammendare in realtà. Mi guardi, ti avvicini e scarabocchi qualcosa su un foglietto. Mi soffio il naso con un fazzolettino di carta, lo faccio spesso, anche quando probabilmente non mi serve ma è nella mia natura chiedere di poter respirare meglio, pensare meglio, ascoltare meglio… Ricordi il musino dolce del Gatto con gli Stivali di Shrek, quel soriano dal pelo rosso che fa gli occhioni grandi grandi?

Gatto con gli Stivali, che appare per la prima volta nel film “Shrek2” del 2004 diretto da Andrew Adamson, Kelly Asbury e Conrad Vernon.
L'immagine è una mia elaborazione del Gatto con gli Stivali, che appare per la prima volta nel film “Shrek2” del 2004 diretto da Andrew Adamson, Kelly Asbury e Conrad Vernon. (Balzani)

Il Gatto con gli Stivali nella versione originale del primo sequel del celebre film di animazione del 2001 viene umanizzato con la voce di Antonio Banderas, mescolando il magico felino delle fiabe di Charles Perrault e dei fratelli Grimm con il personaggio di “Zorro” creato da Johnston McCulley nel 1919.

Già. È un Amore fatale. Interpretiamo l’informazione, che l’intelligenza artificiale genera, e cadiamo nella trappola. Come se guardassimo il dolce musetto del Gatto con gli Stivali di Shrek “riconosciamo come conoscenza quello che ci appare più plausibile”, scrive Walter Quattrociocchi. “La plausibilità simulativa del discorso fluente e la coerenza narrativa sostituiscono l’efficienza cognitiva e l’affidabilità dei dati”, citando il Dizionario Treccani, nel definire una caratteristica dominante dell’epistemia. La ricerca scientifica, condotta Quattrociocchi e il suo team dell’Università Sapienza di Roma, pubblicata su “Nature” e poi sui “Proceedings of the National Academy of Sciences”, analizza centinaia di milioni di commenti in lingua inglese raccolti su otto piattaforme digitali in oltre trent’anni. Lo Spazio Visuale delle piattaforme è uno Spazio Verbale in cui lo schema tecnologico appare stabile, anche se progressivamente innovato, a dimostrazione dell’enorme interesse industriale del recupero dell’investimento attraverso diversi modelli di business. Il modo di rendere visibili i dati costituisce l’innesco dell’amore fatale. Se condividiamo un ambiente in cui è facile produrre contenuti plausibili, ciò che è importante (forme e contenuti speculativi e critici) perdono non solo di interesse ma anche di rilevanza.

Possiede una natura digitale distopica l’epistemia. La plausibilità genera il modo “in cui siamo disposti a considerare come conoscenza.”


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Il cervello della Luna

Non fa troppo caldo. Un azzurro fluttua nel cielo, umido e svaporato. Le case si appoggiano alle rose e alcune vi sprofondano. Ovunque io guardi, c’è bisogno di una parola per vivere. Non ho più un sostegno dietro gli occhi. Lo spazio ondeggia senza fine. Un tempo fluiva verso un punto. Si è disfatta la corteccia che mi portava. Abbandonato a un cielo senza respiro. Si sente più saldo. Si getta per i viali. È un fluttuare in ogni direzione. Va di slancio, le donne le porta tra le pieghe come polvere. Deposte dal trono. Ma che hanno, in fondo: cavità minute e ciuffo di terra sotto l’ascella. A una ondeggia nel respiro una rosa. Il suo profumo insieme al calore del seno sale verso un qualche uomo. Gravità. Due, che vogliono amarsi, si sfilano gli anelli.

A volte mi sembra di vedere attraverso una risonanza magnetica e di refertare. Gottfried Benn e il suo stupendo, inaudito, potente “Cervelli”, mi hanno dato il sollievo di scrivere insieme. Roberto Calasso la chiama «prosa assoluta», qualcosa “che evidentemente era balenato in Lautréamont, in Rimbaud, in Mallarmé” ma anche in Marina Cvetaeva.

Cervelli è “il protocollo di una scrittura drogata, agisce come una droga endocrina, che allenta i nessi che rendono la realtà percorribile”. Gottfried Benn è incredibile. Mi fa sentire internamente come scrivere possa essere espressione di qualcosa di fisico, come le impronte digitali. Il linguaggio non può far altro che “fosforeggiare, luciferare, travolgere, stordire.” Non è una questione di stile, ma di sostanza.

Quanti anni ho vissuto, è tutto sprofondato. All’inizio mi rimaneva addosso? Cosa sono mai i cervelli?

