Leggo TUCIDIDE aspettando GODOT

Quarantena o arresti domiciliari?

Poco conta … occorre stare a casa e uscire il meno possibile.

Chi dice che si può lavorare perché gli studi sono aperti, non considera che con i cantieri fermi, l’impossibilità di fare sopralluoghi e non potendo incontrare clienti, per un libero professionista ciò equivale a un fermo dell’attività.

Stiamo ancora aspettando che qualcuno comunichi che si è trovato un antidoto, un medicinale, un qualche cosa che ci faccia tornare alla normalità.

Occorre in qualche modo, occupare il tempo ...

Comprendendo, che esistono dei limiti che non possono essere “valicati” da un comune Presidente di un Ordine di Provincia, non Vi parlerò ne di riduzione di quote e ne indennità e stipendi da parte del CNI.

Solo delle considerazioni e riflessioni “fuori ambito Ordine” e che sicuramente non scalfiranno la suscettibilità di nessuno.

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Studi accurati hanno dimostrato che sia stato il virus Ebola (ma altri pensano al vaiolo, salmonella ecc..) ad aver scatenato la peste di Atene del 430 aC, la cui causa è stata a lungo oggetto di congetture.

A descrivere in modo dettagliato l'epidemia fu lo storico Tucidide, egli stesso sopravvissuto alla pestilenza.

L'epidemia di Atene ha affascinato i ricercatori per un lungo periodo di tempo e fu detta anche sindrome di Tucidide, dallo stesso raccontata: “Si dica pure su questo argomento quello che ciascuno pensa, medico o profano che sia, sia sulla probabile origine della pestilenza, sia sui fattori capaci di indurre un così repentino cambiamento dello stato di salute. Io invece racconterò di che genere sia stata, e ne mostrerò i sintomi, che si potranno tenere presenti per riconoscere la malattia stessa, caso mai scoppiasse un’altra volta giacché io stesso ne fui affetto e vidi altri malati.”

La malattia, iniziava con un brusco rialzo della temperatura, mal di testa, affaticamento e dolore allo stomaco e arti, accompagnato da un vomito violento.

Chi sopravviveva per 7 giorni sperimentava anche una pesante diarrea e fra gli altri sintomi, anche singhiozzi e sanguinamento dalla bocca, mentre alcuni pazienti lamentavano convulsioni, confusione, eruzioni cutanee, pustole, ulcere e persino la perdita di dita delle mani e dei piedi, probabilmente a causa di cancrena.

Tucidide ha osservato che le persone erano così disidratate, che alcune venivano immerse nei pozzi per soddisfare la loro sete incessante.

La morte arrivava dopo 7-9 giorni.

La “cruda” descrizione di Tucidide permise agli storici e ai medici moderni di interrogarsi sulla causa di epidemie precedenti e sulle radici storiche di quelle che conosciamo oggi.

La malattia ateniese ebbe origine a Sud dell'Egitto, in una regione chiamata da Tucidide “Etiopia”, termine che gli antichi greci usavano per riferirsi alle regioni dell'Africa sub-sahariana dove si erano verificati i moderni focolai di Ebola.

Nel mondo antico, le popolazioni sub-sahariane arrivarono in Grecia per lavorare come agricoltori o schiavi, costituendo così un potenziale vettore umano di Ebola.

Negli anni gli studiosi hanno chiamato in causa per la “peste di Atene”, tifo, vaiolo, morbillo, antrace, peste bubbonica e sindrome da shock tossico, ma solo oggi si è convinti che è quella nominata “Ebola”.

Non è un caso che i medici siano stati tra le prime vittime della malattia ateniese nel racconto di Tucidide, (proprio come i moderni operatori sanitari che sono stati duramente colpiti da Ebola). “I medici non riuscivano a fronteggiare questo morbo ignoto ma, anzi, morivano più degli altri, in quanto più degli altri si avvicinavano ai malati, né alcuna tecnica umana veniva loro in soccorso. Per quanto si formulassero suppliche nei templi o si ricorresse agli oracoli e a cose del genere, tutto si rivelò inutile.”

