CITTÀ SICURA / SICUREZZA URBANA - Francesco Karrer, Presidente CSLLPP

A prima vista, può sembrare che le due espressioni significhino la stessa cosa o essere una delle tante polisemie di cui studiosi della città, pianificatori e progettisti si nutrono. In realtà i significati sono diversi, ma tra loro strettamente collegati.

Città sicura sta a significare una città complessivamente sicura. Quindi capace di includere anche il significato dell’espressione sicurezza urbana.
Città sicura è quella città risultato di pianificazioni, realizzazioni e gestioni tese a prevenire, comunque a contenere, i vari rischi cui la città è soggetta1:

  • naturali (terremoti, inondazioni, tsumani, bufere di vento, tornadi, tempeste tropicali, valanghe, erosione delle coste, etc.);
  • industriali (esplosioni, inquinamento chimico, sversamenti nelle acque, ecc.);
  • tecnici (rottura di sbarramenti, caduta di un aereo, incendi, crolli di costruzioni, ecc.);

ma anche militari (invasioni, guerre, bombardamenti, ecc.), etnici, religiosi o sociali (rivolte, terrorismo, ecc.); sanitari o agricoli (peste, “mucca pazza”, “aviaria”, ecc.); politici (rivolte, assassini, scandali, manifestazioni di strada, ecc.).
Molto spesso questi rischi si manifestano in forma concatenata.
Ma la città ed in generale le agglomerazioni urbane, grandi e piccole, sono fonte di ulteriori rischi per i suoi abitanti. Non solo quelli ora enunciati, ma anche quelli ai quali cerca di rispondere quel complesso di azioni preventive che si definiscono nella nozione «sicurezza urbana».
Cioè quel complesso di misure preventive e repressive che attengono alla inciviltà, alla violenza ed alla micro criminalità che colpiscono i cittadini.
Coloro che vivono o anche solo frequentano una città, sia abitualmente che non2.
Come si comprende, le due forme di sicurezza sono molto più vicine di quanto non si creda.
Si compenetrano e non solo nelle emergenze che possono generare forme di inciviltà quali furti, sciacallaggi, ecc.
La prevenzione per la sicurezza, sia nella forma di città sicura che di sicurezza urbana, comporta pianificazione.
Questa è la dimensione metodologica ed operativa che accomuna le due forme di sicurezza.
Purtroppo molto trascurata. E, quando anche realizzata, disattesa.
Di una pianificazione integrata, che superi cioè le separatezze tra le pianificazioni di settore, spesso tendenti alla settorialità, vi è molto bisogno.
Rischio sismico e rischio idrogeologico, ad esempio, per essere opportunamente prevenuti, richiedono una pianificazione integrata.
Altrettanto perché la città non sia fonte di pericoli sociali, quali le violenze urbane e la micro criminalità che subiscono i minori, gli anziani, le donne3, i diversamente abili, i turisti, etc. Violenze che non subiscono solo i cittadini «deboli», anche se a questi va dedicata una attenzione particolare, ma tutti i cittadini.
La pianificazione, in questo caso quella urbanistica, può aiutare nella prevenzione delle devianze, senza pretendere che sia esaustiva.
Anche l’urbanistica di gestione è utile ed opportuna, ma anche essa può concorrere in misura limitata4 a realizzare sicurezza urbana. I motivi culturali e sociali della violenza urbana attengono sì allo spazio fisico, ma ovviamente sono ben più profondi e radicati.
Così come i comportamenti nell’uso della città e delle sue attrezzature ed infrastrutture5.
Più efficace può risultare per la città sicura (localizzazioni appropriate, giuste densità insediative, integrazione con i piani di protezione civile, leggibilità degli impianti urbani, ecc.).
Molta cultura occorre anche nella prevenzione dei rischi naturali.
Così come occorre memoria degli eventi calamitosi.
Quelli calamitosi o quelli connessi alla violenza sono troppo spesso e facilmente dimenticati.
Se questo fenomeno è spiegabile in quanto singoli cittadini e famiglie, altrettanto mai può dirsi per quanto riguarda le comunità e le amministrazioni pubbliche rappresentative.
Queste «debbono» conservare la memoria e agire di conseguenza, realizzando davvero forme adeguate di prevenzione.
Cosa che richiede anche la preparazione della società a fronteggiare i rischi. Con una azione integrata che ne aumenti la consapevolezza ed anche la disponibilità a convivere con i rischi. E, prima ancora, quello che i sociologi definiscono «costruzione sociale del rischio».
Solo una profonda consapevolezza e conoscenza dei rischi urbani può far crescere la cultura diffusa della prevenzione, alimentandone la domanda. Alla quale il decisore politico, se robustamente rappresentata, non potrà sottrarsi di rispondere.

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1Jacques de Courson, “Les catastrophes, une opportunité? Du bon usage des catastrophes urbaines”, «Futuribles», n. 382/2012.
2F. Karrer, S. Santangelo, “La pianificazione urbana e la sicurezza “, in «Annuario ANCI 2011».
3Rinvio alla bella recensione di tre volumi recenti dedicati alla questione della sicurezza delle donne, di Fanny Arlandis “La rue, fief des mâles”, apparsa sul supplemento “Cultures & idées” di «Le Monde» del 6 ottobre 2012.
4Cfr., Luigi Frudà, Conflitto sociale, inclusione, coesione, sicurezza, in Bruno Frattasi, Manuela Ricci, Saverio Santangelo (a cura di), Costruire la sicurezza della città. Società, istituzioni, competenze, Carocci, Roma 2011; Guides des études de sûreté et de securité publique dans les operations d’urbanisme, d’aménagement et de construction, La documentation française, Parigi 2007.
5Tipico il caso dell’uso della strada, della cosiddetta sicurezza stradale (Cfr., Domenique Fleury, Securité et urbanisme. La prise en compte de la sécurité, routière dans l’aménagement, Ponts et Chaussées, Parigi 2011, ed. it., 2012). 
Sul tema della “progettazione anticrimine” si svolgono corsi universitari ad hoc con lo scopo di sensibilizzare i progettisti al problema della prevenzione dei rischi sin dall’inizio del ciclo del progetto (Cfr., L. Pozzani, “Vivibilità, benessere, tranquillità e legalità, grazie alla «progettazione anticrimine», in “Unificazione e certificazione”, n. 7/2012 utile, anche per i riferimenti bibliografici alla letteratura specialistica).

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