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Terremoto M7,7 a Flores, Indonesia: 47 vittime e l’ombra del sisma-tsunami del 1992

Un terremoto di magnitudo 7,7 ha colpito Flores, nell’Indonesia orientale, provocando almeno 47 vittime, crolli, frane e danni diffusi alle infrastrutture. L’evento, superficiale e avvenuto in mare a nord dell’isola, è stato seguito da centinaia di repliche e da un’allerta tsunami poi revocata. Un caso che richiama direttamente il devastante terremoto del 1992 nella stessa regione e la prevenzione sismica.

Un terremoto forte, superficiale, in una regione che conosce bene questi eventi

Alle 5:58 del mattino del 15 agosto, mentre gran parte della popolazione dell’isola indonesiana di Flores era ancora nelle proprie abitazioni, un terremoto molto forte ha colpito il settore settentrionale dell’isola. Il dato aggiornato dalla BMKG, l’agenzia meteorologica, climatologica e geofisica indonesiana, è magnitudo 7,7, profondità 15 chilometri, con epicentro in mare alle coordinate 8,41° S e 121,39° E, circa 30 chilometri a nord-est di Nagekeo.

L’US Geological Survey ha fornito una localizzazione leggermente diversa, indicando una profondità di circa 10 chilometri e un epicentro a 68 chilometri a nord-nordovest di Ende. Sono differenze che non devono sorprendere nelle prime ore successive a un grande terremoto: le diverse reti utilizzano dati, modelli di velocità e procedure di localizzazione differenti e i parametri possono essere successivamente affinati. Il quadro fisico, tuttavia, non cambia: si tratta di un evento molto energetico e relativamente superficiale, quindi capace di produrre scuotimenti intensi nelle aree prossime alla sorgente.

Il bilancio umano è cresciuto rapidamente nel corso della giornata. Nell’aggiornamento più recente disponibile mentre viene scritto questo articolo, Reuters riferisce almeno 47 vittime, citando la National Disaster Mitigation Agency indonesiana, la BNPB. I soccorritori stavano ancora cercando di raggiungere alcune delle aree più vicine all’epicentro, mentre frane, interruzioni della viabilità e problemi alle comunicazioni rendevano difficile avere una fotografia definitiva della situazione.

Non si tratta quindi soltanto di un evento sismologico importante. È già un terremoto che interessa direttamente i temi dell’ingegneria: comportamento degli edifici, capacità residua dopo la scossa principale, vulnerabilità delle infrastrutture, accessibilità delle aree colpite, stabilità dei versanti, gestione degli aftershock e rischio costiero.

Ed è proprio questa dimensione a rendere Flores un caso da seguire con attenzione anche da parte dei tecnici italiani.

La notizia del New York Times e il precedente che incombe: Flores 1992

La fonte iniziale di questo approfondimento è l’articolo “At Least 47 Dead as 7.7-Magnitude Earthquake Rocks Indonesia”, firmato da Muktita Suhartono, Hasya Nindita e Rin Hindryati e pubblicato dal New York Times il 15 agosto 2026.

Il quotidiano americano sottolinea immediatamente un elemento che va oltre il bilancio delle vittime: secondo Wijayanto, responsabile per terremoti e tsunami della BMKG, quello del 15 agosto è uno dei terremoti più importanti registrati nella zona da decenni.

Il riferimento storico indicato dallo stesso funzionario indonesiano è molto preciso:

“An earthquake like this occurred in 1992 with a magnitude of 7.5, causing immense damage.”

Il confronto con il terremoto di Flores del 12 dicembre 1992 è inevitabile, anche se non significa che i due eventi debbano essere considerati identici dal punto di vista della sorgente e della propagazione. Quel terremoto fu uno degli eventi più distruttivi della storia recente dell’Indonesia orientale e generò uno tsunami devastante. Analisi scientifiche successive hanno attribuito all’evento del 1992 una magnitudo momento intorno a Mw 7,9 e ne hanno collegato la sorgente al sistema compressivo di retroarco posto a nord di Flores.

Proprio per questa memoria storica, l’allerta tsunami scattata nelle prime ore del 15 agosto è stata inevitabilmente presa con grande serietà. La BMKG ha successivamente dichiarato concluso il potenziale tsunami.

