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Spider-Man e la nuova grammatica della comunicazione infocratica

Nella comunicazione contemporanea il problema non è più solo raccontare, ma dare forma al flusso. Spider-Man: Un nuovo universo diventa così un caso di studio utile anche per i professionisti dell’informazione: un film che organizza simultaneità, identità distribuite e densità di segni in una nuova grammatica narrativa. Il multiverso diventa qui una teoria pratica della comunicazione digitale.

Spider-Man e comunicazione infocratica: il film del flusso

Spider-Man: Un nuovo universo, il primo film dell’era infocratica? Perché il capolavoro animato su Miles Morales non racconta soltanto il multiverso, ma mette in scena il nuovo regime della comunicazione

Sono stati i miei figli a convincermi — o meglio, a pretendere — che lo vedessi.
Io ero piuttosto scettico. Negli ultimi anni mi sono progressivamente stancato di molti lungometraggi d’animazione contemporanei: musical interminabili, trame prevedibili, estetiche sempre più uniformi tra Disney e Pixar.

Così ho accettato quasi controvoglia.

Dopo pochi minuti, però, mi sono reso conto che stava accadendo qualcosa di diverso.
Non stavo semplicemente guardando un buon film d’animazione. Mi trovavo di fronte a una vera mutazione di paradigma narrativo.

Spider-Man: Un nuovo universo è probabilmente il primo grande lungometraggio che non si limita a utilizzare la pluralità dei linguaggi visivi in senso postmoderno. Fa qualcosa di più radicale: organizza il racconto secondo la logica comunicativa del nostro tempo.

Una logica che potremmo definire infocratica:
flusso continuo, simultaneità dei piani narrativi, replicazione delle identità, sovrapposizione dei codici, densità estrema di segni.

Il film ha vinto l’Oscar 2019 come miglior film d’animazione, ed è già stato celebrato come un punto di svolta per il cinema animato. Ma la sua portata va oltre.

Non è soltanto un capolavoro tecnico.
È un dispositivo di linguaggio visivo, in cui la forma non accompagna semplicemente il racconto: lo costruisce.

Per questo rappresenta un caso di studio particolarmente interessante per chi si occupa di comunicazione. Perché mostra, forse meglio di molte teorie, come social media, cultura digitale e infocrazia stiano cambiando il modo stesso di raccontare.

Quella che segue è quindi una riflessione — più che una recensione — su ciò che questo film ci insegna riguardo al nuovo paesaggio narrativo in cui oggi ci muoviamo.

Per una lettura più rapida
Questo è l’approfondimento principale, sviluppato in forma ampia e argomentata. Chi cerca invece una sintesi più immediata, centrata sul valore del film come caso di studio per i mestieri della comunicazione, può leggere anche “Il film che ogni professionista della comunicazione dovrebbe studiare”.


Introduzione: non un semplice film innovativo, ma un cambio di paradigma

Quando si parla di Spider-Man: Un nuovo universo, quasi tutti partono dallo stesso punto: l’innovazione visiva. Ed è naturale. Il film colpisce subito per la sua potenza grafica, per l’uso del colore, per la compresenza di linguaggi che sembrano venire insieme dal fumetto, dall’animazione digitale, dalla grafica editoriale, dalla cultura pop e dall’estetica del montaggio contemporaneo.

Ma fermarsi qui significherebbe ridurlo a un prodigio stilistico, a un esercizio di bravura, a un’opera che stupisce l’occhio prima ancora di interrogare il pensiero.

In realtà, il punto è più radicale. Spider-Man: Un nuovo universo non rappresenta soltanto una svolta nel modo di fare animazione. Rappresenta una svolta nel modo di organizzare il senso. La sua vera novità non consiste semplicemente nell’aver trovato un nuovo stile, ma nell’aver dato forma a una nuova condizione della comunicazione contemporanea, che io chiamo comunicazione infocratica.

È qui che il film smette di essere soltanto “bello”, “innovativo” o “coraggioso” e diventa qualcosa di più rilevante: un’opera capace di intercettare una mutazione di paradigma.

Negli ultimi anni ho dedicato molto tempo alla lettura di molte opere,  che analizzavano l'evoluzione della comunicazione che stava prendendo forma nel postmoderno: frammentazione, citazione, ibridazione dei linguaggi, moltiplicazione dei punti di vista, ironia, caduta dei grandi racconti unitari.

Senza dubbio Un nuovo universo contiene anche questi elementi. Ma la sensazione è che qui accada qualcosa di ulteriore. Non siamo più soltanto dentro una cultura che gioca con i frammenti. Siamo dentro una cultura che vive di flussi, di sovraccarico informativo, di simultaneità, di rilancio continuo dei segni, di identità che si costruiscono nella rete delle connessioni.

In altre parole, non siamo più semplicemente nel postmoderno: siamo nell’infocrazia.

È proprio per questo che il film appare così contemporaneo. Non perché racconti i giovani, non perché introduca un protagonista nuovo, non perché aggiorni il mito di Spider-Man in chiave inclusiva, ma perché assume nella propria grammatica il modo in cui oggi circolano immagini, simboli, modelli e riconoscimenti.

Il suo multiverso non è solo narrativo. È cognitivo, percettivo, comunicativo. È il riflesso di un mondo in cui il senso non discende più da un centro stabile, ma emerge da una costellazione di varianti, interferenze, repliche e sovrapposizioni.

Da questo punto di vista, il celebre messaggio del film — l’idea che chiunque possa essere Spider-Man — non è solo una dichiarazione etica o identitaria. È anche una formula mediale. Vuol dire che il simbolo non appartiene più a una sola origine, a una sola incarnazione legittima, a un’unica linea genealogica. Vuol dire che esso vive nella sua capacità di essere assunto, reinterpretato, condiviso, trasformato senza perdere riconoscibilità. E questa è precisamente una delle logiche fondamentali della comunicazione nell’epoca dei social e delle piattaforme.

La tesi di questo articolo, dunque, è netta: Spider-Man: Un nuovo universo può essere letto come il primo vero lungometraggio capace di esprimere pienamente non più la sola sensibilità postmoderna, ma il nuovo regime della comunicazione infocratica. Non si limita a rappresentare la pluralità dei linguaggi; la organizza. Non si limita a citare codici diversi; li connette. Non si limita a tematizzare il cambiamento; lo incorpora nella propria forma.

Ed è proprio questo a renderlo un caso decisivo. Perché le grandi opere, in fondo, non sono quelle che descrivono soltanto il proprio tempo. Sono quelle che riescono a parlare secondo il ritmo profondo del proprio tempo, rendendo visibile ciò che tutti vivono senza averlo ancora pienamente nominato. Spider-Man: Un nuovo universo appartiene a questa categoria. Non è solo un film sul multiverso. È un film sulla nuova condizione del senso nell’epoca della rete.


Dal postmoderno all’infocrazia: che cosa cambia davvero”

Per capire fino in fondo perché Spider-Man: Un nuovo universo possa essere letto come un film dell’epoca infocratica, bisogna prima chiarire un passaggio teorico essenziale: che cosa distingue davvero il postmoderno dall’infocrazia?

Per molti aspetti, infatti, i due piani sembrano sovrapporsi. Entrambi convivono con la pluralità dei linguaggi, con la crisi dell’unità, con la fine di una narrazione lineare e con la moltiplicazione dei punti di vista. Eppure non sono la stessa cosa.

Il postmoderno, nella sua forma più nota, ha messo in discussione i grandi racconti ordinatori. Ha dissolto la centralità dell’origine, ha reso porosi i confini fra alto e basso, ha fatto della citazione, del montaggio e dell’ibridazione i propri strumenti privilegiati. Il suo gesto tipico è la frammentazione: prendere un sistema stabile e mostrarne la discontinuità. Il suo tono caratteristico è spesso ironico, consapevole, riflessivo. Il postmoderno smonta, decostruisce, ricombina. Ma resta ancora, in un certo senso, un’operazione critica sui linguaggi.  Il postmoderno conserva spesso un fondo giambico-classico, anche quando sembra frantumarlo, c’è ancora una sequenza, un prima e un dopo, una dinamica di sviluppo, magari interrotta, deviata, ironizzata, ma non dissolta del tutto. Non elimina completamente la pulsazione di fondo di una costruzione narrativa che procede comunque per articolazioni successive. Anche quando si presenta come frammentario, conserva spesso un’ossatura temporale ancora leggibile.