Questa importante premessa storica serve a creare un parallelismo a distanza di tantissimi anni, tra quanto accaduto ad Atene e quanto si sta verificando nel Mondo a causa del COVID-19.

Fino a ieri, l’era dei “nostri avi” era vista con distacco, in quanto l’evoluzione in campo sanitario, il proliferare di medicinali, macchinari e soprattutto la creazione di tanti ospedali, faceva ritenere lontani i tempi delle pestilenze e delle morti di massa.

Immagini e sensazioni potevano solo essere ripercorse con documentari girati nei paesi del terzo mondo.

Paradossalmente e forti di una grande “presunzione intellettuale”, oggi ci troviamo ancor peggio di prima con un pianeta in ginocchio di fronte a un virus letale.

Mentre ai tempi dell’antica Grecia le epidemie erano circoscritte al luogo di contagio, oggi con la globalizzazione e l’apertura delle frontiere, qualunque spostamento sia umano che virale risulta immediato e devastante.

Nessuno poteva pensare di trovarsi di fronte a un evento capace di sovvertire equilibri e certezze.

Un sistema sanitario ed economico in ginocchio a certificare che non esiste il “più forte”. Siamo tutti deboli soprattutto di fronte alla Nostra presunzione.

La grande sconfitta del secolo.

Prima la Cina, poi l’Italia ora il resto del Continente, a dimostrazione che gli interessi economici e mondiali sono più importanti della salute umana.

Si conoscevano gli effetti, si sapeva che il virus si sarebbe diffuso e nessuna cura era possibile se non nel lungo periodo.

Occorreva fermarsi.

I contagi si potevano bloccare isolandosi e sostenendo economicamente le nazioni colpite.

Mentre Tucidide in relazione alle proprie competenze si limitava a raccontare ai posteri i sintomi della malattia per “futura memoria”, mi permetto anch’io, di fare un irriverente confronto tra Cornavirus e Web.

In maniera semplicistica, il contagio di un virus come il COVID-19 si può paragonare alla diffusione di un messaggio sui social.

Un’idea, un video, un’espressione, se viene diffusa e condivisa sul web diventa “virale”. Milioni di persone ne prendono contezza.

Una volta, soprattutto nei paesi con dittatura, i pensieri degli oppositori non erano conosciuti, mentre oggi grazie ai social si diffondono in maniera contagiosa.

Lo stesso è accaduto con il Coronavirus.

Al posto di una condivisione “virtuale” ne è scaturita una “umana”.

Nessuno ha impedito la sua propagazione. Si potevano limitare gli effetti.

Come sui social, un “buon informatico” riesce sul nascere a bloccare il diffondersi di notizie e contenuti “proibiti”, analogamente una “buona politica” avrebbe sul nascere adottato le giuste misure necessarie a fermare la pandemia.

Pertanto a mio modesto parere, la peste come paradigma di un male oscuro e imprevedibile poteva essere “specie” ai tempi di Tucidide e non per quelli attuali.

La reazione dell’uomo (come individuo e come società) di fronte a un evento capace di sovvertire equilibri e certezze è stata deludente.

Si sono privilegiati interessi e business affaristici mettendo a repentaglio la salute umana.

Con molta probabilità chi decide la sorte del Mondo ha inteso che “staccare la spina dell’economia mondiale” sarebbe stato peggio di una pandemia con la conseguenza di tanti morti che oggi piangiamo.

“So soltanto che bisogna fare quello che occorre per non essere più un appestato, e che questo soltanto ci può far sperare nella pace, o, al suo posto, in una buona morte. Questo può dar sollievo agli uomini e, se non salvarli, almeno fargli il minor male possibile e persino, talvolta, un po’ di bene. E per questo ho deciso di rifiutare tutto ciò che, da vicino o da lontano, per buone o cattive ragioni, faccia morire o giustifichi che si faccia morire” (Albert Camus, da La peste, 1947)