Edifici storici e umidità di risalita: verso un metodo per verificare l'efficacia degli interventi di risanamento
L’umidità di risalita capillare è tra le principali cause di degrado del patrimonio costruito. Una recente ricerca di dottorato industriale propone un approccio metodologico integrato che collega diagnosi, scelta dell’intervento, monitoraggio e manutenzione programmata, sottolineando il valore di protocolli condivisi, dati verificabili e sistemi informativi interoperabili per supportare interventi tecnici più consapevoli e duraturi.
L’articolo approfondisce i risultati di una ricerca dedicata all’umidità di risalita capillare negli edifici storici. Il contributo si rivolge a progettisti, restauratori, tecnici della conservazione e gestori del patrimonio. Al centro del lavoro: diagnosi strutturate, monitoraggi di lungo periodo, gestione dei dati e manutenzione programmata come strumenti per migliorare l’efficacia degli interventi e la conservazione del patrimonio architettonico.
L’umidità di risalita: una criticità ancora aperta nel patrimonio storico
L’umidità di risalita capillare continua a rappresentare una delle problematiche più diffuse e tecnicamente complesse nella conservazione del patrimonio costruito. I suoi effetti coinvolgono non solo le murature, ma anche le finiture superficiali, il comportamento igrotermico degli ambienti e, nei casi più gravi, la stabilità degli edifici stessi: degrado delle malte, distacchi degli intonaci, efflorescenze saline, alterazioni cromatiche e perdita di coesione.
Nonostante la diffusione del fenomeno, la gestione degli interventi di risanamento sconta ancora una significativa frammentazione metodologica. L’assenza di protocolli condivisi rende spesso difficile confrontare i risultati ottenuti con tecnologie differenti e valutare in maniera oggettiva l’efficacia degli interventi.
«Uno dei problemi che ho ritenuto centrali è proprio l’assenza di un protocollo nazionale unificato per valutare in modo omogeneo l’efficacia delle tecnologie contro la risalita capillare», spiega Cristina Rinaldi. «Per questo ho ritenuto necessario costruire un approccio più solido, basato su diagnosi accurata, verifica delle prestazioni e integrazione con la manutenzione preventiva e programmata, all’interno di una visione di conservazione continua e non episodica».
Un ulteriore elemento di complessità riguarda la natura stessa del fenomeno. La risalita capillare non dipende da un unico fattore, ma dall’interazione tra materiali, condizioni ambientali, caratteristiche costruttive e modalità d’uso dell’edificio. Proprio per questo richiede un approccio diagnostico e interpretativo calibrato sul singolo contesto.
Dalla diagnosi alla manutenzione: un approccio metodologico integrato
L’obiettivo principale della ricerca non è stato individuare una tecnologia “migliore” in assoluto, ma costruire un quadro metodologico capace di collegare diagnosi preliminare, progettazione dell’intervento, monitoraggio post-operam e manutenzione preventiva e programmata.
Questa impostazione nasce dalla constatazione che la pratica professionale tende spesso a trattare il risanamento come un intervento puntuale e isolato, senza garantire continuità tra la lettura diagnostica iniziale, la verifica dei risultati e la gestione nel tempo.
Oltre la ricerca della soluzione unica
«Più che individuare una singola soluzione tecnica, mi interessava costruire un quadro metodologico capace di collegare diagnosi, scelta dell’intervento, monitoraggio e manutenzione nel tempo», osserva Cristina Rinaldi. «La ricerca nasce anche dall’esigenza di ridurre la distanza tra ricerca scientifica, applicazione operativa e offerta commerciale presente sul mercato».
La ricerca propone quindi un approccio sequenziale e verificabile, nel quale ogni fase è connessa alle precedenti e alle successive attraverso dati documentati e confrontabili.
Elementi fondativi della sequenza metodologica
Affinché la verifica tecnica degli interventi risulti affidabile e i risultati siano realmente confrontabili tra casi diversi, la ricerca individua tre presupposti operativi fondamentali:
- definizione di una baseline diagnostica iniziale che documenti le condizioni dell’edificio prima dell’intervento;
- individuazione di punti di misura permanenti e georeferenziati;
- registrazione sistematica dei metadati associati alle attività di monitoraggio.
Senza questi presupposti, la valutazione dell’efficacia di un intervento rischia di restare debole e difficilmente trasferibile ad altri contesti.
Nessuna soluzione universale contro l’umidità di risalita
La ricerca evidenzia come il comportamento dell’umidità sia fortemente influenzato dalle caratteristiche costruttive dell’edificio, dai materiali impiegati, dalle trasformazioni subite nel tempo e dalle condizioni ambientali.
«Il valore del lavoro non sta nel fornire linee guida rigide, ma criteri che consentano di valutare meglio i singoli casi, scegliere interventi compatibili e documentare in modo rigoroso i risultati ottenuti» sottolinea Cristina Rinaldi.
Il lavoro propone quindi un insieme di criteri metodologici applicabili a contesti differenti.