È come se il postmoderno facesse inciampare il passo giambico, senza però cancellare del tutto l’idea stessa del passo.

L’infocrazia, invece, non nasce semplicemente dalla crisi dei linguaggi. Nasce dalla loro saturazione. Non siamo più soltanto di fronte a codici molteplici: siamo immersi in un ambiente in cui l’informazione circola in modo continuo, accelerato, reticolare, competitivo. Qui il problema non è più soltanto che il senso si frantuma; è che viene investito da una pressione permanente di segni, notifiche, immagini, testi, rilanci, commenti, remix, micro-racconti. Se il postmoderno era il regno del frammento, l’infocrazia è il regno del flusso.

La differenza è decisiva.

Nel postmoderno il frammento conserva ancora una certa distanza critica: mostra che l’unità è finita. Nell’infocrazia, invece, il frammento è già parte di una rete operativa. Non vive da solo, non allude soltanto alla crisi del tutto, ma entra immediatamente in una circolazione, in una catena di connessioni, in una dinamica di rilancio. Il segno non vale più solo per ciò che significa; vale per come viene ripreso, condiviso, replicato, trasformato.

È qui che cambia anche l’idea di identità. Nel paradigma postmoderno l’identità si problematizza, si decentra, si pluralizza. Nel paradigma infocratico l’identità si distribuisce. Diventa un nodo, una presenza esposta, continuamente ricostruita nel rapporto con altri segni e altri sguardi. Non è più soltanto il soggetto a essere instabile: è il suo stesso ambiente comunicativo a impedirgli una forma definitiva. L’io non si limita a dubitare di sé; deve continuamente comporsi dentro una rete di immagini, modelli, attese e riconoscimenti.

Ecco allora il punto: Spider-Man: Un nuovo universo non si limita a mettere in scena la frammentazione postmoderna. Non si limita a dirci che esistono molte versioni possibili dello stesso eroe. Fa qualcosa di più contemporaneo: mostra che il senso di un simbolo nasce ormai dalla sua capacità di circolare tra più versioni, di restare riconoscibile mentre si trasforma, di vivere non nella fissità dell’origine ma nella dinamica della connessione. Questo non è più soltanto postmoderno. Questo è già pienamente infocratico.

La cultura dei social ci ha abituati proprio a questo. Non a una semplice pluralità di interpretazioni, ma a una continua coesistenza di formati, registri, reazioni, appropriazioni. Un’immagine non finisce nel momento in cui viene prodotta: comincia allora il suo vero ciclo di vita, fatto di rilanci, mutazioni, commenti, ricontestualizzazioni. Lo stesso accade ai simboli. La loro forza non dipende più soltanto dalla loro origine o dalla loro autorità, ma dalla loro adattabilità, dalla loro capacità di attraversare ambienti diversi senza dissolversi.

In questo senso il postmoderno citava. L’infocrazia connette. Il postmoderno giocava con i codici. L’infocrazia li mette in competizione e in simultaneità. Il postmoderno desacralizzava i miti. L’infocrazia li trasforma in matrici condivisibili, in segni aperti alla riappropriazione continua. Ed è proprio su questa soglia che si colloca Un nuovo universo: non come semplice opera che accumula linguaggi, ma come film che organizza il racconto secondo il principio della rete.

Questa distinzione è fondamentale anche per non equivocare la natura del film.

Se lo leggessimo solo come postmoderno, ne coglieremmo la brillantezza citazionista, la libertà stilistica, la contaminazione dei registri. Ma ci sfuggirebbe il salto vero: il fatto che qui la pluralità non è più soltanto un effetto estetico o una postura culturale. È la struttura stessa del reale comunicativo. Il film non guarda al caos dei segni con distacco ironico. Lo assume come condizione di partenza e prova a dargli una forma narrabile.

Per questo si può dire che Spider-Man: Un nuovo universo si colloca oltre il postmoderno. Non perché lo neghi, ma perché lo ingloba e lo supera. Conserva la pluralità, ma la immerge nel flusso. Conserva l’ibridazione, ma la trasforma in sistema operativo. Conserva la crisi dell’unità, ma la converte in una nuova logica del riconoscimento. Non siamo più davanti a un mondo di frammenti che denunciano la fine del centro; siamo dentro un mondo di segni che chiedono continuamente di essere attraversati, connessi, rimessi in forma.

Ed è precisamente questa la soglia teorica su cui il film acquista il suo valore più profondo. Non è soltanto un racconto visivamente innovativo. È una macchina narrativa che rende visibile il passaggio da una cultura della citazione a una cultura della circolazione permanente. Da una sensibilità postmoderna a una condizione infocratica.


Il multiverso come forma della comunicazione contemporanea

A questo punto il nodo decisivo è il multiverso.

Perché è proprio qui che Spider-Man: Un nuovo universo compie il salto che lo distingue da molte altre opere contemporanee. In superficie, il multiverso potrebbe sembrare un dispositivo spettacolare: una soluzione narrativa utile a moltiplicare personaggi, ad ampliare l’universo di Spider-Man, a generare sorpresa visiva e dinamismo drammaturgico. Ma in questo film il multiverso non è soltanto un espediente. È una forma del pensiero.

E, più precisamente, è la forma attraverso cui il film riesce a rappresentare la condizione della comunicazione contemporanea.

Nella tradizione narrativa classica, l’universo è uno. Anche quando è complesso, gerarchico o conflittuale, resta comunque ordinato da un centro di legittimazione. Esiste una linea principale, una versione autorizzata del personaggio, una continuità che tiene insieme origine, sviluppo e destino. Il multiverso, invece, scardina questa centralità. Non nega il simbolo, ma lo distribuisce. Non cancella l’identità, ma la moltiplica in una costellazione di varianti. Ed è proprio questa la sua forza teorica: mostra che il senso non dipende più da una sola incarnazione legittima, ma dalla possibilità che più versioni coesistano senza annullarsi a vicenda.

È qui che il film incontra in pieno la logica della società infocratica.

Anche oggi, infatti, i simboli non vivono più come forme chiuse e immobili. Circolano. Si replicano. Vengono reinterpretati, appropriati, rilanciati, deformati, ma continuano a restare riconoscibili. La loro identità non coincide più con l’immutabilità, bensì con la capacità di attraversare varianti molteplici senza dissolversi. Spider-Man, in Un nuovo universo, funziona esattamente così: non è più soltanto un personaggio, è una matrice. Un segno aperto, ma non indistinto. Una figura che può cambiare volto, corpo, età, stile, universo e tuttavia restare leggibile.

Per questo il messaggio “chiunque può essere Spider-Man” va inteso in un senso più profondo di quello, pur importante, dell’inclusione. Non si tratta solo di allargare la rappresentazione. Si tratta di trasformare la natura stessa del simbolo. Il mito non è più custodito da una genealogia unica; viene rimesso in circolazione dentro una rete di possibilità. E questa rete non produce confusione, ma una nuova forma di riconoscimento. Ciò che conta non è più l’aderenza a un originale intoccabile, ma la capacità di incarnare, ciascuno a proprio modo, una funzione simbolica comune.

In questo senso, ogni Spider-persona è insieme individuo e versione, soggetto e variazione, identità autonoma e nodo di una stessa trama simbolica. Peter B. Parker, Gwen Stacy, Spider-Man Noir, Peni Parker, Spider-Ham: ciascuno porta con sé un mondo, un tono, una memoria visiva, quasi una propria grammatica mediale. Eppure nessuno appare come una semplice copia. Ognuno è una differenza legittima. Il film ci abitua così a una nozione di identità che non ha più il suo fondamento nella purezza dell’origine, ma nella coerenza della differenza.

È proprio questo il tratto comunicativo più contemporaneo del multiverso.

Nella società delle reti, l’identità non è più un dato ricevuto una volta per tutte. È il risultato di una negoziazione continua tra appartenenza e variazione, tra riconoscibilità e adattamento, tra modello e reinvenzione. Miles Morales entra in questo sistema non come imitazione del precedente Spider-Man, ma come sua reinterpretazione necessaria. La sua legittimazione non passa attraverso la fedeltà mimetica, ma attraverso la capacità di diventare se stesso dentro un simbolo già condiviso.