Qui è utile però soffermarsi su una discrepanza nei primi dati internazionali, perché racconta bene quanto sia delicato lavorare sulle informazioni durante una catastrofe. Reuters ha riferito di onde inferiori a un metro registrate in diverse località, mentre Associated Press ha riportato osservazioni fino a circa 1,61 metri. Il sistema GDACS della Commissione europea ha a sua volta classificato l’evento come terremoto con tsunami e ha riportato valori nell’ordine di 1,7 metri. Le misure possono riferirsi a stazioni e località differenti e non sono quindi necessariamente incompatibili; ciò che è certo è che lo tsunami osservato non ha assunto, almeno nelle informazioni finora disponibili, le dimensioni catastrofiche dell’evento del 1992.

Il governatore di East Nusa Tenggara, Emanuel Melkiades Laka Lena, ha dovuto nel frattempo contrastare anche un altro rischio tipico delle emergenze contemporanee: la diffusione incontrollata di notizie sui social media. Il New York Times riferisce che le autorità hanno invitato i cittadini a non rilanciare indiscriminatamente messaggi secondo cui sarebbero stati imminenti “a massive tsunami or another major earthquake”.

È un dettaglio solo apparentemente marginale. Durante un’emergenza sismica la qualità dell’informazione diventa essa stessa parte della gestione del rischio: non è possibile prevedere con affidabilità l’arrivo di un nuovo grande terremoto a breve termine, mentre è invece possibile – e necessario – comunicare probabilità, aftershock, aree da evitare e comportamenti corretti senza generare né panico né falsa sicurezza.

Centinaia di repliche e un patrimonio costruito già indebolito

La scossa principale non è stata un episodio isolato. Secondo Associated Press, entro il pomeriggio erano già stati registrati oltre 235 aftershock, il più forte dei quali aveva raggiunto magnitudo 6,2.

Per l’ingegnere strutturista questo è un dato centrale. Una replica di magnitudo 6 non è un evento trascurabile, soprattutto quando agisce su costruzioni che hanno già subito la scossa principale. Dopo un terremoto forte, infatti, il problema non è soltanto capire se un edificio sia ancora in piedi. Occorre stabilire quanta capacità resistente e deformativa gli sia rimasta.

Un edificio può essere apparentemente integro e aver già attraversato escursioni non lineari significative. Può avere perso rigidezza nei nodi, sviluppato fessurazioni, subito danneggiamenti nelle connessioni o nei meccanismi resistenti verticali e orizzontali. Nelle costruzioni in muratura possono essere già stati innescati meccanismi fuori piano, distacchi o cinematismi locali; nelle strutture in calcestruzzo armato, plasticizzazioni e perdita di confinamento possono ridurre sensibilmente la capacità residua. Anche tamponamenti, controsoffitti, coperture e componenti non strutturali possono diventare particolarmente vulnerabili alle repliche.

È per questo che la fase immediatamente successiva alla scossa principale costituisce una delle più delicate nella gestione post-sisma: bisogna contemporaneamente soccorrere le persone, individuare gli edifici instabili e consentire alla popolazione di capire dove sia possibile rientrare.

Le prime immagini e informazioni provenienti da Flores indicano numerosi crolli e danneggiamenti. Reuters, sulla base dei dati preliminari della BNPB, riferisce 157 abitazioni gravemente danneggiate, 41 con danni moderati e 148 con danni leggeri. Sono stati inoltre segnalati danni a 87 scuole, 18 strutture sanitarie, cinque edifici di culto e sei edifici adibiti a uffici, oltre ad altre infrastrutture.

Sono numeri ancora provvisori, ma consentono già una prima considerazione. La vulnerabilità non riguarda soltanto le abitazioni private. Quando vengono coinvolte scuole, ospedali, edifici pubblici e strutture di servizio, il terremoto comincia a compromettere non semplicemente il patrimonio edilizio ma la capacità del territorio di continuare a funzionare dopo il sisma.

Ed è qui che la lettura passa dall’ingegneria strutturale alla resilienza urbana e territoriale.

👉 Un terremoto non verifica soltanto la resistenza di un edificio: sottopone contemporaneamente a prova strade, ospedali, scuole, porti, reti, comunicazioni e capacità di soccorso.

