Teatro e rivoluzione della rappresentazione digitale
La rappresentazione digitale è oggi il nuovo teatro politico delle immagini: produce realtà, orienta consenso e trasforma ogni utente in attore dello spettacolo connesso. Da Derrida a David, fino all’AI, l’articolo legge la rivoluzione visiva come ideologia della percezione.
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I legami causali della lingua (linguaggio)
Non chiedergli nulla.
Quando gli esseri umani cessano di comunicare in silenzio, servendosi solo di suoni inarticolati come oooh e uuuh, e formano le prime parole, il linguaggio comincia a strutturarsi in un sistema… raggiunge il suo apice, è dotato di regole estremamente rigorose e complesse. Disegna una curva sulla lavagna… dal momento esatto in cui una lingua arriva al suo apogeo, la sua evoluzione segue un tracciato più lento e graduale, via via si modifica e diventa più difficile da usare. In un certo senso si contamina…
Leggo le parole dell’insegnante de “L’ora di greco” di Han Kang, nella traduzione di Lia Iovenitti per Adelphi, è in aula alla lavagna, e penso che si potrebbe dire la stessa cosa per l’amore e l’esperienza che genera in noi durante l’apprendimento a vivere la vita. Poi cerco i “segni dei morsi sulle labbra” e penso che la lingua non è solo un linguaggio ma anche una meravigliosa parte (anatomica) viva e ogni volta diversa quando incontra e cerca. In me non ristagna, non è flemmatica, non “svuota il corpo di parole”, ma aderisce, traduce, può essere affilata, sgorgante e assorbente, lievitante e adattata, bilingue, trilingue… dolce e arrabbiata. Uno sfiorarsi come di ciglia e pupille, che, resistente e senza tregua, raggiunge il voler essere dito e palmo. Può tremare dal freddo e ribollire di rabbia la mia lingua, quella con cui parlo la lingua, le lingue che incontro.
E immagino la lingua, quella che in un attimo passa sopra le nostre teste come una nuvola, scrive Fëdor Dostoevskij, intendendo che i legami causali formano sempre il fantastico del racconto. Immagino la mia lingua (nel farsi suono e nella bocca) mentre dico (o rispondo) cosa amo ad una donna. Vengo interrogato anch’io in quella “ora di greco”, in cui tutti e tutte abbiamo dovuto esprimere (con pause, balbetti, ripensamenti, ripetizioni e contraddizioni) il nostro sentire. Forse senza dirlo veramente. Forse solo ripetendoselo prima o ripetendoselo in un poi che non ha mai avuto un prima. Che importa. Prendo un testo che amo e faccio la stessa cosa.
Ecco cosa può saltar fuori:
- Amo le vaste rucole della notte, la sua musica di finto cuoio bagnato e l’incedere rotolante di felidi azzurri che trasportano i grandi cespugli di alloro e i faggi del bosco un po’ più lontano, spostando le faggete ogni notte con tenerezza scricchiolante di esperte infermiere e di lucciole.
- Amo il modo in cui mi invii le canzoni da You Tube, come un pluviale che perde acqua scrosciante durante un diluvio, che fa spuntare ovunque piccole vanitose cantautrici, che hai nelle sfilacciate reti da pesca dei tuoi capelli.
- Amo le libellule sorde d’affetto del Madagascar, i discorsi futili del barbiere e quegli spettacoli dell’inverno, quando le ragazze si illuminano di luci nei loro piumini gonfi e cercano tra le strade gli sguardi nascosti dal freddo sotto i berretti.
Come mi piace quando faccio così. Prendo un testo che amo, “The Simple Lover” di Julio Cortázar, (una poesia contenuta nella raccolta “Salvo il crepuscolo” tradotta da Marco Cassini per Edizioni SUR), e lo interpreto come se avessi dimenticato il sapone e un rumore sbieco di fegato crudo avvolgesse ogni tovagliolo (per pulirsi la bocca).
Nessun pericolo, Julio è abituato e sa che mi piace fare così…

Cosa accade? Evoluzioni, contaminazioni e nuovi tracciati, dice Han Kang, si intersecano. Parti e frammenti di testi e immagini che esistono, che sono stati scritti e rappresentati per un motivo in un determinato tempo e luogo, prendono altre strade. Ma qual è la base, la logica/illogica creativa di questo processo? Tutto si compone in un flusso di estrazione statistica e probabilistica, generato da modalità di condividere dati (più o meno coerenti) e informazioni (più o meno criticamente correlate)? In questo caso non è la lista della spesa (parole di significato in fila una dopo l’altra) a prendere il sopravvento. Quella lista viene, industrialmente, sempre e comunque ottimizzata per funzionalità ed interessi. La lista della spesa è comunque importante: riempie dispense e capannoni, realizza cose, ambienti e infrastrutture di ogni tipo. In altre parole: serve eccome la lista della spesa! Ma i legami causali, di quella lista (che assomiglia ad una poesia ma non lo è) sono tecnicamente molto diversi. Poi si può credere che esistano, si può immaginare che rispondano al nostro desiderio, si può amare un mattone di plastica a forma di nuvola come fosse una nuvola.