Da qui deriva anche il valore cognitivo del multiverso.

Non serve solo a moltiplicare le trame. Serve a rendere visibile una realtà mentale in cui il soggetto si costruisce sempre più attraverso confronti, rimandi, modelli paralleli, possibilità simultanee. Miles non cresce in isolamento. Cresce nella relazione con altre versioni del possibile. Ogni Spider-persona gli mostra non una regola, ma una possibilità. Non un’origine da venerare, ma una forma da attraversare. Il multiverso diventa così una pedagogia della contemporaneità: non insegna a copiare, insegna a comporre.    

Interstellar, un primo passo nel pluriverso

Il firm di Nolan "Interstellar" non mette in scena un vero multiverso di versioni parallele del simbolo, ma una crisi radicale della linearità spazio-temporale. Nel tesseratto finale, Cooper sperimenta il tempo come ambiente attraversabile, non come successione irreversibile. Spider-Man: Un nuovo universo compie però un passo ulteriore: non si limita a spezzare la linearità del racconto, ma trasforma la pluralità in una rete di identità simultanee e comunicanti. Se Interstellar apre la frattura cosmica del tempo, Spider-Verse la traduce in grammatica culturale dell’epoca infocratica.

Un nuovo concetto di pluralità

Sotto questo profilo, il film supera anche la semplice logica postmoderna della moltiplicazione dei punti di vista.

Nel postmoderno, la pluralità tende spesso a dissolvere il centro in una costellazione ironica di frammenti. Qui, invece, la pluralità costruisce una nuova unità, ma di tipo diverso: non verticale, non gerarchica, non fondata su un’origine unica. È un’unità reticolare, in cui il centro non è dato una volta per tutte, ma emerge dalla relazione tra i nodi. Il multiverso non distrugge il senso; lo redistribuisce.

Ed è per questo che il film parla così bene al nostro tempo. Perché non si limita a mettere in scena mondi paralleli; mette in scena il modo in cui oggi i significati vivono davvero. Nessun simbolo è più completamente isolato. Nessuna identità è più totalmente autosufficiente. Ogni figura esiste dentro un ecosistema di rinvii, variazioni, appropriazioni, relazioni.

Il multiverso, allora, non è solo il tema del film. È la sua teoria implicita della comunicazione.

Da qui nasce anche la forza emotiva del racconto. Perché la pluralità non viene vissuta come perdita, ma come possibilità. Miles non diventa Spider-Man nonostante il multiverso, ma grazie al multiverso. La sua crescita coincide con l’apprendimento di una verità profondamente contemporanea: l’identità non si fonda più sull’unicità assoluta, ma sulla capacità di trovare il proprio ritmo dentro una molteplicità di forme già circolanti.

Non si tratta di essere l’originale. Si tratta di essere autentici nella variazione.

Il multiverso, quindi, in Spider-Man: Un nuovo universo non è soltanto una macchina dell’immaginario. È la figura più precisa di una condizione culturale: quella in cui il senso si genera dalla coesistenza di molte versioni, il simbolo dalla sua replicabilità, l’identità dalla sua capacità di attraversare il flusso senza perdersi. In questo sta la sua portata teorica. E in questo sta anche la ragione per cui il film può essere letto come un’opera-soglia della società infocratica.


Il film come grammatica del feed

Se il multiverso rappresenta la struttura concettuale di Spider-Man: Un nuovo universo, il suo linguaggio visivo ne costituisce la prova concreta. È infatti sul piano della forma che il film compie il suo gesto più radicale: non si limita a raccontare una pluralità di mondi, ma organizza la percezione dello spettatore secondo una logica che somiglia sempre meno a quella del racconto lineare classico e sempre più a quella del feed contemporaneo. Non il flusso come semplice successione disordinata, ma come ambiente saturo di segni, nel quale il senso emerge da simultaneità, stratificazioni, ritorni, rilanci, condensazioni.

La grande intuizione del film è questa: oggi la comunicazione non passa più soltanto per sequenze ordinate e gerarchizzate. Passa per accumuli intelligenti, per compresenze, per interferenze controllate, per una continua negoziazione tra ciò che cattura l’occhio e ciò che merita di essere trattenuto.

Penso ad Ingenio. Non è una rivista da sfogliare dall'inizio alla fine, è una piattaforma di contenuti qualificati, autonomi e al tempo stesso connessi, saturo di informazioni, ma anche multiverso di opinioni tecniche diverse.

È esattamente ciò che avviene nello spazio dei social e delle piattaforme: non riceviamo un messaggio alla volta secondo una catena calma e lineare, ma siamo immersi in una costellazione di stimoli che ci chiedono continuamente di selezionare, riconoscere, collegare. Un nuovo universo riesce a tradurre questa condizione in forma cinematografica.

Lo schermo, in questo film, non è mai una semplice finestra trasparente sul mondo. È piuttosto una superficie densa, attiva, parlante. Le immagini non si limitano a mostrare: commentano, amplificano, duplicano, rilanciano. I testi irrompono dentro l’inquadratura, le linee di movimento agiscono come segni di enunciazione, i retini e le sfasature cromatiche non decorano ma qualificano l’immagine, rendendola insieme narrativa e meta-narrativa. In altri termini, il film non separa il contenuto dalla sua mediazione: li tiene insieme, come accade precisamente nell’ecosistema digitale, dove ogni messaggio porta in sé anche l’impronta del mezzo che lo diffonde.

Questa è una differenza decisiva rispetto alla grammatica cinematografica moderna e, in larga parte, anche rispetto a quella postmoderna. Nel cinema classico, il montaggio tende a organizzare il visibile in una progressione leggibile. Nel postmoderno, questa progressione viene spesso incrinata, citata, disturbata. In Spider-Verse, invece, la logica cambia ancora: il montaggio non serve soltanto a collegare scene, ma a simulare una condizione di coabitazione dei segni. Lo spettatore non viene portato semplicemente da un punto a un altro del racconto; viene immerso in un ambiente percettivo nel quale deve continuamente orientarsi.

È qui che l’idea di “grammatica del feed” trova il suo senso più preciso. Il feed non è solo una sequenza di contenuti: è una forma di esperienza. È un modo di abitare il linguaggio. Tutto vi appare con la stessa urgenza iniziale, ma non tutto possiede lo stesso peso. Alcuni elementi scorrono, altri si imprimono, altri ancora ritornano trasformati. Allo stesso modo, in Un nuovo universo, il quadro visivo lavora per densità differenziate: c’è ciò che colpisce subito, ciò che si decifra dopo, ciò che acquista significato retroattivamente. Il film educa lo sguardo contemporaneo senza subirlo passivamente. Ne assume la velocità, ma non rinuncia alla costruzione del senso.

In questo sta uno dei suoi meriti maggiori. Molte opere contemporanee cercano di imitare il ritmo della comunicazione digitale e finiscono per ridursi a pura accelerazione. Qui accade il contrario: la rapidità non coincide con la superficialità. La saturazione non distrugge la leggibilità. Il flusso non annulla la forma. Il film dimostra che si può costruire un linguaggio complesso senza tornare alla calma gerarchica del passato e senza abbandonarsi al caos informe del presente. In questo equilibrio sta la sua intelligenza.

La grammatica del feed emerge anche nella gestione delle identità visive. Ogni Spider-persona porta con sé non solo una variante narrativa, ma un proprio regime percettivo. Il film non appiattisce le differenze in un’unica estetica dominante; le fa convivere dentro lo stesso spazio, come avviene oggi nell’ambiente digitale, dove codici differenti — testo, video, meme, illustrazione, commento, reazione — coesistono continuamente. Il risultato non è una semplice contaminazione di stili, ma un vero ecosistema di linguaggi. E questo ecosistema non va letto come puro ornamento visivo: è la forma stessa di una cultura in cui il senso si costruisce per co-presenza, non più per successione ordinata.

Anche il rapporto tra centro e margine cambia radicalmente. Nella grammatica classica esiste sempre un punto privilegiato da cui il racconto si organizza. Qui, invece, il centro si sposta continuamente, talvolta persino si distribuisce. L’immagine non impone un unico asse di lettura; suggerisce una pluralità di accessi. Questo non significa che il film rinunci alla chiarezza, ma che la chiarezza non nasce più dalla riduzione della complessità, bensì dalla sua orchestrazione. È una differenza capitale. L’ordine non precede il flusso: emerge da esso.