Crollano anche le connessioni del territorio

Uno degli aspetti più significativi dell’emergenza di Flores riguarda proprio le difficoltà incontrate dai soccorritori nel raggiungere alcune delle zone più colpite. Reuters riferisce che le squadre non erano ancora riuscite ad arrivare a Nagekeo, una delle aree più vicine all’epicentro, a causa delle frane che hanno interrotto le strade e dei problemi alle telecomunicazioni. Un tentativo di accesso via terra è stato fermato dai dissesti, mentre altre squadre hanno provato a raggiungere la zona via mare. Circa 2.000 residenti del distretto risultavano evacuati.

Associated Press segnala inoltre l’interruzione di tratti dell’asse viario Trans-Flores e danni diffusi tra Sikka, Manggarai ed East Manggarai.

È un esempio quasi didattico di ciò che oggi viene definito rischio sistemico. Un ponte non deve resistere al terremoto soltanto perché non deve crollare: deve possibilmente continuare a consentire il passaggio dei mezzi di emergenza. Un ospedale non deve semplicemente salvaguardare la vita delle persone presenti al momento della scossa: deve poter curare le centinaia di feriti che possono arrivare nelle ore successive. Una rete di telecomunicazione deve poter continuare a funzionare proprio quando il traffico aumenta enormemente e quando alcune delle sue componenti vengono danneggiate.

La stessa riflessione vale per porti e aeroporti. In un arcipelago come quello indonesiano, e ancor più in un’isola morfologicamente complessa come Flores, l’accessibilità alternativa può essere decisiva quando la viabilità terrestre viene compromessa.

Questo allarga inevitabilmente la prospettiva della progettazione antisismica. Il tema non è più soltanto “quanto deve resistere una struttura?”, ma anche “quale funzione deve essere garantita dopo il terremoto?”. È il passaggio dalla sicurezza della singola opera alla prestazione dell’intero sistema territoriale.

Flores non è soltanto “Ring of Fire”: il ruolo del back-arc thrust

Molti resoconti internazionali ricordano correttamente che l’Indonesia si trova lungo la cosiddetta Pacific Ring of Fire, la grande cintura sismica e vulcanica che circonda il Pacifico.

Per un pubblico tecnico, però, questa definizione è troppo generica.

L’area di Flores presenta una configurazione tettonica particolarmente complessa. A nord dell’arco delle Piccole Isole della Sonda si sviluppa infatti il Flores back-arc thrust, un grande sistema compressivo orientato approssimativamente est-ovest. Studi pubblicati su Natural Hazards and Earth System Sciences descrivono il sistema di retroarco come una struttura estesa per oltre 1.500 chilometri, capace di generare terremoti forti e potenzialmente tsunamigenici.

La letteratura geofisica collega proprio a questo contesto il terremoto del 1992. L’analisi broadband pubblicata da Beckers e Lay sul Journal of Geophysical Research ricostruì quell’evento come un grande terremoto di compressione nel retroarco, mentre studi successivi hanno confermato come la deformazione in quest’area sia parte della complessa ripartizione della convergenza tra la placca australiana e il sistema di Sunda-Banda.

La ricerca recente insiste anche su un elemento particolarmente rilevante per la valutazione del rischio: i sistemi di thrust di retroarco sono meno conosciuti dal grande pubblico delle megafaglie di subduzione, ma possono produrre forti terremoti e tsunami locali molto pericolosi, soprattutto perché le sorgenti sono vicine alle coste e i tempi disponibili per l’evacuazione possono essere molto brevi.

Sarà quindi importante attendere l’analisi definitiva del meccanismo focale e della distribuzione della rottura del terremoto del 15 agosto prima di attribuirlo in modo categorico a uno specifico segmento strutturale. Ma il contesto geodinamico in cui l’evento è avvenuto è certamente quello di una delle aree tettonicamente più attive e complesse dell’arcipelago.

Ed è significativo che proprio qui, a poco più di trent’anni dal terremoto del 1992, si sia prodotto nuovamente un evento superiore a magnitudo 7.

La magnitudo dice quanto è grande il terremoto. Non dice quanti danni farà

Quando la cronaca parla di un terremoto, quasi tutta l’attenzione si concentra inevitabilmente su un numero: 7,7.

È comprensibile, ma dal punto di vista dell’ingegneria quel numero è soltanto il punto di partenza.

La magnitudo descrive la dimensione della sorgente sismica e, nel caso della magnitudo momento, è legata al momento sismico prodotto dalla rottura. La scala è logaritmica: un aumento di una unità di magnitudo corrisponde a circa 32 volte l’energia liberata. Un terremoto M7,7 non è quindi semplicemente poco più forte di un M6,7: appartiene a un ordine energetico radicalmente differente.

