Prevenzione = Sicurezza ... parola del Prof. Giovanni Falsone

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Tutti hanno potuto notare che ogni volta che si verifica un evento sismico calamitoso in Italia, nei giorni immediatamente successivi due sono le parole che più frequentemente circolano in tutti i mezzi di comunicazione: Prevenzione e Ricostruzione.

Tuttavia, col passare del tempo, la frequenza va scemando inesorabilmente fino a quando della parola Prevenzione non rimane più alcuna traccia, mentre di Ricostruzione si parla esclusivamente nei luoghi direttamente interessati e solo per sottolinearne i problemi da sempre connessi a questo tipo di attività.

Basti pensare al terremoto del Belice del 1968 in seguito al quale due interi paesi, Gibellina e Poggioreale, furono ricostruiti a chilometri di distanza, facendo morire di malinconia tanti anziani che avrebbero preferito la loro vecchia piazza, il loro circolo, in una parola, le loro abitudini alle moderne opere d’arte che “abbellirono” i nuovi paesi. Senza contare che nei paesi parzialmente distrutti, come S. Margherita Belice, Salaparuta o Menfi, le squallide baracche, che dovevano ospitare “temporaneamente” i senzatetto, in realtà lo hanno fatto fino ai primi degli anni novanta. Non andò meglio in Irpinia, colpita dal sisma del novembre del 1980 e dove la ricostruzione fu lentissima e fortemente influenzata dagli interessi delle organizzazioni malavitose. Per passare ad eventi più recenti, anche L’Aquila nell’aprile del 2009 fu colta assolutamente impreparata dal terremoto: la Prefettura andò completamente distrutta così come una parte dell’ospedale, cioè “strutture strategiche”, che vari decreti della Presidenza del Consiglio dei Ministri, emanati nel 2003 in conseguenza del terremoto che nell’ottobre del 2002 provocò il crollo della scuola di S. Giovanni di Puglia, imponevano che andassero verificate ed, eventualmente, adeguate. Anche a L’Aquila la ricostruzione è stata caratterizzata da importanti problemi: nel centro storico (zona rossa) ad oggi è stata completata soltanto in minima parte, mentre la ricostruzione di interi nuovi quartieri, effettuata propagandisticamente in tempi relativamente brevi, ha evidenziato gravi carenze sulla qualità strutturale e impiantisca degli alloggi, molti dei quali sono oggi inutilizzabili. In Emilia il terremoto del maggio 2012 provocò morti e gravi danni prevalentemente su chiese e capannoni industriali. Per questi ultimi, la tipologia strutturale prevalente prevedeva che le strutture orizzontali fossero semplicemente appoggiate su quelle verticali. Ciò dimostra che la presenza di semplici elementi di collegamento (tasselli) fra questi elementi avrebbe scongiurato morti e crolli. Infine è emblematico quanto accaduto nell’Italia Centrale in seguito al sisma dell’agosto del 2016, che provocò, oltre un cospicuo numero di vittime, la cancellazione di interi paesi, come Accumoli e Amatrice e la distruzione di pezzi della nostra Cultura Storica e Artistica, come la Basilica di S. Benedetto a Norcia. A tal proposito, per rimarcare l’importanza irrinunciabile della Prevenzione, bisogna notare che a pochi chilometri di distanza, le strutture di Assisi sono rimaste assolutamente intatte, compresa la Basilica di S. Francesco. Il motivo è quasi certamente da collegare all’intensa opera di Prevenzione che fu posta in essere dopo il terremoto del settembre del 1997, che tra l’altro provocò il crollo di una parte della cupola della Basilica.

Quanto finora detto implicherebbe che in una possibile alternativa tra Prevenzione e Ricostruzione in una possibile scelta per la Protezione Sismica di un manufatto o di un territorio non dovrebbe sussistere nessun tipo di dubbio a scegliere la Prevenzione. Così purtroppo non è ed io vorrei adesso condividere quelle che, secondo il mio parere, sono le motivazioni. Io credo che, innanzitutto le motivazioni sono politiche, sia degli amministratori locali che di quelli regionali e nazionali. La Prevenzione economicamente è molto onerosa; infatti, sebbene gli interventi di adeguamento sismico siano generalmente meno costosi rispetto alla ricostruzione, bisogna considerare che la Prevenzione territoriale interessa tutti i manufatti del territorio, mentre la ricostruzione ovviamente si riferisce ai soli manufatti crollati o fortemente danneggiati dopo il sisma. Inoltre, un terremoto calamitoso ha una frequenza di accadimento non prevedibile e generalmente passano molti anni tra un evento e l’altro. Ciò comporta che i tempi necessari perché si traggano benefici dalla Prevenzione potrebbero essere molto lunghi o potrebbero (speriamo) non avere limite. Ciò mal si concilia con le esigenze politiche degli amministratori che hanno invece bisogno di riscontri immediati. Per cui, mentre la Ricostruzione di un numero ridotto di manufatti è quasi sempre un atto dovuto, la Prevenzione è sempre rinviabile. Questo non è solo un problema attuale e locale. Ne sono testimonianza due documenti che riporto di seguito:   

“… la richiesta si basa sulla considerazione che i danni prodotti in quella zona dal terremoto del 1915 furono minimi ed imputabili, più che altro, alla cattiva costruzione delle case e che d’altra parte, l’assoggettamento a tali norme costituisce un notevole intralcio allo sviluppo di quella zona eminentemente turistica …” (Alcuni Comuni del Terminillo, 1938).