Da questo punto di vista, Spider-Man: Un nuovo universo è uno dei primi lungometraggi popolari a comprendere davvero che l’epoca dei social non ha modificato soltanto i contenuti della comunicazione, ma la sua sintassi percettiva. Non basta più raccontare un mondo nuovo; bisogna trovare una forma capace di farlo sentire. Il film ci riesce perché assume il regime della simultaneità senza lasciarsene travolgere. Traduce il sovraccarico in composizione. Trasforma la frammentazione in ritmo. Fa della pluralità non una minaccia alla narrazione, ma il suo nuovo motore.

È qui, allora, che si vede con maggiore evidenza il superamento del postmoderno. Il postmoderno giocava con la citazione, con lo scarto, con la consapevolezza dei codici. Un nuovo universo fa un passo ulteriore: non si limita a mostrare che i codici sono molti; mostra che ormai convivono tutti nello stesso ambiente di attenzione. La questione non è più solo la pluralità dei linguaggi, ma la loro simultaneità operativa. Non la citazione del frammento, ma la gestione del flusso. Non la crisi della forma, ma la nascita di una forma nuova capace di reggere il flusso senza negarlo.

Per questo si può dire che il film non rappresenta soltanto il presente: lo processa. Lo rende abitabile. Ne distilla una grammatica. E proprio in questa capacità di trasformare il feed in forma estetica risiede uno dei suoi elementi più originali. Spider-Man: Un nuovo universo non è solo un film che parla a un pubblico cresciuto dentro i social. È un film che comprende, forse prima di altri, che la società infocratica richiede una nuova sintassi dell’immagine e del racconto.


Dalla tragedia alla commedia nella Grecia antica, dal racconto lineare al flusso

Un paragone utile per capire la novità di Spider-Man: Un nuovo universo è quello con il passaggio, nel teatro greco, dalla tragedia alla commedia. La tragedia organizza il senso in modo verticale: un conflitto centrale, un destino, una tensione che sale verso il culmine. Anche quando mette in crisi l’ordine, lo fa conservando unità di tono, direzione e gravità. La commedia introduce invece un’altra logica: più voci, più corpi, più registri, più rumore della città. Accoglie il quotidiano, la pluralità, la mescolanza tra alto e basso. Dove la tragedia concentra, la commedia allarga. Dove la tragedia tende all’unità, la commedia lavora sulla coesistenza.
Il paragone non riguarda il genere del film, ma la sua forma culturale. Come la commedia ateniese porta sulla scena una polis affollata e policentrica, così Spider-Verse porta nel cinema una comunicazione fatta di simultaneità, interferenze, varianti, segni che convivono nello stesso spazio.
In questo senso, il film si allontana dalla logica lineare e quasi “tragica” del racconto classico e si avvicina a una grammatica più espansa e reticolare. Non elimina l’ordine, ma lo fa emergere dal molteplice. Ed è proprio qui che si riconosce il suo carattere infocratico: il senso non discende più da un unico centro, ma nasce dalla capacità di comporre il flusso senza cancellarne la pluralità.


Oltre il postmodernismo: Spider-Verse come forma dell’infocrazia

Definire Spider-Man: Un nuovo universo un film postmoderno è, in fondo, riduttivo. Certo, il film conosce bene il repertorio del postmodernismo: la contaminazione dei linguaggi, la pluralità degli stili, la frammentazione del racconto, la convivenza di registri diversi, il piacere della variazione e della citazione. Ma il suo punto più interessante è un altro: non si limita a muoversi dentro quel lessico, lo oltrepassa. Perché non mette in scena soltanto la crisi delle forme unitarie; mette in scena un mondo in cui il problema decisivo non è più la frammentazione, ma la gestione del flusso.

Il postmodernismo nasce ancora in rapporto a un ordine precedente da incrinare. Vive della distanza critica rispetto ai codici, della loro scomposizione, del loro riuso ironico. In un certo senso, resta legato a una cultura del testo: anche quando il testo si spezza, continua a essere il punto di riferimento da parodiare, citare, decentrare. L’infocrazia, invece, sposta il baricentro. Non siamo più in un mondo in cui i segni vanno semplicemente decostruiti; siamo in un mondo in cui i segni circolano incessantemente, si sovrappongono, competono per l’attenzione, si trasformano mentre vengono rilanciati. Il problema non è più solo interpretare. È selezionare, connettere, attraversare, comporre.

È proprio qui che Spider-Verse si rivela un film profondamente infocratico.

La sua originalità non consiste nel mostrare che esistono molti linguaggi, ma nel costruire una forma capace di tenerli insieme dentro una stessa dinamica percettiva. Il film non si limita a esibire la pluralità: la organizza. Non si compiace del frammento: lo inserisce in una rete. Non trasforma la citazione in gioco autoreferenziale: la fa diventare nodo di una circolazione. In questo senso, siamo già oltre il postmodernismo. Non più il primato della scomposizione, ma quello della connessione.

Questa differenza è decisiva. Il postmodernismo tendeva a interrompere la trasparenza del racconto per mostrare che ogni forma è già forma derivata, ogni immagine è già eco di altre immagini, ogni narrazione è già attraversata da altri racconti. Un nuovo universo, invece, parte da una condizione diversa: assume che la pluralità sia già l’ambiente naturale della percezione contemporanea. Non deve più dimostrare che il mondo è fatto di segni molteplici; deve trovare il modo di renderli leggibili senza ridurli a un centro unico.

La sua sfida non è la decostruzione, ma la composizione del sovraccarico.

Per questo il film va letto come opera dell’infocrazia.

L’infocrazia non è semplicemente un’epoca ricca di informazioni. È un regime in cui il senso si gioca dentro il flusso continuo di immagini, dati, testi, segnali, commenti, rilanci. In un simile contesto, il valore di una forma non dipende solo dalla sua profondità simbolica, ma anche dalla sua capacità di attraversare la saturazione senza perdere intensità. Spider-Verse riesce proprio in questo: prende la condizione di sovraccarico propria del presente e la trasforma in esperienza estetica coerente.

Qui la pluralità non è più soltanto un tratto stilistico. È una struttura del reale. Ogni Spider-persona è una variante riconoscibile dello stesso segno; ogni linguaggio visivo è una differenza che non dissolve l’insieme; ogni scarto è già collegato ad altro. Siamo davanti non a un collage postmoderno, ma a una rete dinamica.

Il film capisce che, nell’infocrazia, il problema non è moltiplicare i frammenti, ma impedire che la molteplicità si riduca a rumore. La sua forza sta nel far emergere ordine dal flusso senza negare il flusso stesso.

Questo spiega anche perché Spider-Verse non appare come un puro esercizio di stile. Se fosse soltanto postmoderno, il rischio sarebbe quello della brillantezza autoreferenziale: un’opera che mostra la propria intelligenza nel maneggiare codici diversi. Invece il film fa qualcosa di più radicale e più contemporaneo: usa quella pluralità per produrre orientamento. Costruisce una forma in cui lo spettatore non si limita a riconoscere riferimenti, ma impara a muoversi dentro un ambiente saturo.

In questo senso il film non rappresenta soltanto il presente: insegna a percepirlo.

Ed è qui che la questione si fa culturale, non solo estetica. Il postmodernismo aveva assunto la crisi dell’unità come tema e come stile. L’infocrazia assume invece la circolazione permanente come condizione di base. Di conseguenza, cambia anche il compito dell’opera. Non basta più mostrare che il centro è crollato. Bisogna trovare forme capaci di produrre senso in assenza di un centro stabile. Spider-Man: Un nuovo universo è una di queste forme. La sua novità non sta nel dichiarare la fine dell’ordine, ma nel mostrare come un ordine nuovo, reticolare e mobile, possa emergere dal molteplice.

Per questo la categoria di postmodernismo, pur utile, non è più sufficiente. Qui non siamo davanti a una poetica della citazione, ma a una politica della connessione. Non a una celebrazione del frammento, ma a una costruzione del transito tra frammenti. Non a una ironica distanza dai codici, ma a una loro piena immersione in un ecosistema di scambio, replica, rilancio e trasformazione. In una parola: infocrazia.

