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Strutture metalliche e miste: la prospettiva di un progettista

Un viaggio nella progettazione di strutture in acciaio e miste, tra grandi opere, maestri e cantieri reali. Focus su plasticità, instabilità, dinamica e sul “come si costruisce” come chiave del progetto. La relazione di Mauro Eugenio Giuliani (REDESCO) a CTA 2024.

Parlare di strutture metalliche e miste significa, prima di tutto, parlare di mestiere. Un mestiere lento, complesso, stratificato, in cui ogni progetto assorbe anni di vita professionale e intellettuale, dall’idea iniziale fino alla costruzione. In un’epoca che chiede velocità, semplificazione e risposte immediate, l’ingegneria strutturale continua invece a muoversi su un tempo lungo, fatto di esperienza, tentativi, errori e sedimentazioni culturali.

È da questa consapevolezza che nasce la prospettiva del progettista: non una teoria astratta, ma una visione costruita nel tempo, attraverso opere reali, cantieri, maestri e confronti continui con la materia.

 

Una formazione tra maestri e grandi opere

Il percorso professionale di Mauro Giuliani si inserisce in una tradizione familiare e culturale di altissimo livello. Figlio di Giancarlo Giuliani, fondatore di Redesco – (Research Design Consulting) , uno dei protagonisti dell’ingegneria strutturale italiana contemporanea, Mauro si è formato anche alla scuola di Julio Martínez Calzón, figura centrale della progettazione strutturale europea, in particolare nel campo delle strutture miste acciaio–calcestruzzo.

Questa doppia eredità – italiana e spagnola – ha lasciato un segno profondo nel modo di concepire le strutture: attenzione estrema all’efficienza del materiale, cura della forma strutturale come parte integrante dell’architettura, centralità del processo costruttivo.

Opere come CityLife a Milano, il Padiglione della Fiera di Milano, l’area Garibaldi–Repubblica, numerosi ponti e infrastrutture in Italia e all’estero (Spagna, Algeria, Cipro) rappresentano solo alcune tappe di un percorso che ha sempre visto l’acciaio come materiale guida.

 

L’acciaio come materia “vivente”

Chi progetta strutture in acciaio sa che il vero cuore del materiale non è solo la resistenza, ma il suo ramo plastico. È lì che vive la sicurezza reale delle strutture metalliche, anche quando non lo si ammette esplicitamente. Senza la capacità di redistribuzione plastica delle tensioni, molte delle soluzioni che adottiamo quotidianamente – dalle connessioni bullonate alle strutture iperstatiche – semplicemente non funzionerebbero.

Accanto alla plasticità, l’ingegnere deve convivere con l’altro grande tema dell’acciaio: l’instabilità, in tutte le sue forme (flessionale, torsionale, presso-torsionale, instabilità locale dei pannelli). A questi si aggiunge la dinamica, elemento imprescindibile nelle strutture snelle e leggere, che impone una progettazione consapevole delle vibrazioni, delle frequenze proprie e delle interazioni con l’azione umana.

È su questo equilibrio sottile tra potenzialità e fragilità che si gioca la qualità di un progetto strutturale in acciaio.

 

Normativa, esperienza e libertà progettuale

Le normative sono strumenti indispensabili, ma non possono sostituire la cultura tecnica. Molti dei testi fondamentali degli anni Settanta e Ottanta – come l’opera monumentale di Julio Martínez Calzón sulle strutture composite – contengono ancora oggi una profondità di visione che spesso manca nei manuali più recenti.

Il rischio è quello di una progettazione “ingabbiata”, dove la norma diventa l’unico orizzonte e la comprensione profonda del comportamento strutturale si perde. Il progettista, invece, deve portare dentro di sé un bagaglio di modelli mentali, schemi statici, intuizioni maturate nel tempo.

 

Ponti, infrastrutture e costruibilità

Il ponte è forse la tipologia che più di ogni altra ha influenzato la formazione di Mauro Giuliani. Dai grandi ponti spagnoli – come il Ponte del Centenario a Siviglia – fino ai ponti stradali in Sardegna, il tema ricorrente è sempre lo stesso: fare di più con meno materiale, integrando struttura e impalcato in sistemi misti altamente efficienti.