“… l’assoggettamento a tali norme sismiche costituisce un notevole intralcio alla costruzioni di nuovi fabbricati e anche alla ricostruzione di quelli distrutti dalla guerra in un momento in cui è maggiormente sentito il bisogno di nuovi alloggi” (Vittorio Veneto, 1953).

Si tratta di due richieste di riduzione delle limitazioni imposte da due diverse norme per la sicurezza sismica delle costruzioni nelle quali gli attori mettevano in secondo piano la sicurezza dei manufatti e delle persone che vi abitavano rispetto agli interessi polito-economici dei loro territori. Forse non tutti sanno che anche in tempi più recenti si sono verificati episodi simili. Negli anni ottanta, dopo l’entrata in vigora della norma che stabiliva le zone sismiche in Italia, gli amministratori di alcuni Comuni della Provincia di Catania protestarono perché i loro territori erano stati considerati in zona sismica. Infine, qualche settimana fa stava per essere presentato al Senato della Repubblica un emendamento al Decreto sulla Semplificazione che avrebbe consentito la realizzazione di superfetazioni in edifici esistenti, senza una preventiva verifica sismica complessiva ed in qualunque delle zone sismiche italiane. Per fortuna, si è riusciti a bloccare in tempo tale iniziativa che, essendo a firma di Senatori della maggioranza, avrebbe avuto una buona possibilità di successo.

Allo scarso interesse degli amministratori e dei politici nei riguardi della Prevenzione Sismica contribuisce sicuramente anche la poca attenzione del cittadino comune che, spesso, considera chi parla di Rischio Sismico come uno iettatore. Emblematico in tal senso fu un episodio accaduto pochi anni fa dalle nostre parti. In seguito ad una visita in una scuola di un Ufficiale del Governo, ne fu decretata la chiusura immediata per problemi di sicurezza. I genitori degli alunni, invece di preoccuparsi dell’incolumità dei ragazzi, andarono su tutte le furie perché non vollero accettare il trasferimento dei ragazzi in altre sedi, mettendo in atto una serie di proteste nei confronti dell’Amministrazione di competenza della scuola. Questa fece riaprire i locali, senza avere effettuato alcun intervento strutturale. I genitori furono talmente contenti che brindarono con lo spumante il giorno della riapertura. E’ chiaro che tutto ciò è dovuto alla mancanza di una Cultura del Rischio che caratterizza la stragrande maggioranza della popolazione e che, quando acquistiamo un immobile, ci fa preoccupare della comodità, delle rifiniture e del panorama ma mai delle sue caratteristiche di sicurezza. Sicuramente la stessa mancanza di cultura non è presente in altre parti del mondo, caratterizzate, come la nostra, da un’altissima pericolosità sismica. Il comportamento dei Giapponesi o dei Californiani durante un evento sismico ne dà ampia dimostrazione. Ma anche nel nostro territorio non è stato sempre così. Dopo il terremoto del 1908, Messina fu investita dal fermento della ricostruzione che, ovviamente, doveva garantire condizioni di sicurezza estreme nei confronti di eventuali di eventuali eventi sismici di elevata intensità. Diverse furono le testimonianze di questa cultura: nel periodo che va dal 1909 al 1913 furono registrati circa novanta brevetti relativi a tipologie costruttive antisismiche; in quel periodo la ricostruzione venne realizzata con tipologie costruttive innovative, alcune delle quali si svilupparono esclusivamente nel messinese, come la muratura armata e quella animata, la tipologia con elementi snelli e controventi diagonali in c.a. o quella con ossatura in ferro riempita di calcestruzzo e pareti realizzate con muratura animata, con la quale furono realizzati i palazzi più importanti della città, come Palazzo Piacentini (tribunale). Le maestranze messinesi erano espertissime nella realizzazione di strutture sicure sismicamente. Purtroppo fu una tragedia ancora più forte del terremoto, e cioè la guerra, a interrompere questo processo culturale virtuoso e a partire dagli anni cinquanta la cultura del rischio sismico cominciò a scemare, ne sono testimonianza tutte le operazioni di superfetazione dei palazzi realizzati dopo il 1908 e che avevano resistito ai bombardamenti, per non parlare degli sventramenti dei piani terra degli stessi per consentire il proliferare delle attività commerciali.

Oggi si assiste ad una evidente contraddizione: da un lato si hanno gli strumenti normativi relativi alle costruzioni in zona sismica che consentono di progettare nuovi manufatti sicuri o di effettuare delle verifiche sismiche puntuali su quelle realizzate e si hanno le conoscenze scientifiche e tecnologiche sia per la realizzazione di nuove strutture che per l’eventuale adeguamento di quelle realizzate; dall’altro il poco interesse delle amministrazioni per le azioni di prevenzione e la mancanza di Cultura del Rischio della popolazione che spesso preferisce scaramanticamente non trattare l’argomento, mentre in realtà dovrebbe pretendere la sicurezza per sé e, soprattutto, per i propri figli che, statisticamente, hanno maggiori probabilità di essere coinvolti in un evento sismico calamitoso.

Per questi motivi bisogna instancabilmente urlare a squarciagola: PREVENZIONE PREVENZIONE PREVENZIONE!!!