Ed è proprio l’infocrazia a spiegare il carattere pionieristico del film. Spider-Verse è una delle prime opere popolari a capire che la contemporaneità non può più essere raccontata solo con la grammatica della deviazione postmoderna. Ha bisogno di una forma capace di abitare il flusso, di ordinarlo senza irrigidirlo, di renderlo narrabile senza tradirne la natura. In questo senso, il film non è solo oltre il postmodernismo: è uno dei primi grandi racconti audiovisivi pienamente interni alla società infocratica.


La nuova profondità: come il film rende pensabili concetti non superficiali

Uno dei meriti più sorprendenti di Spider-Man: Un nuovo universo è che riesce a dimostrare una cosa tutt’altro che scontata: la velocità della comunicazione contemporanea non coincide necessariamente con la superficialità. Anzi, il film mostra che anche dentro un ecosistema saturo, rapido, policentrico e visivamente affollato è ancora possibile costruire profondità. Ma questa profondità non si presenta più secondo i modi solenni, lineari e gerarchici del racconto tradizionale. Assume una forma diversa: più mobile, più distribuita, più immersa nella superficie stessa dei segni.

Qui sta uno degli aspetti che distinguono davvero Spider-Verse da molte opere precedenti.

Per lungo tempo la cultura ha pensato la profondità in opposizione alla velocità, alla molteplicità, alla frammentazione. Da una parte il pensiero serio, dall’altra il flusso effimero delle immagini. Da una parte il contenuto, dall’altra la sua confezione. Un nuovo universo rompe questa separazione. Non chiede allo spettatore di superare la superficie per raggiungere un senso più profondo; costruisce il senso proprio dentro la superficie, nella sua densità, nella sua capacità di stratificare emozioni, simboli, ritmi e appartenenze.

Per questo il film riesce a trattare temi tutt’altro che leggeri senza mai irrigidirsi in una forma didascalica. L’identità, anzitutto. Miles Morales non è semplicemente un nuovo Spider-Man: è un soggetto che deve trovare un modo di abitare una figura simbolica già esistente senza dissolversi in essa. Il suo problema non è imitare, ma appropriarsi. Non si tratta di aderire a un modello, ma di renderlo vivibile nella propria esperienza. È una questione profondamente contemporanea, perché riguarda il rapporto tra individuo e forme condivise, tra autenticità e riconoscibilità, tra eredità e invenzione.

Ma c’è anche il tema dell’eredità. In un’altra epoca, il passaggio di testimone avrebbe potuto essere raccontato come una semplice successione lineare. Qui invece l’eredità è una materia instabile, quasi negoziale. Non si riceve in modo pacifico; va attraversata, discussa, trasformata. Miles eredita Spider-Man, ma non come si eredita un titolo. Lo eredita come si eredita un linguaggio vivo, che esiste solo se viene rimesso in circolo. In questo senso, il film parla anche del nostro rapporto con i simboli culturali: non più monumenti da conservare intatti, ma matrici da riattivare.

Accanto all’identità e all’eredità, il film affronta anche il trauma. La perdita, la solitudine, il senso di inadeguatezza non sono semplici tappe accessorie del racconto di formazione. Sono il punto attraverso cui il personaggio scopre che nessuna identità nasce già compiuta. Diventare se stessi significa attraversare una frattura. E tuttavia il film non isola mai questo dolore in una forma tragica chiusa. Lo inserisce in una rete di relazioni, di versioni, di possibilità. Anche il trauma, qui, non è solo interiorità: è esperienza che cerca un posto dentro un sistema di significati condivisi.

C’è poi il tema della legittimazione. La domanda implicita che attraversa il film è semplice e radicale: chi ha diritto di essere Spider-Man? E la risposta non viene data in modo ideologico, né affidata a una dichiarazione di principio. Viene costruita formalmente. Il film non dice soltanto che chiunque può indossare la maschera; mostra perché questa affermazione sia plausibile, giusta e persino necessaria. La pluralità non è aggiunta al mito dall’esterno. È il modo in cui il mito continua a vivere. La profondità del film sta anche qui: nel trasformare un tema culturale e politico in una struttura narrativa credibile.

Tutto questo avviene senza che il film perda leggerezza, energia, accessibilità. Ed è forse questa la sua conquista più rara. Spider-Verse riesce a essere popolare senza semplificare il proprio nucleo concettuale. Non rinuncia alla complessità per essere condivisibile; trova una forma di complessità che può essere condivisa. In un’epoca infocratica, questo è un risultato cruciale. Perché la vera questione non è difendere la profondità contro il flusso, ma capire se il flusso possa diventare il luogo di una nuova profondità.

Il film risponde di sì. Ma a una condizione: che il flusso non venga semplicemente subito. Deve essere organizzato, ritmato, composto. Solo così la densità dei segni non si riduce a rumore. Solo così la superficie non diventa pura epidermide. Un nuovo universo dimostra che la profondità, oggi, non si trova più necessariamente sotto le immagini, come se esse fossero un velo da oltrepassare. Si trova nella loro capacità di tenere insieme più livelli di senso senza perdere intensità percettiva.

È per questo che il film appare così emblematico della società infocratica. Non perché si adegui alla velocità del presente, ma perché riesce a trasformarla in uno spazio abitabile di pensiero. Il suo linguaggio rapido non banalizza i concetti; li rende esperibili. La sua densità visiva non nasconde il senso; lo distribuisce. La sua pluralità non indebolisce la forma; la rafforza. E così il film mostra qualcosa di decisivo: che nell’epoca del feed, della simultaneità e della saturazione informativa, la profondità non scompare. Cambia figura.


Tutti possono essere Spider-Man: dal mito unitario al simbolo condiviso

La frase più celebre di Spider-Man: Un nuovo universo — l’idea che chiunque possa indossare la maschera — rischia di essere fraintesa se la si legge soltanto come slogan inclusivo. Certo, il suo valore in termini di rappresentazione è evidente e importante. Ma la sua portata più profonda è un’altra: questa formula non ridefinisce solo chi possa essere l’eroe; ridefinisce la natura stessa del simbolo eroico nell’epoca infocratica.

Nel modello classico, il mito tende a essere unitario.

Può conoscere varianti, adattamenti, interpretazioni, ma conserva comunque una propria centralità: un’origine, una figura dominante, una linea genealogica autorevole. Anche quando viene aggiornato, il mito continua a rimandare a una versione che appare più legittima delle altre. In questo senso, il simbolo resta ancorato a una struttura verticale. La sua forza dipende anche dalla sua relativa stabilità.

Spider-Verse compie un passaggio diverso. Non distrugge il mito di Spider-Man, ma ne modifica il regime di esistenza. Lo trasforma da figura unitaria a simbolo condiviso. Questo significa che Spider-Man non coincide più con una sola incarnazione, ma con una matrice aperta di possibilità riconoscibili. Il simbolo non perde forza perché si moltiplica; al contrario, la sua forza sta proprio nella capacità di attraversare corpi, storie, mondi e linguaggi diversi senza smettere di essere sé stesso.

È qui che il film si rivela pienamente interno alla logica dell’infocrazia. Nella società delle reti, infatti, i simboli più vitali non sono quelli che resistono al cambiamento chiudendosi in una forma intoccabile, ma quelli che sanno restare riconoscibili mentre vengono reinterpretati, condivisi, rilanciati, riappropriati. La loro identità non coincide più con la fissità, ma con la circolazione controllata della differenza. Spider-Man, nel film, vive esattamente così: non come proprietà esclusiva di un’origine, ma come segno che trova continuità nella sua stessa trasformabilità.

Per questo Miles Morales non è una semplice sostituzione di Peter Parker, né una variante secondaria. È la prova che il mito, per restare vivo, deve accettare di essere abitato da esperienze nuove. La sua legittimazione non dipende dall’essere “come” Spider-Man, ma dal mostrare che Spider-Man può esistere autenticamente anche attraverso di lui. In altre parole, il film non racconta il passaggio da un eroe a un altro. Racconta il passaggio da una concezione proprietaria del simbolo a una concezione relazionale e condivisa.