· Amo il lento spostamento delle costellazioni attraverso la tua pelle, che mi porta ad immaginare quando saremo insieme e dubito che esista per noi una “mappa del mai”, perché i miei uccelli di parole sanno sempre come migrare da te, quando la luce del desiderio qua si spegne troppo presto (e controvoglia).
Avete riconosciuto Marlene Dietrich? Da cosa? Forse non era uno sguardo da lista della spesa….
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Orientamento e navigazione nello spazio della fragile conoscenza (quantitativa)
Ventitré secoli fa, nel Fedro, Platone si sforzò di chiarire cos’è un libro. Platone in un meraviglioso dialogo definisce cos’è l’ala, l’angelo, l’anima e il libro. I libri sono “parole scritte”. Quindi in prima motivazione quella del libro è un “dire esemplare” di autentica funzione: dice sempre ciò che deve essere detto. Per questo può essere anche un “abuso sostanziale” della forma di vita umana che è il libro, ogni volta che qualcuno si mette a scriverne uno senza avere prima qualcosa da dire tra ciò che deve essere detto e che non sia stato scritto prima. Ma i libri possono diventare anche dei “falsi oggetti stampati”, che traggono vantaggio dalla loro somiglianza esterna con il vero libro. Il libro, oggettivando la memoria, materializzandola, la rende, in linea di principio, illimitata e mette a disposizione di tutti i detti dei secoli. L’alfabeto ha un potere così magico? Salva l’essere umano dalla sua morte innata, si chiede Platone? Scrivere fa rimanere vivi? Come se continuasse a dire ciò che voleva dire? Ci sono le circostanze, i contesti, che spesso non vengono raccolti: ogni dire è incompleto, è un frammento di sé stesso e ha nella scena vitale, dove nasce, la maggior parte del proprio significato. Quindi, come un paradosso ineludibile e impertinente, il dire è composto, soprattutto, da silenzi. Il libro conserva solo le parole, conserva solo le ceneri del pensiero effettivo.
Quindi? Ecco che comincia a svilupparsi la vera magia. Affinché questo pensiero riviva e venga percepito, il libro in sé non è sufficiente. È necessario che un altro essere umano riproduca in sé la situazione vitale. Solo così si può affermare che il dire passato è stato salvato. Platone esprime questo dicendo che solo allora i pensieri sono “figli legittimi”, recuperando la loro evidenza nativa. Ma questo lo potrà fare solo chi prima di leggere il libro ha riflettuto sull’argomento e ne conosce i sentieri.
Queste parole, mescolate un po’ con le mie, sono di José Ortega y Gasset, quando il 20 maggio del 1935 apre con il discorso inaugurale il II Congresso Internazionale di Biblioteche e Bibliografia nell’Aula Magna dell’Università di Madrid. Un breve bellissimo testo, che in queste settimane viene pubblicato col titolo “La missione del bibliotecario” nella traduzione di Andrea Amato per Luni Editrice.
Quasi cent’anni fa i libri non sembravano già la “forma più stabile della memoria”, depositata e conservata con garantita continuità nelle biblioteche. La crescente e progressiva abbondanza era già sintomo di smarrimento? Proliferazione e moltiplicazione, con scarsa qualità, motivano un filtro, un mediatore da interrogare per selezionare e ricercare? Possedere accesso a tutto (nel mito della biblioteca totale) non determina mai una reale disponibilità. L’azione di custodia si deve affiancare a quella dell’orientamento? Ma in quali e quante direzioni? Perché tutto diventa così opaco e può innescare lo spreco di tempo e l’aumento della disattenzione?
Ortega y Gasset, in una parte del suo discorso che definisce “La nuova missione”, afferma che il libro è indispensabile ma è in pericolo perché è diventato un pericolo per l’essere umano. Il libro rappresenta un conflitto. Il libro, anche se è una funzione vitale del mondo umano, appare infuriato.

Ortega y Gasset sa che quando si legge molto e si pensa poco, il libro può tramutarsi in uno strumento terribilmente efficace per la falsificazione della vita umana. Quel leggere molto potrebbe essere riferito anche ad altro, attualizzando il ragionamento? Una conoscenza fragile, perché non faticosamente incubata, di cui scrive Zymunth Bauman, assaggiata spiluccando in rete, può essere un esempio, del processo dell’apparente arricchimento quantitativo?
