Interdittive Antimafia, forum al Politecnico. Brancaccio (Acen): Morte civile per le imprese, norme da rivedere

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“Non mi piace il sistema delle interdittive, perché non solo non risolve certi problemi, ma viceversa ne crea di altri, oltre a presentare profili di incostituzionalità”. Non ha usato mezzi termini Federica Brancaccio, la Presidente dell’Associazione costruttori edili di Napoli (Acen), intervenendo nel pomeriggio di martedì 11 febbraio al convegno multidisciplinare sul tema “Le interdittive antimafia e le misure di contrasto alle infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici”, che si è tenuto nell’Aula magna del Politecnicoa dell’Università “Federico II” di Napoli (piazzale Tecchio 80).
Un “grido di dolore”, da parte della leader dei costruttori partenopei che ha dato voce, con grande franchezza, alle perplessità di gran parte del mondo imprenditoriale del settore costruzioni e degli stakeholders che attorno a questo settore gravitano.

TEMA ASSAI DISCUSSO
Al centro dell'incontro c'è stato infatti un tema molto discusso, che vede contrapporsi due interessi altrettanto legittimi: l'interesse pubblico alla salvaguardia di una sana economia, quindi con l’esclusione dal mercato di imprese ritenute potenzialmente permeabili alla criminalità organizzata, e l'interesse delle aziende "a non subire acriticamente - come era evidenziato nella nota di presentazione del convegno - la lesione della libertà di iniziativa sulla base di misure discrezionali di matrice prefettizia, che non presuppongono alcun accertamento penalistico e con finalità di tutela cautelare anticipata".
In occasione dell’incontro - organizzato da Consorzio Integra, Ordine Avvocati del Tribunale di Napoli, Associazione costruttori edili di Napoli (Acen) e Ordine Ingegneri della Provincia di Napoli, con il patrocinio della Camera dei Deputati - è stato anche presentato il recente saggio giuridico sulle interdittive, edito da Giappichelli, a cura di Giuseppe Amarelli (Docente di Diritto Penale all’Università “Federico II” di Napoli), e Saverio Sticchi Damiani (Docente di Diritto Amministrativo all’Università del Salento).
Al dibattito - moderato da Antonello Velardi, Caporedattore centrale del quotidiano il Mattino, che unisce alla competenza giornalistica anche una significativa e “difficile” esperienza da amministratore locale, essendo stato sindaco di Marcianise, nel Casertano - hanno partecipato, insieme agli autori, anche: Edoardo Cosenza (Presidente dell'Ordine degli Ingegneri della provincia di Napoli e Ordinario di Tecnica delle Costruzioni all’Università “Federico II” di Napoli), Leonardo Di Mauro (presidente dell’Ordine degli Architetti di Napoli), Graziano Gorla (Responsabile Dipartimenti Politiche industriali e del Territorio, per la Legalità e per il Mezzogiorno Fillea Cgil), Paolo Laguardia (Responsabile settore Costruzioni e impianti Legacoop Produzione e Servizi), Vincenzo Lomonte (Presidente facente funzione della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Napoli), Fabio Maffei (Magistrato del Tar di Salerno), Vincenzo Maiello (Docente di Diritto Penale all’Università “Federico II” di Napoli), Vincenzo Onorato (Presidente del Consiglio di gestione del Consorzio Integra), Dina Cavalli (Vice Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati del Tribunale di Napoli, che ha portato i saluti del Presidente Antonio Tafuri).
Il convegno dell’11 febbraio al Politecnico Federiciano, peraltro, segna un’ulteriore tappa di un percorso di approfondimento e collaborazione voluto dall’Ordine degli Ingegneri di Napoli, insieme ad altre categorie professionali.