Questo mutamento ha anche un significato culturale più ampio. Per molto tempo, i grandi simboli della modernità hanno funzionato secondo una logica di rappresentanza stabile: un volto, una voce, una forma canonica. Nella società infocratica, invece, i simboli sopravvivono se sanno diventare forme aperte di riconoscimento. Non cessano di avere identità; cambiano il modo di custodirla. Non si impongono più soltanto dall’alto; si consolidano attraverso la loro capacità di essere assunti da soggetti diversi senza dissolversi nel puro arbitrio.

La maschera di Spider-Man è l’emblema perfetto di questa trasformazione. Da un lato, è un segno fortissimo, immediatamente riconoscibile. Dall’altro, proprio perché copre il volto individuale, si presta a essere indossata da molti. La maschera unifica e moltiplica allo stesso tempo. È il dispositivo simbolico che consente al mito di restare tale mentre cambia portatore. Non è un caso che il film faccia di questa dinamica il proprio cuore: nella maschera, l’identità personale e quella collettiva non si annullano, ma si intrecciano

Nella mitologia classica esiste una sostituibilità di funzioni e di motivi, ma non ancora una piena sostituibilità del simbolo. L’eroe antico è esemplare, ma non replicabile in senso aperto: resta legato alla singolarità del nome, della genealogia e del destino. In Spider-Verse, invece, il simbolo conserva identità proprio perché diventa condivisibile.

Qui emerge con chiarezza anche la differenza rispetto al postmodernismo. In una logica puramente postmoderna, la moltiplicazione delle versioni potrebbe dissolvere il mito in un gioco di citazioni e variazioni infinite. In Spider-Verse, invece, la pluralità non svuota il simbolo: lo rinnova. Ogni Spider-persona non relativizza Spider-Man, ma ne estende il campo di esistenza. La differenza non corrode il nucleo; lo rende più vitale. Questo è un passaggio tipicamente infocratico: il simbolo non sopravvive malgrado la circolazione, ma grazie ad essa.

Da qui nasce anche la forza emotiva della frase “chiunque può essere Spider-Man”. Non perché dica che tutto vale allo stesso modo, ma perché suggerisce una verità più esigente: che il simbolo è abbastanza forte da accogliere differenze reali senza perdere forma. L’universalità non si fonda più sull’omogeneità, ma sulla capacità di tenere insieme esperienze differenti dentro una struttura condivisa. L’eroe non è più il custode di un’identità esclusiva; diventa il punto di condensazione di una comunità di possibilità.

Ed è proprio questo a rendere Spider-Man: Un nuovo universo un’opera decisiva. Il film comprende che, nell’epoca infocratica, il mito non può più sopravvivere come monumento immobile. Deve diventare piattaforma simbolica, matrice generativa, forma aperta ma non indistinta. Spider-Man continua a essere Spider-Man non perché esista una sola versione vera, ma perché tutte le versioni legittime mantengono un rapporto vivo con un nucleo condiviso di senso: responsabilità, vulnerabilità, coraggio, esposizione al rischio, possibilità di cadere e di rialzarsi.

In questa prospettiva, il film compie una vera trasformazione della comunicazione simbolica. Non propone soltanto un nuovo eroe, ma un nuovo modo di intendere la trasmissione dei simboli nella cultura contemporanea. Il mito non discende più lungo una linea unica; si propaga attraverso una rete di incarnazioni. E la sua autorità non diminuisce: cambia forma. Da verticale diventa reticolare. Da esclusiva diventa condivisa. Da unità chiusa diventa continuità nella differenza.


Miles Morales e il soggetto infocratico

Se Spider-Man: Un nuovo universo trasforma Spider-Man da mito unitario a simbolo condiviso, è in Miles Morales che questa trasformazione trova la sua figura più compiuta. Miles, infatti, non è soltanto un nuovo protagonista. È il personaggio attraverso cui il film mette in scena un modo nuovo di diventare soggetto. Non più dentro una traiettoria lineare, stabile, gerarchica, ma dentro un ambiente saturo di codici, aspettative, modelli e appartenenze. In questo senso, Miles è davvero un personaggio dell’infocrazia.

La sua condizione iniziale è già rivelatrice. Miles vive tra mondi diversi: la famiglia, la scuola d’élite, il quartiere, l’amicizia, la cultura urbana, il rapporto con il padre, quello più libero e affettivamente mobile con lo zio Aaron. Non abita un universo compatto. Abita una pluralità di contesti che non coincidono pienamente tra loro e che gli chiedono continuamente di modulare sé stesso. La sua identità non è data: è già, fin dall’inizio, una composizione instabile.

Qui il film coglie qualcosa di profondamente contemporaneo. Il soggetto infocratico non nasce in un ordine simbolico unico, capace di assegnargli una posizione chiara una volta per tutte. Nasce dentro reti di appartenenza molteplici, dentro flussi di riconoscimento disomogenei, dentro richieste spesso non perfettamente conciliabili. Deve imparare presto a transitare tra codici diversi, a cambiare postura, linguaggio, tono, senza però smarrire del tutto il desiderio di una coerenza personale. Miles è esattamente questo: non un’identità debole, ma un’identità esposta alla complessità.

Per questo la sua crisi non va letta come semplice adolescenza. Certo, c’è il racconto di formazione, con tutto ciò che comporta: incertezza, imbarazzo, desiderio di autonomia, paura di non essere all’altezza. Ma in Miles questa dinamica assume una fisionomia più specifica. Egli non deve soltanto crescere. Deve capire come diventare se stesso in un mondo in cui i modelli sono già molti, già circolanti, già tutti disponibili e insieme tutti parzialmente inadeguati. Il suo problema non è l’assenza di esempi. È il loro eccesso.

Ed è qui che il film si separa con nettezza dalla grammatica eroica classica. L’eroe tradizionale, anche quando attraversa dubbi e ostacoli, tende a confrontarsi con una prova che ne rivela la vocazione profonda. In Miles, invece, la vocazione non è qualcosa che attende solo di emergere. È qualcosa che va composto. Non c’è una verità interiore già pronta da liberare. C’è piuttosto una forma di sé da costruire nel rapporto con molte pressioni, molte immagini, molte versioni del possibile.

La presenza degli altri Spider-personaggi rende ancora più evidente questa dimensione. Essi non sono soltanto alleati o maestri. Sono possibilità esistenziali. Ognuno offre a Miles un modo diverso di abitare il simbolo, una diversa tonalità del rapporto tra vulnerabilità e responsabilità, tra esperienza e fallimento, tra stile e missione. Miles cresce non perché trovi un unico modello da imitare, ma perché attraversa una pluralità di modelli senza lasciarsi assorbire da nessuno. Questa è una pedagogia tipicamente infocratica: non fondata sull’autorità unica, ma sulla capacità di orientarsi nel molteplice.

In questo senso, Miles non diventa Spider-Man quando assomiglia finalmente a Peter Parker. Lo diventa quando smette di pensare l’identità come imitazione riuscita e la assume come invenzione coerente. Il film dice con chiarezza che la legittimazione non coincide con la fedeltà mimetica. Nessuno chiede a Miles di essere la copia perfetta di un eroe precedente. Gli viene chiesto, più radicalmente, di trovare il proprio ritmo dentro una forma già condivisa. È un passaggio decisivo, e riguarda non solo il personaggio, ma il modo in cui oggi costruiamo il rapporto tra soggettività e modelli culturali.

La scena simbolicamente più forte, da questo punto di vista, è quella in cui Miles finalmente si lancia. Quel salto non è soltanto un gesto eroico. È la traduzione visiva di una conquista soggettiva: non l’eliminazione della paura, ma la decisione di non attendere più una garanzia assoluta prima di agire. Il soggetto infocratico, infatti, non può aspettare di possedere una forma pienamente compiuta prima di entrare nel mondo. Deve esporsi, scegliere, assumere una posizione mentre è ancora in divenire. Il salto di Miles è questo: il momento in cui l’identità smette di cercare autorizzazione totale e accetta di esistere nel movimento.

C’è poi un altro aspetto fondamentale. Miles è un personaggio che tiene insieme differenze senza farne una bandiera rigida. La sua identità culturale, familiare, urbana, linguistica non viene trattata come etichetta, ma come trama concreta della sua esperienza. Anche qui il film mostra grande intelligenza: non costruisce un personaggio “rappresentativo” in modo schematico, ma un soggetto vivo, nel quale le appartenenze non si sommano dall’esterno, bensì si intrecciano in un equilibrio dinamico. È questo che lo rende credibile e insieme emblematico.