“…confidando negli scritti”, dialoga Platone nel Fedro, “gli uomini crederanno di farsi carico delle idee, mentre invece le prendono dall’esterno, grazie a segni esterni, e non dall’interno, da se stessi… pieni di presunte conoscenze, che non hanno realmente acquisito, si crederanno in grado di giudicare tutto quando, in realtà, non sanno nulla e inoltre, saranno insopportabili, perché, invece di essere saggi, come si suppone, saranno solo carichi di frasi.”
Rileggendo queste parole, che chiudono il discorso di Ortega y Gasset, mi sembra di non essere lontano quasi cent’anni da quella giornata a Madrid. Ho l’impressione di vivere accanto a frasi, parole (dette e scritte) nate dalla superficie increspata dal vento e non dalle profondità con correnti e diverse densità di salinità.
Nuoto. Continuo a nuotare. Ogni volta che posso mi tuffo e nuoto. Il mare non è ostacolo ma connessione e navigazione in una rete infinita e geograficamente possibile. So che la mappa, qualunque mappa è un miraggio e un’illusione. Sento l’energia che sfiora la mia pelle e la fatica accumularsi negli arti mai troppo addestrati. Nuoto.
I libri sono infuriati.
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La gabbia del criceto intelligente
Il nostro cervello ruota su se stesso, diventa la gabbia del criceto intelligente. Capisci? Di reale c’è solo l’astratto, l’astratto si mescola sempre al concreto. Il reale gioca a mosca cieca, avvolge la mobilità (volante) della nostra vita, ma solo se la materia diventa soggettiva. Quindi Icaro, hai le ali? Veramente? Sei proprio sicuro? O sono come bozze scritte su carta intestata. La paura e la speranza in fondo si somigliano. Icaro è scomparso, beve superalcolici, cammina tra i pericoli del traffico, impara ad andare in bicicletta (e a rigonfiare le gomme), si innamora. Se lo ritroverò, a chi devo restituirlo? A Raymond Queneau?
“Perché ci inquieta il fatto che la mappa sia compresa nella mappa e le mille e una notte nel libro delle Mille e una notte? Perché ci inquieta che Don Chisciotte sia lettore del Don Chisciotte, e Amleto spettatore dell’Amleto? Credo di aver trovato la causa: tali inversioni suggeriscono che se i personaggi di una finzione possono essere lettori o spettatori, noi, loro lettori o spettatori, possiamo essere fittizi.” Questo Jorge Luis Borges nelle sue “Magie parziali…”, contenute nella raccolta di saggi “Altre inquisizioni”.
Il 14 giugno del 1986 Jorge Luis Borges inizia quel percorso del sogno sognato su cui ha scritto mirabilmente per tutta la sua lunga e piena vita. “Non voglio essere chi sono. Il fato avaro mi ha dato in dono la polvere e la noia, le cose ripetute, le vigilie che crea il mattino. Promettendo l’oggi, le chiacchiere del prete e del barbiere… Non sono un uomo giovane… Non sono neanche polvere, ma solo un sogno che tra sonno e veglia tesse il capitan Cervantes…”, scrive Borges in una sua celebre poesia su Alonso Quijano. Alonso è il personaggio creato dalla mente di Miguel de Cervantes per interpretare l’Hidalgo de la Mancha e la poesia ”Non sono neanche polvere” è raccolta nel terz’ultimo volume di versi pubblicato da Borges dal titolo “Storia della notte”, nella traduzione e cura di Francesco Fava per Adelphi. Certo la notte è metafora di cecità e morte. La notte si intreccia a quel “Elogio dell’ombra”, che lessi da giovane dopo “L’oro delle tigri”, rendendomi tessuto e intrecciato nel mio destino con le pagine dei libri e le poesie, che essi racchiudono.
Icaro cade e non muore. Borges si spegne e vola. Forse le ali del tempo, quell’enigma famelico che strugge come le sabbie del deserto, sono come le palpebre degli occhi di Borges? Ho cominciato con alcune domande rileggendo "Icaro involato” di Raymond Queneau. Un breve romanzo, scritto nell’anno rivoluzionario 1968, che trovate tradotto da Chiara Lusignoli per Einaudi. Cadere cambia il reale e la forma di vita. C’è un “orbe fluido di forme in mutamento come nuvole”. Icaro perde le ali, cammina nel traffico e va al bar, mentre “il mendicante che si scopre angelo” riconosce “la caverna che si chiama Sesamo” e “come nel paradosso di Zenone ogni sogno in un altro si disgrega.”
Jorge Luis Borges alla fine di una sua poesia sulle “Metafore”, scrive che “le Notti sono il Tempo, che non dorme”; e in esse “l’infinita veglia delle stelle”. L’Orlando di Ludovico Ariosto diviene il Don Chisciotte di Cervantes. “Il mio volto (che non vedo) non proietta più un volto sullo specchio” si chiede Alonso Quijano, nei versi di Borges, come se il poeta parlasse di sé stesso, come se “possa sognare l’altro la cui verde memoria sarà parte dei giorni degli uomini.”