I casi studio: nove edifici storici, nove contesti diversi
La ricerca ha previsto l’analisi approfondita di nove edifici storici distribuiti sul territorio nazionale:
- Castello di San Basilio – Pisticci (MT)
- Chiesa di San Pietro Barisano – Matera (MT)
- Chiesa di San Francesco d’Assisi – Matera (MT)
- Castello dei Conti Carafa – Colobraro (MT)
- Chiesa di Santa Maria Assunta in Cielo – Noci, località Lamadacqua (BA)
- Chiesa di San Giuseppe – Rosate (MI)
- Antica Pieve di San Gennaro – Capannori (LU)
E due edifici nell’Horta di Alboraya, a Nord di Valencia (Spagna):
- Alqueria “4 Camins” - Alboraya, Valencia, Spagna
- Alqueria “El Trull” - Alboraya, Valencia, Spagna
La varietà dei contesti ha consentito di osservare come il comportamento dell’umidità vari sensibilmente in funzione dell’età dell’edificio, delle tecniche costruttive, dei materiali, delle condizioni microclimatiche e delle soluzioni d’intervento utilizzate.
Il ruolo di Domodry nello sviluppo della ricerca
La ricerca è stata sviluppata nell'ambito di un dottorato industriale che ha visto la collaborazione di Domodry, realtà attiva nel settore del risanamento dell'umidità di risalita capillare.
«La collaborazione con Domodry è stata importante perché mi ha permesso di lavorare su una tecnologia reale, già impiegata in contesti concreti», spiega Cristina Rinaldi.
Tra gli aspetti che hanno maggiormente attirato l'attenzione della ricercatrice vi è la natura non invasiva della tecnologia CNT-Domodry, particolarmente rilevante negli edifici storici e monumentali sottoposti a tutela.
Queste caratteristiche risultano inoltre coerenti con quanto previsto dal criterio CAM 2.3.13 del DM 24 Novembre 2025, dedicato agli interventi di deumidificazione delle murature, che privilegia soluzioni compatibili con la conservazione dell'edificio, a ridotto impatto e rispettose delle caratteristiche costruttive esistenti. La tecnologia CNT-Domodry risponde a tali requisiti, rappresentando una tecnologia a norma in linea con i principi dei Criteri Ambientali Minimi applicati all'edilizia.
«Ritengo che il valore di una tecnologia non risieda soltanto nella capacità di dichiarare un risultato, ma soprattutto nella possibilità di verificarlo attraverso dati raccolti e confrontati nel tempo».
Strumenti e metodologie di rilievo adottate
Le attività sperimentali hanno incluso rilievi termografici, monitoraggi termo-igrometrici, misure del contenuto umido mediante sensori RH-T e IDROSCAN, analisi petrografiche e osservazioni sullo stato di conservazione dei materiali.
In alcuni edifici è stata adottata una configurazione comparativa che prevedeva il confronto tra aree trattate e aree non trattate, con l’obiettivo di ottenere valutazioni più rigorose degli effetti osservati nel tempo.
«I monitoraggi hanno mostrato un raggiungimento dei livelli di umidità igroscopica naturale in più casi», spiega Rinaldi, «ma hanno anche evidenziato la necessità di tempi di osservazione medio-lunghi. La sola riduzione della risalita non esaurisce infatti il problema conservativo».
La ricerca sottolinea quindi l’importanza di una lettura critica dei dati raccolti, evitando interpretazioni semplificate basate esclusivamente sul contenuto umido delle murature.
Sali, efflorescenze e gestione degli effetti post-intervento
Uno degli aspetti più significativi emersi dall’analisi dei casi studio riguarda la corretta interpretazione dei fenomeni che possono manifestarsi durante e dopo la fase di asciugatura delle murature.
In diversi edifici analizzati, a fronte di una riduzione misurabile del contenuto umido e di una regressione delle anomalie termiche, sono rimaste critiche la presenza di efflorescenze e sub-efflorescenze saline, oltre al degrado di alcune finiture realizzate con materiali non traspiranti o incompatibili.
«La comparsa di efflorescenze dopo un intervento non va letta automaticamente come un fallimento della tecnologia», precisa Rinaldi. «In alcuni casi può rappresentare un effetto fisiologico del processo di asciugatura. Per questo motivo deve essere prevista, monitorata e gestita attraverso protocolli tecnici adeguati».
L’obiettivo non è semplicemente asciugare una muratura, ma accompagnarla verso una stabilizzazione duratura delle condizioni conservative attraverso una corretta gestione dei sali, dei materiali di finitura e delle condizioni microclimatiche.
Dati, interoperabilità e strumenti digitali per la conservazione
Scheda Tipo e Open Knowledge Platform Tool
Sul piano della gestione dell’informazione, la ricerca propone una Scheda Tipo interoperabile e una Open Knowledge Platform Tool finalizzate a standardizzare la raccolta dei dati tecnici e a rendere confrontabili casi diversi.
L’impianto informativo prevede l’utilizzo di metadati obbligatori, standard aperti e formati interoperabili con l’obiettivo di trasformare i singoli casi studio in conoscenza cumulativa, interrogabile e riutilizzabile.
