Popoli del mare e sciami sismici alla prova del metodo scientifico

“Archeosismologia” è un termine di conio recente, che definisce lo studio delle caratteristiche e degli effetti dei terremoti nell’antichità. Non è facile, anzi forse è erroneo, attribuire la paternità di una disciplina ad un singolo individuo, ma l’origine dell’archeosismologia ha un luogo ed una data certa: la prima conferenza ufficiale tra archeologi e sismologi, che si tenne ad Atene e Micene nel 1993.
Amos Nur, professore di geofisica all’università di Stanford, fu tra coloro che vi parteciparono, e dall’incomunicabilità che pervase quella conferenza, trasse ispirazione per scrivere un brillante trattato di archeosismologia: “Apocalypse – Earthquakes, Archaeology, and the Wrath of God”.
Il libro prende le mosse dalle prime ricerche dell’autore, sulle tracce di antichi terremoti presso la faglia del Mar Morto, che si potrebbe definire, per usare le sue parole, l’equivalente mediterraneo della faglia di San Andreas, e dagli sforzi fatti per conciliare la sua formazione scientifica con un crescente interesse per la storia e l’archeologia. Nel corso di numerosi viaggi di studio presso i siti archeologici di Jerico, Troia, Micene, Petra, Cnosso, Luxor e Megiddo, egli, così come altri geologi e sismologi accomunati a lui dal fervore che prova ogni studioso quando avverte la scoperta di un nuovo, profondo filone di ricerca, maturò la convinzione di poter provare un legame di causalità tra i terremoti e la drammatica fine dell’Età del bronzo nel Mediterraneo orientale.
La conferenza di Atene fu un incontro nato dall’incedere delle scoperte di Amos Nur e dei suoi colleghi, i quali, dopo aver sperimentato lo scetticismo degli storici, compresero che il principale ostacolo da rimuovere per un approccio multidisciplinare all’indagine archeologica, era la diffidenza verso le prove storiche non testuali. Nondimeno, l’eloquenza delle tracce paleosismiche non valse a convincere gli archeologi convenuti, che rimasero fermi sulle proprie posizioni. Nur fu particolarmente colpito dal discorso finale della Dottoressa Elizabeth French, insigne storica ed archeologa, a compendio della conferenza: sebbene ella fosse a conoscenza che Micene sorgeva su di un sito altamente sismico e che in effetti fosse stata colpita da numerosi terremoti nell’antichità, asserì che tale distruzione era stata certamente opera dei “Popoli del Mare”.
“Popoli del Mare”, è bene dirlo data la loro origine assai incerta, è la definizione moderna (ispirata ai testi egiziani) delle popolazioni che invasero il Vicino Oriente, tra la fine del XIII e l’inizio del XII secolo a.C. Essi sono ritenuti, dalla maggior parte degli storici, autori di un’invasione su larga scala del bacino del Mediterraneo orientale, che aggravò fatalmente la crisi socioeconomica, già latente all’epoca in quella regione: i livelli di urbanizzazione e di aggregazione politica crollarono nell’Egeo, in Anatolia e nel Levante. L’invasione segna convenzionalmente il passaggio dall’Età del bronzo all’Età del ferro, con una complessa ristrutturazione socioeconomica, politica e territoriale. (definizione tratta dal Dizionario di Storia Treccani).