In un contemporaneo dove il rapporto tra “corpo e senso” sembra trasformarsi incessantemente, Borges riconoscerebbe la mutazione di vita e mondo. L’oblio che Borges descrive è una soluzione ad una tecnica digitale che “aspira a farsi carne” (Luca Taddio, “Il tramonto dell’umano. Estetica e nichilismo nell’era del digitale, Il melangolo editore)? Forse lo spazio che Borges sogna è più reale e concreto di quanto un’intelligenza artificiale riesca ad immaginare, perché l’astratto non fa parte del trasparente organizzato in un perfetto razionale, funzionale e ottimizzato.
A volte mi chiedo se questa devastante perdita di creatività e fantasia si innesti in un’epigenetica, i cui fattori ambientali dello scrolling compulsivo convergano verso un diffuso "brain rot", clinicamente definito. Procrastinazione ed ansia prendono lo spazio del saper fare e non_fare e del riflettere. Borges non vede, è cieco. Borges ricorda, confusamente e meravigliosamente. Nascosta tra le tracce del leggibile, la polvere ingannevole (come i “Microgrammi” di Robert Walser) definisce universi (anarchici, splendidi, infiammati, dormienti) non del tutto misurabili e classificabili con un popolamento informativo.
“Inutile ripetermi che sono la stessa cosa i sogni ed i ricordi”. Le traiettorie possibili e impossibili del volo (o dei voli) di Icaro e le qualsiasi strade percorse sulla terra da Don Chisciotte e dal Furioso Orlando formano un “tumulto d’oro”. Non è difficile: “non ogni cosa si misura in grappoli, né in petali, né in neve delicata”, scrive Borges nella poesia “Endimione a Latmo”. Ironicamente rende l’idea del nostro impossibile gesto tecnico morfometrico più o meno consapevolmente finalizzato? Oppure è lì la sostanza e il senso da recuperare? Quale forma ne emergerà?

Jorge Luis Borges, nato il 24 agosto del 1899, diviene completamente cieco alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso per una malattia ereditaria, dopo una progressiva riduzione del visus, che era iniziata a farsi strada nei suoi organi, come “una magnifica ironia”, oltre vent’anni prima.
Ciò che vediamo ed ascoltiamo digitalmente in rete non assomiglia a quella storia universale, che per Borges è come un infinito libro, laicamente sacro, “in cui tutti gli uomini scrivono e leggono e cercano di capire, e nel quale sono scritti anch’essi.” Forse vorremmo che L’incandescente (Michel Serres) ci trasformasse, umanisticamente, in universali. Forse basterebbe leggere… per alimentare le nostre verdi memorie, perché il nostro cervello non ruoti su se stesso, diventando la gabbia del criceto intelligente.
“Ti supplico, mio sognatore, sogna ancora.”
3
Con l’invisibile, il visibile si mostra per sottrazione
Lucente termine d’aria
dove brilla tra le bocche degli altri
la vita non afferrata.
Io le guardo ridere superbe
inseguo la punta delle ciglia
marchio di resistenza che risale.
Ti ricordi quando avevi le labbra che non avevano ancora baciato nessuno? Tremavano come percorse da una leggera scarica di elettricità sinaptica. Il tuo cervello sembrava condensato nelle mucose e lo stordimento aumentava quando riconoscevi il desiderio di altre labbra intorno a te. Ricordi il sapore di quelle labbra? Il profumo di quel respiro che, come un calore, depositava un fremito che si dissolveva subito? Traboccava e svaniva. Traboccava e svaniva. Labbra come occhi socchiusi e poi spalancati a guardare. Labbra che diventavano incandescenti quando lo sguardo trovava la fiamma, il “fuoco che ti consuma”, e non riuscivi a distoglierlo. Impossibile estinguerlo. Eppure quelle labbra, umide e bagnate, erano esplosive del nulla. Ancora del nulla. Pensavi al battito accelerato del cuore nello sfregarsi contro altre labbra, ai polmoni gonfi, a quel dolcissimo riflesso automatico che fa chiudere le palpebre all’aprirsi della bocca, alla vulnerabilità del proprio corpo, alle lacrime, saliva degli occhi.
Ti facevi tante domande ricordi? Dove metterò le mani? E il mio petto meglio contro il suo? Le spalle sorreggeranno o saranno distese e l’inguine e le ascelle saranno bocche, che come labbra baceranno anche loro? Guardavi gli altri baciarsi e sentivi di avere un corpo fatto tutto per baciare. Tutto incorporeo e tutto così stupendamente carnale.
