Tokyo 1923: sismologi e artisti nello spietato verbale di una calamità naturale

Charles Darwin, che fu anche un rinomato geologo, scrisse nel suo celebre diario di bordo: “Il viaggio della Beagle”, che l’esperienza diretta di un terremoto presso Concepciòn, sulla costa cilena, fu forse l’evento più notevole del suo viaggio quinquennale intorno al mondo, tra il 1831 ed il 1836. Subito dopo il sisma, nel febbraio del 1835, Darwin eccitato scrisse: “E’ doloroso e umiliante, vedere opere che sono costate all’uomo tanto tempo e lavoro, abbattute in un minuto. Eppure dimenticai quasi all’istante la compassione per gli abitanti, così duramente colpiti, per il fervente stupore suscitato dallo sconvolgimento causato, in pochi istanti, da ciò che altrimenti si attribuirebbe al trascorrere di epoche intere”.
La lucida osservazione di Darwin suona come un preludio alla nascita della sismologia. Una scienza giovane ancora oggi e segnata sin dagli albori da episodi drammatici, che mostrano quanto l’intrinseca difficoltà di questa disciplina non sia mai inferiore alla sua importanza.
Prima del grande terremoto del 1923, i sismi più violenti che investirono Tokyo furono quelli del 1703 e del 1855. Il primo causò inizialmente almeno 2300 vittime ed il maremoto che ne seguì altre 100000, stando alle stime. Il secondo, noto come il terremoto di Ansei, sebbene di magnitudo comparativamente bassa, tra 6.9 e 7.1 della scala Richter, fece quasi 20000 vittime e distrusse almeno 14000 edifici, anche a seguito del violento incendio che divampò nel centro della città.
Per gli adepti di questa nuova scienza, la domanda più importante in Giappone, all’inizio del XX secolo era inevitabilmente: quando, e non se, un altro grande terremoto avrebbe colpito la capitale. Questa domanda divenne ben presto motivo di dissidio tra i due più autorevoli sismologi giapponesi, Fusakichi Otori, professore all’università imperiale di Tokyo ed il suo collega Akitsune Imamura, all’epoca suo assistente. Sebbene quest’ultimo fosse subalterno ad Otori, era solo di pochi anni più giovane e i due divennero ben presto rivali. Otori era convinto che, all’epoca, il rischio di un forte terremoto a Tokyo fosse ridotto dalla frequente attività sismica di bassa intensità, presso la faglia al di sotto della capitale. Egli infatti riteneva che le piccole scosse, frequenti in quel periodo, ne consentissero un graduale rilascio di energia; la sua attenzione era rivolta piuttosto ad altri siti, come la piana di Nobi (al centro del paese), priva di scosse sismiche rilevanti ormai da diverso tempo e quindi a suo parere maggiormente esposta al rischio di scosse violente ed improvvise.
Imamura, al contrario, concentrò la sua attenzione sulla baia di Sagami, a sud di Tokyo, ove il fatto che la faglia sottostante fosse sott’acqua, comportava la preoccupante assenza di registrazioni sismiche di sorta.
Questa circostanza lo preoccupò al punto da indurlo a scrivere, nel 1905, un articolo per un giornale popolare, nel quale egli azzardò la previsione di un grande terremoto a Tokyo entro pochi anni e invitò caldamente le autorità locali a prepararsi ad una calamità naturale senza precedenti. Inoltre ipotizzò che, data la massiccia presenza di costruzioni in legno, un grande sisma avrebbe causato un incendio devastante, capace di mietere almeno 100000 vite umane.
Nonostante la sua prescienza, la teoria di Imamura non aveva solide basi scientifiche a supporto. Per questo motivo il professor Omori ne derise pubblicamente l’autore, in un articolo pubblicato sullo stesso giornale. Negli anni seguenti i due sismologi si scontarono verbalmente in accesi dibattiti pubblici, fino a che, nel 1915, Imamura fu costretto a lasciare il suo incarico all’università di Tokyo e ritornò al suo paese, ove dovette subire anche la riprovazione del padre.
Nel frattempo la reputazione di Omori crebbe sempre di più, grazie anche all’invenzione di un nuovo tipo di sismografo, che divenne presto tra i più diffusi al mondo, all’inizio del XX secolo. Nondimeno, fece previsioni di vari terremoti in tutto il globo, che si rivelarono in buona parte corrette, anche se occorre rilevare che egli ne indicò solo il luogo, ma non la probabile data. In Giappone, tuttavia, la teoria di Omori sul rilascio dell’energia sismica si sarebbe presto rivelata un terribile fallimento.
Il primo settembre del 1923, il giorno del grande terremoto di Tokyo, Omori si trovava in Australia, alla seconda conferenza Pan-Pacifica. Il suo collega e rivale Imamura sedeva alla sua scrivania presso l’istituto universitario di sismologia, quando le luci della stanza iniziarono ad oscillare. In quel frangente egli ebbe la freddezza di osservare il sismografo che aveva di fronte a sé e di annotare la durata delle scosse sismiche, sempre più intense, fino all’istante in cui ebbe il sentore che l’edificio stesse per crollare.
Scampato al crollo, tra le macerie dell’Università di Tokyo, Imamura cercò di salvare quanto rimaneva dell’archivio sismico, in cui lui ed i suoi predecessori avevano conservato tutti i sismogrammi a partire dal 1870, anno in cui il governo giapponese aveva aperto le porte all’occidente ed agli scienziati inglesi, che per primi portarono le loro conoscenze sismiche nel paese.