Miles, dunque, non è solo un nuovo Spider-Man.

È il ritratto di un soggetto che cresce nella pluralità senza per questo rassegnarsi alla dispersione. Porta in sé una lezione molto contemporanea: che l’identità non coincide né con la purezza dell’origine né con la somma casuale delle influenze. È piuttosto un lavoro di composizione, una forma di montaggio interiore, un’arte di tenere insieme codici diversi senza perdere una voce propria. In questo senso, il personaggio incarna perfettamente la logica del film: non l’unità semplice, ma la coerenza del molteplice.

Ed è proprio per questo che Miles Morales è la figura centrale della svolta infocratica messa in scena da Spider-Verse. Non perché viva “dentro i social” in modo diretto o tematico, ma perché esprime la condizione di un soggetto che deve costruire sé stesso in un ambiente di reti, variazioni, confronti continui, simboli condivisi e modelli plurali. Non è l’eroe della purezza identitaria. È l’eroe della composizione.


Il linguaggio visivo come prova della tesi

Fin qui, la lettura di Spider-Man: Un nuovo universo come opera dell’infocrazia potrebbe ancora sembrare una costruzione teorica applicata dall’esterno. Ma è proprio il linguaggio visivo del film a confermare la tesi in modo più concreto. Non siamo davanti a un racconto tradizionale che, incidentalmente, parla di pluralità, di rete o di identità condivise. Siamo davanti a un’opera in cui la forma dell’immagine incorpora già, in modo diretto, la logica della contemporaneità infocratica.

È il visibile stesso a pensare in quel modo.

Il primo elemento da osservare è la densità grafica del quadro. In Spider-Verse l’immagine non è mai semplicemente illustrativa. Non si limita a rappresentare un’azione o uno spazio. È sempre attraversata da più livelli di segnalazione: retini, linee di movimento, testi in quadro, onomatopee implicite, sfasature cromatiche, compressioni e aperture dello spazio, variazioni ritmiche della definizione visiva. Tutto questo non ha una funzione ornamentale. Serve a produrre un ambiente percettivo in cui il senso non si concentra in un solo asse, ma emerge dalla coesistenza di più tracce simultanee.

È qui che il film si allontana in modo netto dalla tradizione cinematografica centrata sulla trasparenza dell’immagine.

Nel cinema classico, la forma tende a sparire dietro ciò che mostra.

Qui accade il contrario: la forma si rende visibile, ma senza interrompere l’immersione narrativa. Lo spettatore continua a seguire il racconto, ma lo fa dentro una superficie che non smette mai di dichiarare la propria costruzione. In questo senso il film lavora come l’ambiente comunicativo contemporaneo: non separa mai il messaggio dal suo supporto, il contenuto dalla sua mediazione.

Un secondo elemento decisivo è il rapporto tra simultaneità e leggibilità. In molte opere visivamente complesse, l’accumulo dei segni rischia di produrre saturazione indistinta. In Un nuovo universo, invece, la saturazione è sempre organizzata. Il film non elimina il rumore: lo governa. Le informazioni visive convivono, si accavallano, si richiamano, ma vengono sempre inserite in un ritmo che consente allo spettatore di orientarsi. E questa è già, di per sé, una definizione della forma infocratica riuscita: non negare il sovraccarico, ma trasformarlo in ordine mobile.

Da questo punto di vista, il film possiede una qualità quasi architettonica.

Costruisce l’immagine come uno spazio multilivello, in cui gli elementi non si dispongono semplicemente in successione, ma in relazione. Non si guarda una sola cosa per volta; si abita un campo di forze visive. L’occhio è chiamato a muoversi, a selezionare, a tenere insieme. È una modalità percettiva molto diversa da quella del racconto lineare tradizionale, e molto vicina a quella richiesta oggi dagli ambienti digitali: feed, interfacce, flussi iconici e testuali, compresenza di segnali concorrenti.

Anche le diverse identità visive dei personaggi sono una prova importante della tesi. Ogni Spider-persona non porta solo una variante narrativa, ma una differenza di linguaggio. Gwen, Noir, Peni Parker, Spider-Ham non sono semplicemente caratterizzati in modo diverso; portano dentro il film una differente qualità dell’immagine, quasi una differente ontologia del visibile. Questo significa che il film non usa lo stile per uniformare, ma per articolare la pluralità. L’unità non si costruisce eliminando le differenze, ma rendendole compatibili.

È esattamente ciò che accade nella società infocratica, dove il problema non è più produrre un unico codice dominante, ma coordinare codici diversi dentro uno stesso spazio di attenzione.

Particolarmente importante è anche il trattamento del testo. Le parole non restano fuori dall’immagine, come semplice dialogo o supporto della trama. Entrano nel quadro, lo attraversano, lo marcano. Questo dettaglio ha un valore simbolico forte: mostra che il film pensa già oltre la separazione tra vedere e leggere, tra immagine e scrittura, tra icona e commento.

Nella comunicazione contemporanea questi piani convivono continuamente. Spider-Verse è uno dei primi lungometraggi a farne non un dettaglio marginale, ma un principio di costruzione complessiva.

Lo stesso vale per il montaggio. Anche qui non siamo semplicemente davanti a una velocità elevata o a un’estetica dinamica. Il montaggio lavora come una logica di connessione. Non si limita a far avanzare l’azione: mette in rapporto registri, mondi, ritmi, intensità diverse. Per questo il film non appare mai davvero statico, nemmeno nei momenti di pausa. C’è sempre la sensazione che l’immagine contenga una riserva di movimento, una possibilità di rilancio, una energia pronta a riattivarsi.

È il contrario della chiusura formale: il quadro resta sempre aperto a una risonanza ulteriore.

In questa prospettiva, il linguaggio visivo del film non va interpretato come una semplice traduzione del fumetto in animazione. Sarebbe troppo poco. Esso è piuttosto la trasformazione del fumetto in un sistema dinamico di segni capace di abitare l’epoca del flusso. Il fumetto, qui, non viene solo citato o omaggiato; viene rifondato dentro una nuova ecologia percettiva. Diventa una grammatica adatta a un mondo in cui le immagini non sono più isolate, ma continuamente immerse in reti di rimandi, commenti, variazioni e sovrapposizioni.

Ecco allora il punto decisivo: il linguaggio visivo di Spider-Man: Un nuovo universo è la prova che questo film non si limita a parlare della società infocratica, ma la assume come condizione interna del proprio funzionamento. La pluralità non è illustrata: è incorporata. La simultaneità non è tematizzata: è resa sensibile. Il flusso non è evocato: è organizzato. Tutta la forza teorica del film nasce da qui, dal fatto che la sua tesi culturale coincide con la sua pratica formale.

Per questo, alla fine, il film convince non solo perché “dice” qualcosa di importante sul presente, ma perché lo fa esistere davanti ai nostri occhi in una forma nuova e coerente. L’infocrazia, in Spider-Verse, non è un argomento. È un’esperienza visiva. E proprio in questa coincidenza fra idea e forma risiede la qualità più alta del film.


Perché si può parlare di primo vero film dell’infocrazia

A questo punto la domanda può essere posta in modo diretto: perché attribuire a Spider-Man: Un nuovo universo un ruolo così forte, fino a definirlo il primo vero film dell’infocrazia? Non si tratta, evidentemente, di negare che prima vi siano stati film complessi, opere frammentarie, racconti capaci di mettere in crisi la linearità del tempo, dell’identità o della percezione.

Il cinema del Novecento e dei primi decenni del nuovo secolo è pieno di esperimenti, di opere che hanno incrinato la grammatica classica, di film che hanno lavorato sul montaggio, sulla simultaneità, sulla scomposizione del soggetto. Ma qui il punto non è la semplice complessità. Il punto è la coincidenza tra una mutazione della comunicazione e una forma narrativa capace di assumerla come propria struttura interna.

Molti film precedenti hanno rappresentato il caos, la crisi, la pluralità. Alcuni hanno raccontato la dissoluzione del centro, altri la moltiplicazione dei punti di vista, altri ancora la perdita di un ordine simbolico condiviso. Ma spesso lo hanno fatto restando ancora dentro una logica in cui la frammentazione era il problema, non l’ambiente. In Spider-Man: Un nuovo universo, invece, il molteplice non appare come una ferita da rimarginare né come un gioco intellettuale da esibire. Appare come la condizione normale del senso. Questo è il primo salto decisivo.