Ho preso alcune parole, in apertura e a fine di questo testo, da Isabella Leardini in “Maniere nere”, una raccolta di poesie pubblicata da Mondadori. L’ammaestramento splendente e l’addestramento lontano degli angeli (che insegnano a amare di tutto), mi fanno ricordare i ricordi trattenuti nelle pagine di un libro, che oggi (a volte) lascio disciogliere nel mare. La prima scoperta è una morbida contraddizione, oscilla, fa delle prove, fallisce negli incroci (non sa dare la precedenza) e lascia impronte ovunque. La “maniere nera”, ricorda Isabella Leardini in una nota finale, “è una tecnica d’incisione in cui l’immagine emerge da un opaco fondo scuro, come luce che filtra attraverso il buio… lavorando con l’invisibile, il visibile si mostra per sottrazione”.
Certo che nel mostrarsi esplicito del tutto interpellato, della curiosità assolta nella quantità, del duttile e dello spregiudicato ad ogni costo, immaginare la sottrazione è un’originale delicata sapienza. L’aggressività si fa strada, blocca, immobilizza ed espone. Il progetto architettonico non è più una violazione: nessuna stella marina nel buio e le metafore non trovano spazio nel popolamento informativo, di cui il modello formale si impregna. Un’apparente elaborata anatomia cerca mediatori spaziali perché gli oggetti continuino ad abbinarsi gli uni agli altri, secondo regole di una interdisciplinarietà, che è solo somma e quasi mai moltiplicazione e divisione. A volte ripenso al sapore di quelle labbra.

A noi invece nascono
mani di piume, dita di corallo
abbiamo un vestito di conchiglie vuote
abbiamo scelto che vuote siano intere
e ci fioriscano dentro i subacquei,
i fiori più strani e più lontani.
Belle si può essere ogni sera
eccezionali senza l’eccesso.
2
Effetto Frankenstein nello spazio digitale
“Bodily decrepitude is wisdom; young
We loved each other and were ignorant”
dice William Butler Yeats in “After Long Silence”. Ma forse, come ricorda Jorge Luis Borges, Yeats sa benissimo che probabilmente possiamo (ahimé) raggiungere l’estrema vecchia anche senza raggiungere la saggezza, mentre è la seconda parte della strofa (“da giovani ci amavamo ed eravamo ignoranti”) ad essere particolarmente gustosa. Cosa significa quel “da giovani”? Finché il fuoco non si spegne siamo incessantemente alla ricerca di “una qualche parentela con le stelle”. Importante è non farsi a pezzi e rendere ancora ben incollato e saldato il nostro desiderio con il nostro corpo.
L’Effetto Frankenstein è migliorato notevolmente. Basta guardare l’ultima versione di Guillermo del Toro con Jacob Elordi che interpreta la Creatura, per rendersi conto di come, parafrasando Gustave Flaubert dal suo Dizionario dei luoghi comuni, “di mostri non se ne vedono più”.
Nessun monito, nessuna agitazione profonda nella coscienza oscura, la zoologia (inquieta e inquietante) della perfezione formale animalizza il corpo umano. È un animale fantastico palestrato, liftato, truccato, siliconato, non più fisicamente ma digitalmente a prendere forma. Serve una leggera narcosi per sopportare meglio il mondo e sopportarci così fatti a pezzi. Quindi servono continui lapsus, slittamenti di senso e deformazioni, che portano, ricordando Jean Clair (di quel bellissimo saggio “Hybris. La fabbrica del mostro nell’arte moderna. Omuncoli, giganti e acefali” tradotto da Rossella Rizzo per Johan & Levi Editore), ad una morfologia dell’aberrazione. Solo che diversamente dalla percezione evidente del deformato, spezzettato e frammentato ora è esattamente il contrario a prendere il sopravvento. Denis Diderot nel “Sogno di d’Alembert” scrive che in fondo “non c’è nulla di preciso in natura”.
Un minerale è più o meno una pianta.
Ogni pianta è più o meno un animale.
Un animale è più o meno un uomo.
Quindi nella non_natura, che l’anti_biologia dei Social sviluppa, perché porre delle richieste di coerenza?
Mi ricordo quanto ero ignorante da giovane. Era bellissimo.
Lo sono ancora? Ignorante e perfettamente (o apparentemente) integro?

