Verticalità e rigenerazione urbana: cosa serve per costruire in altezza in Italia? La visione di Dario Trabucco
L’intervista al Prof. Dario Trabucco (IUAV, CTBUH) in occasione del Convegno "Tall Buildings" 2025 analizza il ruolo degli edifici alti nella densificazione urbana, tra sfide normative, innovazione tecnologica (prefabbricazione, LCA, facciate adattive) e qualità architettonica. In Italia, la verticalità può diventare un motore di rigenerazione urbana se progettata con attenzione al contesto e al "dialogo con il suolo", superando retaggi culturali e aprendo il settore AEC al confronto internazionale.
Edifici alti in Italia tra innovazione, normativa e qualità progettuale: la visione di Dario Trabucco dal Convegno Tall Buildings 2025
L'intervista realizzata dalla redazione di Ingenio al Professore Dario Trabucco (IUAV, CTBUH) in occasione della 14ª edizione del Convegno Tall Buildings tenutosi il 26 giugno presso il Salone D'Onore della Triennale di Milano.
Densificazione verticale: scelta o necessità?
Professor Trabucco, il dibattito sulla densificazione urbana è spesso polarizzato tra sostenitori della verticalità e difensori della città compatta e orizzontale. Alla luce delle sue ricerche e dell’esperienza con il CTBUH, quando un edificio alto rappresenta davvero una risposta efficace alle sfide urbane contemporanee?
Dario Trabucco:
Un edificio alto può offrire un contributo importante alla città quando consente di liberare spazio al suolo o, più in generale, quando permette di aumentare la densità urbana in aree che lo richiedono. Parliamo di una trasformazione che incide significativamente sul tessuto urbano, sia in termini di scala sia di impatto sul contesto costruito, specialmente nelle città italiane, tradizionalmente compatte e orizzontali.
La verticalità, tuttavia, non è solo una questione di quantità costruttiva: un edificio alto può generare valore grazie agli oneri di urbanizzazione, al rinnovamento del tessuto sociale e alla possibilità di concentrare funzioni, attività e persone. In questo senso, può diventare un catalizzatore di innovazione e rigenerazione urbana, laddove sia progettato con attenzione e responsabilità.
Edifici alti in Italia: quale prospettiva reale?
Nel nostro Paese, la realizzazione di edifici alti è spesso frenata da vincoli normativi, ostacoli culturali e una certa diffidenza diffusa. Ritiene che oggi vi siano le condizioni – tecniche, amministrative e urbane – per un salto di qualità, o la verticalità resterà un’eccezione?
Dario Trabucco:
Alcune città italiane – penso in particolare a Milano – hanno dimostrato che costruire in altezza è possibile anche nel nostro contesto, realizzando progetti di grande qualità e rilevanza. Tuttavia, è innegabile che non tutti i territori si prestano a questo tipo di sviluppo: serve una valutazione puntuale, caso per caso.
La diffidenza verso gli edifici alti in Italia affonda le radici anche in esperienze passate, spesso legate a operazioni speculative realizzate negli anni ’60 e ’70. Le torri residenziali che ancora punteggiano la costa adriatica, ad esempio, sono spesso percepite come modelli fallimentari, associati a degrado, isolamento e scarsa qualità dell’abitare.
Tuttavia, l’esperienza di città come Milano, Torino o Bologna ci dimostra che è possibile costruire in altezza con criteri contemporanei, generando valore urbano e sociale. La verticalità non deve essere un tabù, ma una possibilità tra le tante, da valutare e governare con intelligenza.
Tecnologia e innovazione ad alta quota
Dalle strutture in legno ai sistemi di facciata adattivi, dagli ascensori multidirezionali ai modelli digitali di gestione: quali sono, oggi, le innovazioni più promettenti per rendere gli edifici alti più sostenibili, resilienti e performanti?
Dario Trabucco:
Sul fronte delle innovazioni “hard”, cioè materiali e tecnologie costruttive, ritengo molto promettenti le soluzioni basate sulla prefabbricazione – in legno, ma anche in acciaio e calcestruzzo – che garantiscono qualità, efficienza e controllo del processo edilizio.
Ma c’è anche un’altra dimensione dell’innovazione, quella “soft”, che riguarda la progettazione sostenibile nel suo complesso. Negli ultimi anni, il settore delle costruzioni ha adottato con convinzione strumenti come il Life Cycle Assessment, ponendo attenzione all’intero ciclo di vita dell’edificio, già a partire dalla fase di progettazione.
Oggi sappiamo che le scelte fatte nelle prime fasi progettuali – quando si definisce il concept architettonico – incidono in modo decisivo sulla sostenibilità ambientale, sociale ed economica dell’opera. È proprio lì che si gioca la partita più importante per il futuro del costruito.
Forma e habitat: quale architettura per la verticalità?
Nel suo lavoro emerge un’attenzione particolare al rapporto tra forma e uso, tra scelte architettoniche e qualità dell’abitare. Cosa deve avere un edificio alto per diventare un autentico “habitat verticale” e non un semplice esercizio formale o speculativo?
Dario Trabucco:
Un aspetto cruciale è il cosiddetto “attacco a terra”, ovvero il punto di contatto tra l’edificio e la città. Troppo spesso, in passato, abbiamo visto grattacieli concepiti come oggetti isolati, privi di relazione con il contesto, replicabili ovunque senza alcun adattamento. Questo approccio è ormai superato.
L’attacco al suolo, invece, è il luogo fisico e simbolico in cui l’edificio entra in dialogo con la strada, con il marciapiede, con la vita urbana quotidiana. È lì che si costruisce la scala di relazione con il cittadino, ed è lì che si decide gran parte della riuscita – o del fallimento – del progetto in termini di accettazione sociale. Un edificio alto deve appartenere al luogo in cui sorge, non imporsi ad esso.
Il ruolo dell’Italia nel dibattito globale sull’altezza
Il CTBUH è un osservatorio privilegiato a livello internazionale. Quale contributo può offrire l’Italia, con la sua tradizione progettuale e la sua attenzione alla qualità, al dibattito sull’evoluzione degli edifici alti?
Dario Trabucco:
Mi permetto una nota critica. La presenza italiana agli eventi internazionali del CTBUH è ancora troppo limitata, sia per quanto riguarda il mondo dell’industria, sia – soprattutto – in termini di progettazione: architetti, ingegneri, studi di progettazione.
All’estero, il tema dell’edificio alto è affrontato da anni con sistematicità, ricerca, sperimentazione. In Italia, al contrario, c’è ancora una certa reticenza ad accettare la verticalità come opportunità urbana. È vero che possediamo una straordinaria tradizione nella cura del contesto e nella qualità progettuale, ma stiamo venendo superati – anche piuttosto rapidamente – da professionisti che affrontano le stesse sfide in altri contesti con maggiore determinazione.
Se vogliamo portare un contributo autorevole al dibattito globale, dobbiamo metterci in gioco, studiare le esperienze internazionali e imparare a lavorare su scale progettuali che esulano dal nostro abituale campo d’azione.
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