Senza una datificazione rigorosa e senza interoperabilità, i dati raccolti durante i monitoraggi rischiano infatti di restare episodi isolati, difficilmente confrontabili e scarsamente trasferibili.
H-BIM, GIS e digital twin: integrazione con la gestione del patrimonio
La ricerca dedica particolare attenzione alle possibili integrazioni con strumenti H-BIM, GIS, Common Data Environment (CDE) e digital twin.
Queste tecnologie non vengono considerate un fine, ma strumenti capaci di supportare una gestione più trasparente e tracciabile delle informazioni lungo tutto il ciclo di vita dell’edificio.
Conservazione, sostenibilità e manutenzione programmata
Nel quadro proposto dalla ricerca, la conservazione non viene interpretata come una successione di interventi correttivi, ma come un processo continuo nel quale assumono rilevanza gli impatti tecnici, economici e ambientali delle decisioni adottate.
La disponibilità di dati affidabili e monitoraggi continuativi consente di ridurre la frequenza degli interventi emergenziali, ottimizzare le risorse e migliorare la durabilità complessiva degli edifici.
«La manutenzione preventiva e programmata non è un elemento accessorio», afferma Rinaldi. «È la condizione necessaria per conservare il patrimonio architettonico senza rincorrere continuamente il degrado».
Governance dei dati e formazione: le sfide strutturali del settore
La ricerca identifica due sfide trasversali che condizionano l’efficacia di qualsiasi approccio tecnico al risanamento: la governance dei dati e la formazione dei professionisti.
Sul fronte della governance, emerge la necessità di superare una logica reattiva basata su interventi episodici, favorendo invece la costruzione di sistemi informativi capaci di rendere i dati tracciabili, confrontabili e riutilizzabili nel tempo.
Sul fronte della formazione, viene evidenziata l’importanza di sviluppare competenze capaci di interpretare correttamente i dati, comprendere i limiti delle metodologie adottate e valutare in modo critico le evidenze disponibili.
Sviluppi futuri: verso protocolli condivisi e monitoraggi di lungo periodo
La ricerca individua tre direttrici di sviluppo prioritarie.
La prima riguarda l’ampliamento della base sperimentale attraverso un maggior numero di casi studio e monitoraggi estesi su più cicli stagionali.
La seconda riguarda il rafforzamento dell’integrazione con strumenti digitali come H-BIM e digital twin.
La terza riguarda la standardizzazione dei protocolli operativi e degli indicatori di performance, indispensabili per rendere i risultati realmente confrontabili e trasferibili alla pratica professionale.
Verso una conservazione basata sui dati
La ricerca evidenzia come il futuro della conservazione del patrimonio storico passi sempre più attraverso approcci integrati in cui diagnosi, monitoraggio, gestione dei dati e manutenzione programmata operano come parti di un unico processo.
L’obiettivo non è individuare una soluzione valida per ogni contesto, ma costruire metodi di valutazione trasparenti, verificabili e confrontabili nel tempo. In questo scenario, protocolli condivisi, interoperabilità dei dati e monitoraggi di lungo periodo rappresentano strumenti fondamentali per supportare decisioni più consapevoli e garantire una conservazione sostenibile del patrimonio costruito.
«Il lavoro svolto non vuole essere un punto di arrivo definitivo», conclude Cristina Rinaldi, «ma una base metodologica per costruire pratiche più verificabili, confrontabili e realmente trasferibili alla professione e alla conservazione del patrimonio architettonico».
FAQ tecniche - Diagnosi e monitoraggio dell'umidità di risalita
Perché l’umidità di risalita è particolarmente critica negli edifici storici?
Perché può provocare degrado delle murature, alterazione delle superfici, migrazione dei sali e perdita di prestazioni dei materiali. Negli edifici storici questi effetti tendono ad aggravarsi nel tempo se non monitorati.
È sufficiente ridurre l’umidità per risolvere il problema conservativo?
No. La riduzione del contenuto umido rappresenta un indicatore importante ma non sufficiente. Occorre valutare anche il comportamento dei sali, la compatibilità dei materiali e le condizioni ambientali.
Per quanto tempo dovrebbe essere monitorato un intervento di risanamento?
La ricerca raccomanda monitoraggi distribuiti su più cicli stagionali. Un periodo compreso tra 12 e 24 mesi rappresenta il minimo per valutazioni attendibili, mentre 36 mesi costituiscono l’orizzonte consigliato per conclusioni più solide.
Quale ruolo possono avere H-BIM e GIS nella gestione dell’umidità negli edifici storici?
Consentono di organizzare, georeferenziare e rendere interoperabili i dati di diagnosi e monitoraggio, supportando la manutenzione programmata e la costruzione di serie storiche confrontabili.
Perché servono protocolli standardizzati per il monitoraggio del risanamento?
Per rendere confrontabili i risultati ottenuti in edifici diversi, ridurre le discrezionalità interpretative e costruire una base informativa utile sia alla ricerca sia alla pratica professionale.
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