Se si rilegge (o se volete divertirvi si riascolta il "Frankenstein" letto stupendamente da Tommaso Ragno vi renderete subito conto che il romanzo creato da Mary Shelley fra il 1816 e il 1817 ha pochissimo a che vedere con tutto ciò che possedete nella vostra memoria di immagini illustrative, televisive, cinematografiche e di serie digitali (recenti, passate, citate come aderenti al testo originali o parafrasi comiche o fantascientifiche che siano). Nulla. Assolutamente nulla (o quasi) sulla creazione della Creatura. Tutto si innesta sulla condizione psicologica di Victor Frankenstein e sulla sua responsabilità (trasformare e innovare senza pensare veramente alle conseguenze?). La seconda parte del titolo del romanzo, “o il moderno Prometeo”, rende molto chiara l’idea che la ventunenne scrittrice matura nel momento della sua prima pubblicazione. Nella seconda edizione poi del 1831 Mary Shelley riduce ancora di più i riferimenti tecnologici e scientifici. Sono passati più di duecento anni e il best seller di allora scala ancora le classifiche, rimane tra i libri più acquistati e più reinterpretati e citati, non so se veramente letti.
L’ Effetto Frankenstein quindi possiede più ramificazioni.
Una ambientale ed ecologista, che se si rilegge il romanzo è più potente di quella tecnologica e tecnobiologica. Nulla come la Natura (in ogni sua forma, stagione e Sturm und Drang) pervade il romanzo di Mary Shelley: rimane forse il suo più potente effetto, per lo più incompreso, lasciato slittare tra gli sfondi dei laghi svizzeri, alle vette e grotte delle montagne (più o meno innevate), ai ghiacci del Polo Nord. Il corpo della Natura è più interessante (e importante) del corpo della Creatura. O forse sono la stessa cosa e non ce ne rendiamo conto neppure oggi.
Un’altra ramificazione è incredibilmente attuale, se si pensa come il mostruoso, il perfezionante/perfezionato formale (corpo umano o spazio architettonico che sia), appaia non più fisicamente ma digitalmente rappresentato. Le immagini tecniche, sono perfette per questa ricombinazione ricombinante. Il potere estetizzante dell’Effetto Frankenstein è seduttivo e pervasivo e anche ucronico: riguardate “Prometheus”, il film del 2012 diretto da Ridley Scott, come prequel/sequel di “Alien” del 1979. Ogni scrolling compulsivo, ogni scorre di dita sul vetro del vostro cellulare nasconde (soffermandosi al massimo per due secondi solamente ad immagine) un Alien al suo interno, che può sbocciare dalla vostra pancia/cervello?
Un’altra ancora, ma potrebbero essere (e sono) molte di più, entra nel merito del rapporto di creazione/responsabilità, della presa di coscienza, della consapevolezza individuale e collettiva, del grado di sincerità/autenticità delle azioni in rapporto alle finalità dei processi digitali e delle costellazioni dei loro prodotti correlati. Nella dimensione tecnica della filiera delle Costruzioni, vige da sempre un postulato di concretezza che aiuta a ridurre l’insorgere di contaminazioni fittizie. Costruire dal vero (in cantiere) è diverso che realizzare in ambiente digitale e richiede uno o più processi di verifica. Ma è ancora così? O la non_natura o l’anti_biologia dell’ambiente digitale trasforma le tradizionali richieste di coerenza? Forse certi confinamenti geometrici, metrici e formali vengono sempre più dati per scontati dagli operatori e attuatori della filiera? I vincoli della profilatura (cogentemente richieste dalle piattaforme) potrebbero divenire in fondo parte di una nuova sovranità terreste. È notizia di qualche giorno fa l’accordo tra il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti e Palantir per modernizzare con efficienza i servizi agricoli attraverso il progetto One Farmer, One File: saranno le piattaforme a definire quale agricoltura è compatibile e secondo quali criteri. Chi governa le saldature dei pezzi di Frankenstein? Victor, il moderno Prometeo, aveva molta paura (e terrore) al proposito.
Alex Giordano, domenica 7 giugno su “Il Sole 24 Ore”, ci ricorda commentando la notizia, che il “cibo non è solo produzione, ma infrastruttura relazionale, intreccio di suolo, acqua, lavoro, saperi, istituzioni, comunità e paesaggi produttivi.” Mi sembra di leggere le pagine che nessuno legge di Mary Shelley e penso come la terra possa essere (se vogliamo) molto simile per intrecci a ciò che ci costruiamo dentro, sopra e intorno. Continua Alex Giordano: ridurre il cibo “a dato significa perde una parte della sua verità.” L’Effetto Frankenstein funziona sempre benissimo.
Il Carlo Levi de “Cristo si è fermato a Eboli” cosa avrebbe scritto di “una terra che non può più essere ascoltata, ma solo interrogata da una piattaforma”?
È necessaria un’azione di compensazione consapevole. Appare sempre più importante non farsi a pezzi e rendere ancora ben incollato e saldato il nostro desiderio con il nostro corpo e il nostro spazio.
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Teatro e rivoluzione della rappresentazione digitale
Siamo in una società sempre più digitalizzata dove la “struttura generale in cui ogni istanza è collegata per via rappresentativa a tutte le altre, in cui l’irrappresentabile del presente vivo” appare sempre di più “occultato o dissolto, eliso o trasferito nella catena infinita delle rappresentazioni.”