Il terremoto, di magnitudo 7.9, costò la vita a circa 143000 giapponesi, devastò Tokyo, la città portuale di Yokohama, le confinanti prefetture di Chiba, Kanegawa, Shizuoka e provocò danni incalcolabili in tutta la regione di Kanto (la piana su cui sorge la capitale, che comprende le sette prefetture intorno a Tokyo: Gunma, Tochigi, Ibaraki, Saitama, Tokyo, Chiba e Kanagawa).
Imamura ebbe l’amara soddisfazione di vedere avverarsi la sua previsione del 1905, non solo in termini temporali, ma anche nella scala del disastro e nella sua precisa localizzazione, proprio sotto la baia di Sagami. Riacquistò tutto il suo prestigio e divenne in quel frangente il consulente e portavoce ufficiale del governo giapponese. Pare che, al ritorno dall’Australia, Omori abbia presentato le sue scuse ad Imamura; poi, ammalato di tumore ormai da tempo, morì in ospedale pochi mesi dopo, a soli cinquantacinque anni.
Questa vicenda fu un’anticipazione delle aspre, forse irrisolvibili controversie che gravano su ogni previsione sismica non solo in Giappone, ma anche negli Stati Uniti, in Italia ed in ogni altra “Nazione Sismica”, citando Gregory Clancey, autore di “Earthquake nation: the cultural politics of Japanese seismicity, 1868 – 1930”; un libro che illustra molto efficacemente come i terremoti, oltre ad essere fenomeni naturali, sono anche fenomeni inestricabilmente connessi alle vicende economiche e sociali di intere civiltà.
Oltre ai sismologi, un’intera generazione di artisti giapponesi fu profondamente segnata dal grande terremoto del 1923. Lo scrittore neorealista Ryunosuke Akutagawa, autore di “Rashomon ed altri racconti”, da cui il celebre regista Akira Kurosawa trasse ispirazione per l’omonimo film vincitore del Leone d’Oro nel 1951, nella sua breve autobiografia, “Vita di un uomo stupido”, fa il crudo e urtante racconto di un’escursione tra le rovine di Tokyo. Di fronte all’immane tragedia, l’osservazione veristica della realtà culmina nella spietata sentenza: “Disgraziatamente, non siamo morti anche noi”.
Il suo amico e scrittore, primo premio Nobel giapponese alla letteratura nel 1968, Yasunari Kawabata, lo accompagnò in quell’escursione tra le rovine e pochi anni dopo, nel racconto “La strada lastricata di monete”, rese con il suo stile secco e cristallino l’atmosfera vibrante della commemorazione in occasione del primo anniversario, sospesa tra la commozione e la compostezza di tutta la nazione di fronte all’immane tragedia.
Ma forse la sintesi più alta e toccante del processo interiore che conduce dalla paura alla consapevolezza, si deve proprio ad Akira Kurosawa, all’epoca tredicenne, che al terremoto di Tokyo dedicò tre interi capitoli della sua autobiografia: “Akira Kurosawa, something like an autobiography”.
Egli racconta che, il giorno dopo il terremoto, quando ormai il peggio sembrava passato, il fratello maggiore gli propose di andare a dare un’occhiata alle rovine. Sulle prime, ancora confuso, accettò. Poi, non appena realizzò quanto quell’escursione sarebbe stata terrificante, cercò di tirarsi indietro, ma il fratello riuscì a trascinarlo con sé: “All’inizio c‘imbattemmo in qualche corpo carbonizzato qua e là, ma mentre ci avvicinavamo al centro ne vedemmo sempre di più. Continuavo ad esitare, ma mio fratello mi prese per mano e continuò a camminare con determinazione. Intorno era tutto carbonizzato ed in mezzo alle rovine nauseanti vidi ogni genere di cadavere. Corpi ovunque, nei canali di scolo, galleggianti nel fiume, ammassati nelle strade ed ogni genere di spoglie mortali immaginabili.
A un tratto, quando volsi lo sguardo indietro, mio fratello mi sgridò, dicendomi di guardare attentamente[...] In alcuni posti vidi pile di cadaveri che formavano montagnole, e sulla cima di una di esse vidi un corpo bruciato nella posizione del loto, simile a quella della meditazione Zen. Sembrava una statua buddista. Io e mio fratello rimanemmo a lungo immobili a guardarla. Poi lui, come se stesse parlando tra sé e sé, mormorò: ‘incredibile, non è vero?
’. Al ritorno ero ormai rassegnato a non chiudere occhio, la notte seguente. O ad avere terribili incubi, se fossi riuscito a prender sonno. Ma non appena appoggiai la testa al cuscino, caddi in un sonno profondo. Dormii come un ghiro e non ricordo alcun sogno. Mi sembrò così strano, che la mattina seguente chiesi a mio fratello come ciò fosse stato possibile. ‘Se chiudi gli occhi di fronte ad una vista spaventosa’ – mi disse – ‘ne rimarrai terrorizzato per sempre. Ma se la guardi diritto, non ti farà più paura’. Ripensando a quell’escursione, credo che sia stata terrificante anche per mio fratello. Ma fu l’unico modo per superare la paura”.
Quasi un secolo dopo, in maniera altrettanto realistica, forse spietata, il giornalista scientifico Andrew Robinson, nel suo libro “Earthquake, nature and culture”, afferma che i terremoti hanno almeno un beneficio: educano i sismologi. Come dimostra il terremoto di Tohoku del 2011, il Giappone rimane una terra flagellata dagli eventi sismici, ma alla luce degli enormi progressi compiuti dai Giapponesi nella sismologia e nell’ingegneria antisismica, la lucida osservazione di Robinson e le parole toccanti, ma dure, di Kurosawa, sono forse il modo migliore per comprendere come, nella difesa dai terremoti, solo la consapevolezza del rischio sismico possa legittimare l’aspettativa di risultati concreti.