“Cervelli” di Gottfried Benn è un’espressione straordinaria dello Spazio Verbale. “Cervelli” raccoglie le storie del dottor Rönne, viene pubblicato nel 1916 e lo potete trovare a cura di Maria Fancelli edito da Adelphi.

elaborazione digitale del monumentale modello della Luna di Bonn, esposto al Field Columbian Museum di Chicago nel 1890, creato da Johann Friedrich Julius Schmidt tra il 1849 e il 1853.
L’immagine è una mia elaborazione digitale del monumentale modello della Luna di Bonn, esposto al Field Columbian Museum di Chicago nel 1890, creato da Johann Friedrich Julius Schmidt tra il 1849 e il 1853. (Marcello Balzani)

Questa sera la luna è piena e sorge dalla linea dell’orizzonte sul mare calmo e troppo caldo. Bassa marea. Selene si illumina progressivamente salendo. È uno dei tanti cervelli che aprono il nostro Spazio Visuale. Ma se una Luna (una delle tante Lune come uno dei tanti cervelli), una Luna tridimensionale di oltre 5,5 metri appare all’interno di una stanza, sorge dal muro, costituisce un trasformazione surrealista dello spazio, deforma quell’intimità trasparente desiderata da André Breton.

Ovunque io guardi, c’è bisogno di una parola per vivere.


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Spazio Verbale e Spazio Visuale

Stai attento perché molte parole sono sdrucciole, viscide come anguille, salterine come cavallette, sono di una astuzia diabolica e non cadono in trappola tanto facilmente. Alcune parole sono invisibili. E le labbra? Le sue labbra tremavano un po’, mi guardava senza dire niente ma come se aspettasse non so che cosa, come se dicesse e adesso cosa succede? E ancora non succedeva niente. Ma io disponevo di un’arma eccezionale. Pochi sanno usarla. Io invece ho una abilità straordinaria con la lingua. Ma per ottenere il massimo effetto si tratta di sfruttare la sorpresa. E il ritmo. Senza ritmo non si combina niente, si fa confusione e niente altro. Il ritmo non è una di quelle cose che si imparano, è un dono naturale che si può perfezionare, però bisogna essere dotati. Io bacio sempre a occhi chiusi. Mi accostai al marciapiede. Scese dalla macchina e mi fece un sorriso che sembrava l’ultimo.

Indiscutibilmente lo Spazio Verbale, e il suo relativo emisfero, in questo esatto momento che leggete, domina. Domina quando parlate e domina quando ascoltate. Domina su ciò che vedete. Il potere extravisivo del sonoro diviene superpotere quando si struttura in linguaggio (scritto, letto, ad alta voce e non), in un processo evolutivo della specie umana assolutamente non banale. Siamo Nati per Leggere. Ma lo Spazio Verbale, infinito e incessante, educante e memorizzante, estensivo e codificato, convive (per la maggioranza) con lo Spazio Visuale, anzi si alimenta di esso, perché leggere richiedere visualità e anche nell’ascolto si sviluppa una relazione visiva sinestetica. Ora, che sto scrivendo sul mio laptop queste righe che si dipanano lungo la giustificazione della pagina digitale come un serpente, lo Spazio Visuale è iniettato di Spazio Verbale. Nello schermo e sulla tastiera (in cui i miei polpastrelli battono lettere e interpunzioni) lo sguardo segue il verbale. Sono dotato di una pessima grafia. La mia maestra di scuola elementare (una volta si chiamava così la scuola primaria) segnava delle note in rosso nei miei quaderni dei compiti che potessero leggere i miei genitori in cui sottolineava che: Marcello ha una pessima grafia. Calligrafia (ovvero etimologicamente bella scrittura) non era termine utilizzabile per le mie prestazioni scolastiche. Il cervello andava (forse va ancora) più veloce della mano e faceva (ironicamente) confusione. Non riesco neppure a rileggere ciò che scrivo, se scrivo appunti rapidamente senza concentrarmi sulla forma di scrittura. Credo di combinare (istintivamente nel visivo) quattro tipi grafici diversi di vocali -a- minuscole, in rapporto al tipo di consonante che incontrano. L’incontro (anticipato o conseguente lungo l’assemblaggio verbale della parola) avviene nel mio Spazio Visuale, molto più mentale. Soluzione e adattamento: ho imparato a sette anni a battere rumorosamente i tasti meccanici della Olivetti di mia madre e non ho più smesso. Comunque godo moltissimo nello scrivere a mano (anche con matite di durezze diverse) e poi nel cercar di decifrare ciò che ho scritto, soprattutto nel tempo, come se stessi leggendo (e non rileggendo) parole e frasi scritte da qualcuno di cui non riconosco la scrittura.

“Il serpente” di Luigi Malerba è un romanzo con una sana dose di erotismo mentale, che potete trovare edito da Mondadori. Cocciutamente ostruisce per nascondere, mistifica per alludere. Finto, falso e verosimile si iniettano come veleno e come antidoto. Sulla punta della banana c’è il cadavere di un insetto. Il metaforico e il simbolico si accendono: sono inneschi e micce dello Spazio Verbale; e Malerba è molto abile a creare le trame dei conflitti verbali/visuali, che poi sono emozionali/sentimentali ma anche pulsionali/umorali. Un esempio? Se si dovesse scrivere un romanzo all’interno dei colori? Dove il protagonista è un funzionario dell’immaginaria ditta olandese di vernici Loutrous Peintures SpA?