Queste parole sono di Jacques Derrida, tratte da “Il teatro della crudeltà o la chiusura della rappresentazione”, un saggio del 1967 contenuto in “La scrittura e la differenza”, che si sviluppa dalla critica di un celebre testo di Antonin Artuad. Quasi sessant’anni fa la Rete, i Social e l’inviluppo rigenerativo dell’intelligenza artificiale sono ancora materia soffice e sfuocata di alcuni racconti di fantascienza o di romanzi distopici. Il richiamo di Derrida, viene utilizzato da Michel Thévoz in citazione di apertura al primo dei tre pezzi di letteratura (la scena politica, il riposo del guerriero, il pittore ventriloquo) con cui si compone “Il teatro del crimine. Saggio sulla pittura di David”, tradotto da Roberto Rossi per SE edizioni.
Teatro e Rivoluzione. Una tematica cara ai cambiamenti e alle trasformazioni (di ogni tipo). Jacques-Louis David ci riporta indietro alla Rivoluzione francese del 1789, al Napoleone che valica il Gran San Bernardo (1800-1803) e che poi, nel suo studio (1812), paternamente dissimula i prodromi di un futura rapida Restaurazione. Siamo ad un passo dalla Repubblica Romana del 1849, al salto verso la nostra Liberazione del 1945 e all’ottantesimo del Referendum del 1946, che segna quel rapporto complesso (direbbe Edgar Morin) tra Monarchia e Repubblica. Lo scudo sabaudo della croce bianca su campo rosso (diverso dallo scudo con croce rossa su campo bianco della Democrazia Cristiana) viene contrapposto all’immagine di Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi, fusi nella Resistenza contro il Nazifascismo.
Teatro e Rivoluzione. Jacques Derrida scrive che quella struttura generale, ogni rivoluzione l’ha “conservata intatta, spesso perfino contribuito a salvarla e restaurarla.” Il Giuramento della Pallacorda (uno stupendo grande disegno di David capace di congelare il momento della fondazione dell’Assemblea costituente del 1789, rimasto in primo abbozzo e che è la base per l’incisione esposta al Salon nel 1791) ne è un esempio. Analizzando l’effetto realtà di quest’impressionante narrazione legittimata (direbbe Jean-François Lyotard) Michel Thévoz propone un’interessante proporzione:
prospettiva : spazio = moneta : economia
Forse l’epifania profana della Rivoluzione francese, simulata come scatto fotografico quando è quadro vivente, determina l’innesco di quell’alibi realista, che ancora governa (incessantemente restaurato direbbe Derrida) lo scorrere accelerato delle cascate d’immagini sul nostro cellulare? La moneta è uno “strumento regolatore che si presume normalizzi gli scambi, ma che in realtà fornisce una cauzione matematica ai furti del liberalismo”, scrive genialmente Thévoz, e la prospettiva, in convergenza ottica di linee di fuga (di muri, pavimenti e braccia alzate), diviene convergenza simbolica: ordine formale e implicita ideologia (della rappresentazione). Questo spazio architettonico è neutro? Continuo? Isotropo? Presume un dinamismo di osservazione (noi oggi si direbbe di navigazione e orientamento) con gradi di libertà? O tutti gli antagonismi, tutti i conflitti vengono obliterati (noi si direbbe scoperti e risolti)? Nessun errore? Nessuna incomprensione nell’accuratezza percepita portata al risultato della necessità (tecnica quanto politica e morale)?
Non so esattamente come rispondere alle mie stesse domande. Un mantra della conoscenza digitale afferma che l’importante è porre le domande giuste non offrire le risposte conseguenti. Ma forse leggendo vi sorgono dei dubbi e la consapevolezza dell’incertezza oggi è quanto mai un pregio.
Teatro e Rivoluzione. La correlazione è spietata.
La società dello spettacolo (immaginata da Guy Debord anch’essa nel 1967) impera. Jacques David la immagina come una tela di 10x6 metri che “doveva ornare la sala delle sedute dell’Assemblea nazionale”. Nella nostra contemporaneità quest’incredibile superschermo digitale potrebbe assomigliare ad uno enorme Smart Mirror, identificando l’invisibile interattivo del continuo esponenziale, strumento tipico di ogni ideologia della rappresentazione, con i propri appropriati statuti di identità.
Ma nella proporzione rivoluzionaria cosa mettereste al posto di prospettiva? Un BIM del futuro? E la moneta? Forse è più simile al valore di arricchimento incessante della sindrome del “mi piace”, che trasforma ogni utilizzatore della rete in un ludopatico lavoratore inconsapevole? Sono una nuova sofistica forma dei furti del liberalismo globale (direbbe Thévoz)?