Il secondo riguarda il rapporto con la comunicazione digitale.

Molte opere contemporanee hanno inserito dentro la trama i social, gli schermi, le piattaforme, le chat, i dispositivi. Hanno cioè tematizzato il nuovo ambiente mediale. Spider-Verse fa qualcosa di più radicale: non porta semplicemente il digitale dentro la storia, ma lascia che la logica del digitale trasformi la forma stessa del racconto. Non parla dei social come oggetto sociologico. Assume il loro regime percettivo come grammatica dell’immagine. Ed è qui che diventa davvero un’opera-soglia.

Chiamarlo “primo vero film dell’infocrazia” significa allora riconoscere questo: che siamo di fronte a uno dei primi lungometraggi popolari in cui la società del flusso non è solo rappresentata, ma interiorizzata formalmente.

Il film capisce che l’epoca infocratica non si definisce soltanto per l’eccesso di informazioni, ma per un mutamento più profondo: il senso nasce ormai dentro reti di segni simultanei, dentro simboli replicabili, dentro identità che si costruiscono per connessione e non più soltanto per appartenenza lineare. E il film trova un modo per rendere tutto questo non solo pensabile, ma visibile.

Qui sta la sua portata storica. Un nuovo universo non è soltanto un’opera riuscita. È una forma di passaggio. Segna il punto in cui il cinema mainstream smette di limitarsi a raccontare un mondo cambiato e comincia a parlare secondo la sintassi di quel cambiamento. Non è più il vecchio racconto che osserva dall’esterno una nuova società. È una nuova società che trova finalmente un racconto all’altezza della propria esperienza percettiva e simbolica.

Naturalmente, una formula del genere può sembrare eccessiva. Si potrebbe obiettare che nessun’opera nasce dal nulla, che ogni passaggio è preparato da molte anticipazioni, che esistono altri film, anche precedenti, che hanno lavorato sulla crisi della linearità o sulla pluralità degli universi. Ed è vero. Ma proprio per questo la formula va intesa nel suo senso più preciso: Spider-Verse non è necessariamente il primo film a intuire questi processi; è il primo a farli coincidere, con piena evidenza, in una forma popolare, compiuta, leggibile e condivisibile. Non un esperimento isolato, ma una sintesi matura.

Questa sintesi si regge su quattro elementi che nel film convergono in modo raro.

Il primo è la pluralità dei codici, che non resta decorativa ma diventa struttura narrativa. Il secondo è il multiverso, che non serve solo alla spettacolarità ma diventa figura della comunicazione contemporanea. Il terzo è la trasformazione del mito in simbolo condiviso, capace di vivere nella differenza. Il quarto è la costruzione di una soggettività, quella di Miles Morales, che incarna il modo in cui oggi ci si forma dentro una rete di modelli, pressioni e appartenenze molteplici. Presi insieme, questi elementi fanno del film qualcosa di più di un capolavoro visivo: ne fanno una macchina culturale di interpretazione del presente.

In questo senso, il termine infocrazia non serve a forzare il film dentro una categoria teorica esterna. Serve piuttosto a nominare ciò che il film fa già da sé. Lo schermo si comporta come un ambiente di flusso; il simbolo funziona come una forma replicabile e condivisibile; il soggetto cresce nella simultaneità dei codici; il racconto non elimina il sovraccarico ma lo ordina. Tutto questo non è aggiunto dall’interpretazione: è inscritto nella materia stessa dell’opera.

Perciò si può sostenere che Spider-Man: Un nuovo universo sia uno dei primi veri lungometraggi della società infocratica non perché racconti internet o i social in modo diretto, ma perché comprende che il nostro tempo non ha bisogno soltanto di nuovi temi. Ha bisogno di una nuova sintassi. E questo film la trova. La trova senza rinunciare all’emozione, alla chiarezza, alla forza del racconto. La trova senza cadere né nel formalismo puro né nella superficialità del puro intrattenimento. La trova, soprattutto, mostrando che la complessità del presente può ancora essere trasformata in esperienza condivisa.

Ed è proprio qui che il film supera la semplice innovazione stilistica e diventa documento culturale di un’epoca. Non perché la descriva dall’esterno, ma perché ne assume il respiro profondo. L’infocrazia, in Spider-Verse, non è un tema accessorio: è la condizione di possibilità del film. E allora la sua importanza storica non sta soltanto nell’aver rinnovato Spider-Man o l’animazione contemporanea, ma nell’aver reso visibile, forse per la prima volta con piena chiarezza, quale forma possa assumere il racconto quando entra davvero nella società del flusso.


Conclusione: non un film sul multiverso, ma il film di una nuova condizione del senso

Alla fine, il punto non è stabilire soltanto se Spider-Man: Un nuovo universo sia un grande film d’animazione, un grande film su Spider-Man o persino un capolavoro popolare. Tutto questo è vero, ma non esaurisce la sua importanza. La sua singolarità sta altrove: nel fatto che riesce a dare forma, con una chiarezza rara, a una trasformazione più profonda, quella che riguarda il modo in cui oggi il senso si produce, si trasmette e si riconosce.

Per molto tempo il cinema ha raccontato mondi ordinati da un centro: un eroe, una genealogia, una verità, una traiettoria. Anche quando quella centralità veniva incrinata, restava comunque il termine implicito del confronto. Il postmodernismo ha mostrato la crisi di quell’ordine, ne ha esibito le fratture, ha moltiplicato i punti di vista e i registri. Ma Spider-Verse compie un passo ulteriore: non si limita a raccontare la fine dell’unità, costruisce una forma capace di abitare il molteplice come nuova condizione normale del senso.

È qui che il film si rivela davvero figlio dell’infocrazia.

Non perché metta in scena internet o i social in modo diretto, ma perché ne assume la logica profonda: simultaneità, replicazione, circolazione dei segni, identità distribuite, costruzione reticolare del riconoscimento. Il simbolo non vive più nella sua fissità, ma nella sua capacità di attraversare versioni differenti senza perdere nucleo. Il soggetto non cresce più dentro un ordine univoco, ma dentro una pluralità di codici che deve imparare a comporre. Il racconto non si sviluppa più soltanto come sequenza, ma come organizzazione del flusso.

Da questo punto di vista, Spider-Man: Un nuovo universo non è soltanto un film sul multiverso. È un film sulla nuova condizione del senso. Il multiverso, in fondo, è solo il nome narrativo di qualcosa di più ampio: la fine dell’unicità come criterio esclusivo di legittimazione e l’emergere di una cultura in cui la continuità si costruisce nella differenza. Non più il mito custodito da un’unica incarnazione, ma il simbolo che si rafforza attraversando molte vite, molte forme, molti ritmi.

Ed è proprio per questo che il film riesce a parlare così bene al nostro tempo. Perché non si limita a rappresentarlo. Lo assume. Lo interiorizza. Lo rende esperienza sensibile. La sua forza non nasce solo dal messaggio inclusivo, né solo dalla novità estetica, ma dalla perfetta coerenza tra ciò che pensa e il modo in cui lo mostra. La pluralità non è decorativa. Il flusso non è sfondo. La rete non è metafora astratta. Tutto diventa struttura concreta del racconto.

In un’epoca in cui si teme spesso che la velocità distrugga la profondità, Spider-Verse dimostra invece che può esistere una nuova profondità, non più nascosta sotto la superficie, ma costruita dentro la densità stessa dei segni. Una profondità capace di farsi condivisibile senza banalizzarsi, popolare senza impoverirsi, mobile senza perdere forza.

E forse è proprio qui la sua lezione più importante. Le grandi opere non sono soltanto quelle che parlano del proprio tempo. Sono quelle che trovano la forma attraverso cui il proprio tempo può finalmente riconoscersi. Spider-Man: Un nuovo universo appartiene a questa categoria. Non è semplicemente un film riuscito sul presente. È uno dei primi racconti che mostrano che cosa significhi, davvero, narrare nell’epoca infocratica.

Ne dovremo tenere conto nei nostri mestieri di comunicatori.

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