Lo strano caso del BIM in Italia: business di norme e certificazioni private autoreferenziate a pagamento

L'Ing. Paolo Fiamma, professore all'Università di Pisa, ripercorre le tappe normative che hanno portato alla progressiva adozione della metodologia BIM, non senza tralasciare le criticità che accompagnano e, talvolta frenano, il processo di digitalizzazione in corso nel settore delle costruzioni.

 

Come nasce il BIM: dalla direttiva europea alle norme italiane 

Strano caso quello del BIM in Italia. Alla fine degli anni '90 pochissime persone nel Paese lo conoscevano e ancora meno in Università. Poi all'improvviso la Direttiva europea 24/2014 ne impone obbligo e importanza. In tanti speriamo che, finalmente, possa diventare anche nel nostro Paese una risorsa per il settore e l'economia. Le condizioni di partenza sono difficili: a parte rarissimi casi, nelle Università non è stato mai insegnato e, di conseguenza, non è stato mai trasmesso nel mondo del lavoro -  spontaneamente dal basso e gradualmente nel tempo - come invece è accaduto all'estero.

In Italia il BIM è comparso dall'oggi al domani, obbligatoriamente e dall'alto: un'irruzione sconosciuta e cogente. In ogni caso, metodo e merito del BIM sarebbero chiaramente individuabili poiché l'intero settore internazionale delle costruzioni ne conosce e riconosce un unico padre: il Prof. Charles Eastman.

Un sistema di modellazione delle informazioni per l'edificio che coniuga modelli 3D orientati a oggetti e processo. Data l'oggettività e unicità del suo significato, infatti, l'acronimo è inserito direttamente nel testo della Direttiva Europea (unito al termine electronic) Building Information electronic Modeling. Sarebbe, dunque, stato semplice anche in Italia poter comprendere, usare e trasmettere in modo proficuo che cosa fosse il BIM.

Vengono posti, invece, anche presupposti di confusione. Nell'Università di Stato è complesso interpretare la responsabilità della diffusione di una conoscenza autentica e organica del BIM: logiche endogene e interpretazioni disciplinari non concorrono a recuperare il tempo perduto. Parrebbe emergere l'assenza di una generazione diffusa di ricercatori, alla quale doveva essere lasciato il compito, in due decenni, di metabolizzare l'innovazione, coniugando, a vantaggio di tutti, le capacità critiche di chi li aveva preceduti con le disponibilità di risorse di chi li avrebbe seguiti.

Anche il settore delle costruzioni si scopre indietro sul BIM. L'urgenza spinge a obiettivi non coordinati. Il ricco piatto dei lavori pubblici condiziona e angola gli interessi. La preoccupazione di localizzare il BIM diventa prioritaria rispetto a quella della sua reale conoscenza. Tutto diventa BIM e tanti diventano esperti: coesistono visioni di ampio respiro e tornaconti personali, responsabilità istituzionali e business, diffusione gratuita della conoscenza e rendite di posizione. In generale, sembra che, in Italia, si stia attuando quella “digitalizzazione” generica, che avrebbe dovuto realizzarsi venti anni fa, e che, oggi,  sarebbe stata presupposto necessario proprio per comprendere le specificità e le potenzialità del BIM stesso.

Poiché questo non è avvenuto il BIM viene ora diluito e sostituito nel grande universo digitale: più comprensibile ai guru post 2014 e più adatto a riportare il piatto dei lavori pubblici ai soliti appetiti.

 

Il business di norme e certificazioni private legato al BIM

 

La legge 50/2016 e il Building Information Modeling

L'entropia arriva al paradosso, quando, nella Legge n. 50/2016: i termini “Building Information Electronic Modeling” sono tradotti e diventano per gli italiani: “metodi e strumenti elettronici specifici quali quelli per l'edilizia e le infrastrutture”.