I ponti sardi, ad esempio, rappresentano una sintesi estrema di questa filosofia: impalcati continui acciaio–calcestruzzo con un consumo di acciaio di circa 92 kg/m², valori che oggi tornano di grande attualità nel dibattito sulla sostenibilità. Progetti che, all’epoca, risultarono persino scomodi per una filiera industriale non ancora pronta a recepirne l’innovazione.

 

Strutture come macchine: la Fiera di Milano

Il Padiglione della Fiera di Milano è uno degli esempi più emblematici di edificio concepito come una vera e propria macchina strutturale. Una struttura interamente prefabbricata, progettata per carichi eccezionali, sollevata da terra con martinetti e assemblata con una precisione quasi meccanica.

Qui l’acciaio non è solo materiale portante, ma infrastruttura totale: supporto degli impianti, guida del montaggio, elemento di ottimizzazione spinta di ogni singolo componente. È l’ingegneria intesa nel suo significato più completo: disegno, calcolo, sperimentazione e costruzione.

 

Arte, materia e suggestioni formali

Accanto alla tecnica, esiste una dimensione più intima e culturale del progetto. Le opere di Richard Serra, con la loro materialità radicale dell’acciaio, e di Anthony Caro, con una visione più meccanica e costruttiva, hanno profondamente influenzato l’immaginario progettuale.

Queste suggestioni riaffiorano, spesso inconsapevolmente, in opere come la centrale geotermica del Monte Amiata, con le sue lame in acciaio corten, o in molte strutture dove il metallo diventa elemento espressivo oltre che funzionale.

 

Edifici complessi e strutture miste

Dagli edifici per uffici ai grattacieli, la progettazione recente mostra come le strutture miste acciaio–calcestruzzo siano oggi uno strumento indispensabile per affrontare geometrie complesse, grandi luci, sbalzi importanti e tempi di costruzione ridotti.

Ne sono esempi il “grattacielo orizzontale” di Roma, con campate fino a 12 metri senza travi secondarie, o edifici industriali come quello realizzato per Ferrero, dove la semplicità strutturale diventa requisito funzionale, igienico e produttivo.

 

Digitalizzazione: mezzo, non fine

La digitalizzazione non è un fine in sé, ma uno strumento. La progettazione parametrica, gli algoritmi generativi e i modelli avanzati servono a governare la complessità geometrica e costruttiva, non a sostituire il pensiero ingegneristico.

Strutture come le coperture complesse, i collegamenti tra edifici con giunti sismici, o le facciate strutturali libere richiedono oggi un controllo geometrico che solo strumenti digitali evoluti possono garantire. Ma il progetto resta un atto umano: il computer genera forme, l’ingegnere decide se funzionano.

 

Costruire pensando al montaggio

Un tema ricorrente in tutta l’opera di Giuliani è la costruibilità. Ogni struttura deve essere pensata per il montaggio, riducendo al minimo le opere provvisionali, favorendo l’autostabilità progressiva, semplificando nodi e sequenze.

Dalle cupole aeroportuali prefabbricate alle grandi strutture in quota di CityLife, il progetto nasce sempre con una domanda fondamentale: come si costruisce?

 

Il futuro della professione

Il futuro dell’ingegneria strutturale non è privo di incognite. La difficoltà nel reperire giovani progettisti, la competizione globale, la crescente standardizzazione sono sfide reali. Ma resta una certezza: ci sarà sempre bisogno di qualcuno che sappia progettare davvero.

Il valore del progettista non sta nel “colorare modelli”, ma nel seguire l’opera fino al cantiere, verificare che un bullone entri davvero, che una sequenza di montaggio sia logica, che una struttura possa essere costruita senza compromessi.

Lavorare a stretto contatto con le imprese, e non solo con gli investitori, è parte integrante di questo mestiere. È lì che il progetto dimostra la sua verità.

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