Ma dall’entità della sorgente non discende automaticamente l’entità del danno.

Tra il terremoto e il collasso di un edificio esiste una lunga catena di fattori: distanza dalla sorgente, profondità, direttività della rottura, attenuazione, geologia locale, amplificazione stratigrafica, topografia, periodo proprio delle strutture, regolarità, qualità dei materiali, dettagli costruttivi, manutenzione, trasformazioni subite nel tempo.

In altri termini, il terremoto rappresenta la pericolosità; la presenza di persone, edifici e infrastrutture determina l’esposizione; la loro predisposizione al danno rappresenta la vulnerabilità.

È dall’interazione di questi tre elementi che nasce il rischio.

Per questo sarà particolarmente interessante, quando saranno disponibili i primi rilievi sistematici, comprendere quali tipologie costruttive abbiano subito i danni maggiori a Flores, quali meccanismi di collasso si siano manifestati, quale sia stata la distribuzione dello scuotimento e se siano emersi effetti locali significativi.

Soltanto allora sarà possibile leggere realmente il terremoto dal punto di vista dell’ingegneria.

Il doppio rischio di Flores: sisma e tsunami

C’è poi un ulteriore elemento che rende il terremoto del 15 agosto particolarmente interessante: il rapporto fra sorgente sismica e rischio tsunami.

Non tutti i grandi terremoti sottomarini producono tsunami significativi. Perché ciò avvenga è generalmente necessario che la rottura provochi uno spostamento verticale sufficientemente importante del fondale marino, mettendo in movimento una grande massa d’acqua.

La storia di Flores dimostra però che questo rischio non è teorico. Il sisma del 1992 provocò un devastante tsunami e diversi studi scientifici hanno indagato la possibilità che, oltre alla deformazione tettonica, anche movimenti franosi sottomarini abbiano contribuito alle altezze eccezionali osservate localmente.

È un tema che interessa direttamente anche l’ingegneria delle coste. La valutazione della pericolosità da tsunami non può limitarsi alla magnitudo massima attesa: deve considerare geometria della sorgente, batimetria, propagazione dell’onda, morfologia costiera, possibile focalizzazione locale e presenza di sorgenti secondarie come frane sottomarine.

Il terremoto del 15 agosto ha prodotto un’allerta rapidamente attivata e successivamente revocata. Da questo punto di vista, il sistema di monitoraggio sembra avere svolto il proprio compito: riconoscere rapidamente un evento potenzialmente tsunamigenico, attivare la precauzione e ridimensionare l’allarme sulla base delle osservazioni strumentali.

Ma la memoria del 1992 ricorda perché, in quelle coste, non sia possibile permettersi esitazioni.


I grandi terremoti degli ultimi mesi

Il terremoto di Flores non è un episodio isolato. Negli ultimi mesi del 2026 diverse regioni del pianeta sono state interessate da eventi di magnitudo superiore a 7, alcuni dei quali con conseguenze gravissime. La sequenza non indica necessariamente un aumento anomalo della sismicità globale: i terremoti si concentrano prevalentemente lungo i margini attivi delle placche e la loro distribuzione temporale può presentare periodi apparentemente più intensi. Il confronto, però, è utile per comprendere quanto la magnitudo da sola non determini l’entità della catastrofe.

15 agosto 2026 – Flores, Indonesia – M7,7

Il sisma che ha originato questo approfondimento ha colpito a nord dell’isola di Flores. La BMKG indonesiana ha stimato magnitudo 7,7 e una profondità di circa 15 km. Il bilancio provvisorio è di almeno 47 vittime, con crolli, frane, danni alle infrastrutture e centinaia di repliche. È stata emessa anche un’allerta tsunami, successivamente revocata.

10 agosto 2026 – Colombia occidentale – M7,4

Solo cinque giorni prima, un terremoto di magnitudo 7,4 aveva colpito la Colombia occidentale, nei pressi di San José del Palmar. L’USGS ha localizzato l’ipocentro a una profondità di circa 107-110 km, molto maggiore quindi rispetto a Flores. Nonostante la profondità, l’evento ha prodotto devastazioni molto estese: secondo Reuters il bilancio ha superato le 250 vittime, con migliaia di feriti e gravi danni ad abitazioni, scuole e strutture sanitarie.