COSENZA: TEMPI TROPPO LUNGHI PER LE GRANDI OPERE
Nell’introdurre il dibattito, il Presidente degli Ingegneri Edoardo Cosenza, ricollegandosi anche alle sue esperienze come Assessore Regionale ai Lavori Pubblici, ha ricordato come i tempi medi di realizzazione per lavori pubblici di importo superiore ai 100 milioni di euro, siano di ben 15,7 anni.
Un tempo troppo lungo, che scoraggia la pianificazione efficace, scoraggia le imprese e la cui metà è spesa per adempimenti burocratici, per controlli formali, per gli inevitabili ricorsi e controricorsi.
"Potremmo assistere al paradosso - ha osservato Cosenza - di amministrazioni pubbliche che preferiscono dirottare le risorse finanziarie in tanti lavori di piccolo importo, perché è ben difficile che un politico si impegni per una grande opera di cui non vedrà la fine nel corso del proprio mandato istituzionale".
Se il Paese vuole crescere - ha ribadito ancora Cosenza - sarebbe opportuno che ciascuno cedesse una parte dei suoi “poteri” di controllo per favorire un iter più celere delle realizzazioni.
Insomma, inodo della questione, come ha sintetizzato il moderatore Antonello Velardi, sta nel capire se le norme sulle interdittive antimafia e le altre misure di contrasto alle infiltrazioni malavitose producono solo gli effetti positivi immaginati dal legislatore, oppure determinino anche problemi e criticità.
E qui si innesta il "grido di dolore" delle imprese. “Qual è il destino di un’azienda colpita da interdittiva?”, si è chiesta infatti la Presidente dell'Acen, Federica Brancaccio. “E’ un’impresa sostanzialmente morta. Non si risolleva più, si chiudono i rubinetti del credito, si interrompono i rapporti con le altre imprese”.
La proposta? Secondo Federica Brancaccio occorrono misure di natura più riservata che - pur vigilando sull’impresa a rischio di infiltrazione malavitosa - non comportino la “morte civile” dell’impresa stessa. Anche perché “un’interdittiva - evidenza Brancaccio - non rappresenta affatto una sentenza di condanna, pur avendo sul piano concreto conseguenze assai pesanti”. Di fatto, ha ricordato la Presidente Acen, un’impresa edile colpita da interdittiva, resta messa al bando anche dopo la revoca della misura, aggravando le difficoltà di un comparto - come quello edilizio - un tempo motore dell’economia italiana, specie nel Mezzogiorno, ma pesantemente penalizzato da oltre dieci anni di recessione.
Per una realtà consortile come Integra, protagonista e realizzatrice di grandi opere in tutta Italia (tra cui il complesso Federiciano di San Giovanni a Teduccio), puntualizza Vincenzo Onorato (Presidente del Consiglio di gestione), si impone una politica di impresa volta a una più efficace prevenzione che si realizza attraverso la costruzione di strumenti di "compliance organizzativa" che prevedono una diretta partecipazione preventiva all’insorgenza effettiva del rischio infiltrazioni.

PERPLESSITA' ANCHE DAI MAGISTRATI
Il Presidente Lomonte ha ammesso l’ampio raggio di azione attribuito dal legislatore al Prefetto e ha ricordato come Amarelli, uno dei curatori del volume, abbia ipotizzato, in ottica “de jure condendo”, un ripensamento delle funzioni prefettizie rispetto a quelle del Tribunale di Sorveglianza, pur con l’aleatorietà propria di una valutazione di tipo preventivo.
Si tratta comunque di strumenti da utilizzare con grande discernimento e con un approccio definito “laico”, anche perché i ricorsi contro i provvedimenti interdittivi - è stato ricordato - hanno fatto registrare in un periodo relativamente breve un incremento del 370%.
Il professor Vincenzo Maiello nel suo intervento ha ammesso un sostrato di “comune disagio" che unisce spesso giuristi, avvocati e magistrati nella riflessione sulle misure di prevenzione, definite “l’altra faccia del volto nobile che caratterizza il Diritto Penale”.
Nella sua analisi, Maiello ha ricordato come l’introduzione delle misure preventive risalga al 1862, come carattere originario dello Stato unitario, diventandone - purtroppo - un elemento caratterizzante, sebbene tali norme mettano in discussione i princìpi-cardine del nostro sistema penale, come l’irretroattività della norma e lo stesso diritto alla difesa.
Una scelta - è stato evidenziato - che non ha fatto registrare modifiche nemmeno con l'avverto della Repubblica, con oltre 70 anni di vigenza della Costituzione.
E forse proprio per un utilizzo intenso delle interdittive, ha ricordato Maiello, oggi un certo tessuto imprenditoriale siciliano che pure ha conosciuto esempi di eccellenza, oggi praticamente non esiste più.
Nel suo intervento il magistrato del Tar di Salerno, Fabio Maffei, ha ribadito la necessità delle misure di prevenzione (che definisce "strumento imprescindibile"), pur riconoscendo la necessità di recuperare il principio di legalità anche in ambito procedimentale.
Dal canto suo Giuseppe Amarelli, uno degli autori del volume, pur riconoscendo la necessità di certe misure, ne stigmatizza la “contraddittorietà” che spesso si traduce in una sorta di “ergastolo economico” per le imprese e soprattutto per i numerosi stakeholders che a un’impresa fanno capo.
In particolare Amarelli ha evidenziato come le interdittive possano essere disposte sulla base di indagini prefettizie, senza alcun contraddittorio.
Graziano Gorla (Fillea-Cgil) ha sottolineato invece come un sistema preventivo più stringente risulti più efficace rispetti ai metodi tradizionali. Il controllo giudiziario - ha ricorda - ha anche una forma volontaria. E il controllo giudiziario sospende l’interdittiva. I correttivi - conclude - sono necessari, anche perché le “white list” si sono rivelate inefficaci, ma senza sminuire il valore degli attuali strumenti.
Paolo Laguardia (Legacoop Produzione e Servizi) ha concluso ricordando come oggi sia complicato il “fare impresa” nel nostro Paese. L’interdittiva - ha detto - doveva essere "strumento a tutela delle imprese sane, oggi nella pratica si sta rivelando il suo contrario".

(a cura di Giovanni Capozzi)

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