Le vernici come il sangue non sono solo chimica, osserva sempre Luigi Malerba in “La superficie di Eliane”, pubblicato sempre da Mondadori. “Ho fatto dipingere di bianco neutro le pareti della casa. Eliane preferiva un grigetto schifosissimo che lei chiamava grigio perla, ma le ho spiegato che prima bisogna dare un bianco neutro di fondo e poi sceglieremo il colore. Abbiamo quattro tipi di bianco: ghiaccio, latte, neve, canapa. Gli Esquimesi di bianchi ne hanno addirittura una dozzina. Con quattro bianchi posso fare sessantaquattro combinazioni di bianco. Filosoficamente il bianco non viene nemmeno considerato un colore, viene assimilato al nulla, alla trasparenza, alla luce, al vuoto, alla luna, alla inquietudine, alla solitudine, alla schiuma, alla droga, alla malinconia, ai fantasmi. Candidus, bianco brillante, o albus, bianco opaco. Mentre Eliane dormiva, una notte Marcello le ha strappato un pelo del Monte di Venere. Identico il nero corvino a quello dell’altra Eliane, identica la lunghezza e l’arricciatura, e l’ha incollato nella pagina del Cantico dei Cantici dove sta scritto: Mi hanno posta a custodia della vigna, ma io non ho custodito la vigna. Inutile dire che cosa significa, nel linguaggio biblico, la vigna… Nella casa, protetti dalle finestre con i doppi vetri, insieme a Eliane usiamo a rotazione le lenzuola colorate per gli esperimenti di cromoerotismo, che intendo continuare comunque vadano le cose. E adesso mi domando quando comincerà la mia vita vera.”

Lo Spazio Architettonico, ad esempio, è un luogo strano nella mente dei tecnici, che abbiano desiderio e interesse di ricercarne senso, significato, orientamento… oltre ad esigenze funzionali. Sicuramente è uno spazio che appartiene allo Spazio Visuale ma si nutre di Spazio Verbale, in quanto il potere extravisivo dello Spazio Architettonico, se ce ne fosse ancora bisogno di scriverlo e affermarlo, è infinitamente poetico, basta vederlo.

famosa fotografia artistica del 1925 realizzata da František Drtikol con il titolo “Onda”.
L'immagine è una mia elaborazione digitale di una famosa fotografia artistica del 1925 realizzata da František Drtikol con il titolo “Onda”. (Marcello Balzani)

Quindi la banana è pericolosissima. Chi scagliò la prima pietra della verità? Si è scoperta la traiettoria e la forza di caduta? Era porfirica, vetrosa o pomicea? Esistono milioni di verità. In fondo è così: ci sono soggetti portati per l’erotismo e ci sono soggetti portati per il sentimento. È raro che un uomo e una donna siano portati per tutti e due insieme. Da fuori però non si vede niente, non si vedono le differenze fra l’uno e l’altro, da fuori non si vede mai niente. Vuoi dei segreti? I segreti pensi che siano il vinavil dell’amicizia? Ma nel buio si distingue ancora la nebbia che si arrotola, si contorce, si avvita su se stessa (come una lingua), come un serpente impazzito.

Lo Spazio Verbale e lo Spazio Visuale si annodano (nella nostra mente) come due serpenti in un serpente solo di cui non riusciamo a distinguere dove inizi il primo e finisca il secondo. Come per Tiresia quando incontra ai piedi del monte Citerone due serpenti uniti e staccati attraverso le bocche. Stavano facendo cromoerotismo, direbbe Malerba, con le loro pelli maculate. Nel mito greco quell’incontro stabilisce l’inizio di una divina sperimentazione: essere uomo e diventare donna e poi tornare ad essere uomo ricordando di essere stato donna… che ci sia una relazione anche spaziale?

A Tiresia, che era stato vittima degli dei (doveva rispondere ad un quesito tra Zeus e Era su chi fra maschio e femmina godesse di più facendo l’amore), al termine dell’esperimento di sette anni, viene donato il potere extravisivo di vedere il futuro.

Ma la divinazione richiede la cecità.


Dalla rubrica «Marcello Balzani: tra Parola e Immagine»

C’è un numero che, più di altri, incarna l’idea di equilibrio e compiutezza: sei. È il primo numero perfetto, perché somma dei suoi divisori (1, 2, 3), ma è anche la metrica dell’esametro omerico, che ha guidato per secoli il racconto del viaggio, del mito, dell’umano.

A questo numero si ispira la struttura di “Perfetto Sei”, una rubrica che raccoglie i testi di Marcello Balzani come pensieri in cammino, intrecciati a immagini e citazioni che non illustrano, ma evocano, non spiegano, ma interrogano.
Il titolo è anche un gioco di specchi: si può leggere come “Sei perfetto”, allusione alla somiglianza divina dell’essere umano, fatto — secondo la tradizione — a immagine di Dio. Un invito, forse, a riscoprire nel frammento la traccia di un’armonia nascosta.

Ogni articolo della rubrica ospita progressivamente sei pensieri. Sei come unità compiuta, come sequenza che diventa ciclo. Quando l’articolo si completa, ne nasce uno nuovo. E ogni nuovo inizio si pone in cima alla serie, come il primo passo di un nuovo viaggio. L’intero progetto si dispiega così in una serie aperta di cerchi perfetti, ognuno con il proprio tema originario e la propria traiettoria di senso.

PERFETTO SEI

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