28 luglio 2026 – Kumamoto, Giappone – M6,8 USGS / M7,1 JMA

Il terremoto che ha interessato la regione giapponese di Kumamoto offre anche un esempio delle differenze che possono emergere tra le magnitudo pubblicate dalle diverse agenzie: USGS valuta l’evento M6,8, mentre la Japan Meteorological Agency lo ha indicato come M7,1. Il sisma ha provocato vittime, incendi, crolli locali, interruzioni ferroviarie e circa 48.000 utenze senza elettricità.

17 luglio 2026 – Chiapas, Messico – M7,3

Un forte terremoto superficiale, con ipocentro a circa 15-19 km, ha interessato il Pacifico al largo del Chiapas, vicino al confine con il Guatemala. La scossa è stata percepita in un’area vastissima, fino a Città del Messico ed El Salvador, e ha generato un’allerta tsunami. Eppure, nonostante la magnitudo 7,3, non sono state registrate vittime né danni strutturali gravi. È un confronto particolarmente significativo con Colombia e Indonesia.

24 giugno 2026 – Venezuela – doppio terremoto M7,2 e M7,5

Uno degli eventi più drammatici dell’anno si è verificato nel Venezuela settentrionale. L’USGS ha ricostruito una sequenza eccezionale: un terremoto di magnitudo 7,2 seguito appena 32 secondi dopo da un evento M7,5, localizzato a circa 17 km a ovest di Catia La Mar e a soli 10 km di profondità. Secondo i dati governativi riportati successivamente da Associated Press, i due terremoti hanno causato oltre 5.000 morti e quasi 17.000 feriti, evidenziando ancora una volta il peso decisivo della vulnerabilità degli edifici e delle condizioni territoriali.

8 giugno 2026 – Mindanao, Filippine – M7,8

Il terremoto più forte tra quelli qui richiamati ha colpito il settore meridionale delle Filippine. L’USGS attribuisce all’evento una magnitudo di 7,8, con profondità intorno ai 57 km. Il terremoto ha provocato almeno 37 vittime secondo Associated Press, oltre 200 feriti e uno tsunami locale con onde dell’ordine di un metro.

Un confronto che dice più della sola magnitudo

La successione è istruttiva: M7,3 in Messico senza vittime, M7,4 in Colombia con centinaia di morti, M7,5 in Venezuela con migliaia di vittime e M7,7 a Flores con un bilancio ancora in evoluzione.

Non è una contraddizione. È esattamente ciò che insegna l’ingegneria sismica: la magnitudo misura la dimensione del terremoto, non il danno che esso produrrà. Profondità della sorgente, distanza dalle aree abitate, caratteristiche del moto del suolo, effetti di sito, densità insediativa, qualità delle costruzioni, infrastrutture e capacità di risposta trasformano lo stesso ordine di magnitudo in scenari completamente differenti.

Il terremoto è un fenomeno naturale. La catastrofe è il risultato dell’incontro tra quel fenomeno e la vulnerabilità del territorio costruito.


Fonti internazionali utilizzate

La fonte giornalistica iniziale è il New York Times, con l’articolo “At Least 47 Dead as 7.7-Magnitude Earthquake Rocks Indonesia” di Muktita Suhartono, Hasya Nindita e Rin Hindryati, pubblicato il 15 agosto 2026.

I dati sul bilancio delle vittime, sui danni, sulle evacuazioni, sulle frane e sulle difficoltà delle operazioni di soccorso sono stati confrontati con Reuters. (ReutersAttachment.tiff)

I dati sulla sequenza di oltre 235 aftershock, sulla localizzazione USGS, sui danni territoriali e sui livelli osservati dello tsunami sono stati confrontati con Associated Press. (AP NewsAttachment.tiff)

Per i parametri sismologici ufficiali indonesiani — magnitudo 7,7, profondità 15 km, coordinate epicentrali e conclusione dell’allerta tsunami — sono stati utilizzati i bollettini della BMKG. (BMKGAttachment.tiff)

Per il quadro internazionale dell’allerta tsunami è stato consultato anche GDACS – Global Disaster Alert and Coordination System. (GDACSAttachment.tiff)

Per l’inquadramento scientifico del Flores back-arc thrust, del terremoto del 1992 e della pericolosità da tsunami sono stati utilizzati studi pubblicati sul Journal of Geophysical Research, Natural Hazards and Earth System Sciences e altre riviste scientifiche internazionali. (AgupubsAttachment.tiff)

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