In questo caso (ahimè) nessun Referendum è alle porte. I fin troppo concentrati poteri globali degli interessi in gioco appaiono sproporzionati rispetto all’emergere della richiesta di rispetto dei diritti. I cahiers de doléances, i quaderni delle lamentele presentati dagli Stati generali come denunce al sovrano di Francia, portarono al taglio della testa di lui e di tutta la sua corte.
Il Teatro e la Rivoluzione si intersecano e incessantemente si riproduce un nuovo spettacolo.

La sabina Ersilia spalanca le braccia, tra donne e bambini nati dall'unione violenta con i Romani, mentre cerca di non far giungere allo scontro Romolo e Tazio, rappresentati in stile greco, “quello dell’atemporalità pura, delle leggi eterne, dei valori assoluti”. Scrive Michel Thévoz che con quest’opera David decreta il passaggio della “politica, che è instauratrice, alla morale, che è conservatrice.” Personaggi nudi perché universali, in un’invarianza dei sentimenti, che divengono comprensibilmente contemporanei.
Jacques Lacan, ricorda Thévoz nel saggio, definisce questo processo (del linguaggio pittorico) con un gustoso neologismo di sua invenzione: peinture d’hystoire, “per sottolineare l’infatuazione isterica di una classe sociale che pretende di rappresentare la specie umana al suo stadio di realizzazione universale e definitiva”. Il vocabolo francese, inventato da Lacan, è la fusione di hystérie e di historie. Isteria e storia trovano una possibile miscelazione nel postrivoluzionario imborghesimento generalizzato, che assurge a come compimento dell’avventura umana.
Quando il grande dipinto de Le Sabine viene esposto a Parigi nel Salon il successo di pubblico è talmente grande che viene richiesto un biglietto d’ingresso; si arriva a veder sfilare circa quarantamila visitatori. Lo scandalo è una componente del successo? Forse “nè i Greci né i Romani avevano eserciti di nudisti e non bardavano i cavalli” ma David, per i suoi personaggi nudi ma “potentemente scultorei” viene “schernito per la sua indecenza” come un Raffaello dei sanculotti.
Una “infrazione deliberata alla verosimiglianza”, che rende il quadro uno strumento della diffusione ideologica “adeguata al pubblico di massa che esso sollecita”. Il Salon aprirà, con questo quadro di David, un “enorme consumo di nudi (…) che non deve essere interpretato come una liberazione della sessualità”, ma probabilmente proprio come il suo contrario. Esattamente al pari di quanto avviene oggi nell’angosciante insostenibile incomprensione ossessiva dell’inadeguatezza corporea (per ogni genere e generazione) a fronte di un esplicito continuo congelamento espositivo (di parti o dell’insieme) in rete. Teatro e Rivoluzione sono anche apparenze.
Ho scelto un dettaglio de Le Sabine e non de Il giuramento della Pallacorda perché il femminile è al centro anche della nostra celebrazione del Referendum del 1946, con una forza del ricordo per nulla divisiva e ostativa, anzi l’opposto. Il mondo dei conflitti globali, con i crudeli e criminali Teatri bellici, forse potrebbe dare più ascolto alla donna. La donna rappresentata, all’epoca di David, era “incarnazione del desiderio e minaccia di vita” e si cercava di reiterare incessantemente la sua trasformazione in statua (bellissima ma sterile intellettualmente). Ucronicamente è cambiato qualcosa?
Jacques Lacan, se fosse ancora vivo, conierebbe un nuovo neologismo per questa hystoire digitale.
Dalla rubrica «Marcello Balzani: tra Parola e Immagine»
C’è un numero che, più di altri, incarna l’idea di equilibrio e compiutezza: sei. È il primo numero perfetto, perché somma dei suoi divisori (1, 2, 3), ma è anche la metrica dell’esametro omerico, che ha guidato per secoli il racconto del viaggio, del mito, dell’umano.
A questo numero si ispira la struttura di “Perfetto Sei”, una rubrica che raccoglie i testi di Marcello Balzani come pensieri in cammino, intrecciati a immagini e citazioni che non illustrano, ma evocano, non spiegano, ma interrogano.
Il titolo è anche un gioco di specchi: si può leggere come “Sei perfetto”, allusione alla somiglianza divina dell’essere umano, fatto — secondo la tradizione — a immagine di Dio. Un invito, forse, a riscoprire nel frammento la traccia di un’armonia nascosta.
Ogni articolo della rubrica ospita progressivamente sei pensieri. Sei come unità compiuta, come sequenza che diventa ciclo. Quando l’articolo si completa, ne nasce uno nuovo. E ogni nuovo inizio si pone in cima alla serie, come il primo passo di un nuovo viaggio. L’intero progetto si dispiega così in una serie aperta di cerchi perfetti, ognuno con il proprio tema originario e la propria traiettoria di senso.

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