Una traduzione, incomprensibile quanto la sua necessità, che sposta - de facto - l'obbligo di legge sui lavori pubblici italiani, dall'applicazione del BIM - usato in tutto il mondo e richiesto dalla UE - ad un'espressione dove tutto è il contrario di tutto. Niente impedisce più che il BIM possa essere ridotto da metodo, a mera norma o semplice software, spacciato come meno impegnativo e più strumentalizzabile.

Una confusione di merito che affonda le radici in quella di scopo: dire di usare il BIM più che documentarne, dati alla mano, vantaggi concreti anche in Italia. Senza precise valutazioni politiche, restano ampi spazi per interessi e normative autoreferenziate di gruppi che agiscono dall'interno di società private, proponendo a tutti (a pagamento) la propria opinione su cosa sia il BIM e come si debba applicare.

 

Il business di certificazioni private legato al BIM

Il business di certificazioni private di competenze BIM evidenzia il problema di chi certifica i certificatori e la reale efficacia di queste rappresentazioni di conoscenza. Per molti, la stessa idea che un pezzo di carta possa rappresentare, prima ancora che provare, le attitudini, le capacità e le espressioni del singolo professionista di applicare un metodo, consustanziale al progettare costruire e gestire come il BIM, tradisce una contraddizione. Il BIM è talmente implicito nell'esercizio della professione che non può essere considerato separato da essa. La ricaduta è un rischio per tutti: accettare autocertificazioni a crocette o corsi di qualche decina di ore, che attestano esperti BIM on demand, significa accettare un sistema-costruzioni dove quello che conta è comperare la patente e non saper guidare. 

Se la norma autoreferenziata, poi, si congiunge alla certificazione autoreferenziata il cerchio si chiude: A dice che si impara solo da B che insegna ad ascoltare solo A.

Aggiungendo la costrizione dei software commerciali, tutto ricade come tassa indiretta. Il rischio è che anche il BIM diventi un ennesimo pezzo di carta: non occasione per tutti, ridistribuzione delle risorse, trasparenza attesa per gli appalti pubblici. È un paradosso che si estende: bandi dello Stato con soldi dello Stato nei quali capita che qualcuno chieda la necessità di avere la certificazione privata (o ne assegna valore premiale). Emerge una contraddizione anche dal combinato disposto con il valore legale del titolo di studio: gli studenti dell'Università di Stato, che si laureano come ingegneri e architetti, e che superano anche l'esame per l'esercizio della professione, non possono, poi, partecipare ai bandi pubblici dello Stato stesso perché, secondo qualcuno, non hanno la certificazione acquistata dai privati.

Affastellare sovrastrutture e patenti per un'emergenza indotta si risolve nel rispondere a una domanda che non si pone. Il vuoto di decenni nell'intero settore non può colmarsi per l'azione di alcuni individui portatori di (propri) interessi, che si dicono esperti BIM. Scopi particolari sostitutivi della responsabilità politica dello Stato non appaiono ipotizzabili, prima che credibili. Se si attendono politiche precise sull'attuazione del BIM, parrebbe strategico non complicare le situazioni concrete con schematismi generici che producono appesantimenti, raramente in grado di interpretare, sciogliere e indirizzare i casi reali.

Imparare da esperienze proporzionate alle situazioni locali  - dal basso verso l'alto e non viceversa - è aiutare il Paese reale a crescere. Sotto pressioni omologanti autoreferenziate, atteggiamenti virtuosi possono spesso ritrovarsi schiacciati da quelli che non lo sono. Proporre un'unica ricetta per scrivere i bandi pubblici BIM, rischia di consegnare procedure ingestibili dalle Amministrazioni stesse (e dai RUP). Identificare il BIM come procedimento standard - soliti ingredienti per ottenere qualsiasi piatto - contraddice il concetto di BIM stesso.

Soprattutto in un settore dove il BIM è all'inizio, la sua efficacia dipende, strettamente, dallo specifico intervento, dal tipo di competenze, dal contesto locale, dai professionisti coinvolti. Il punto è il livello di BIM da individuare di volta in volta.

 

Come agevolare il percorso di attuazione del BIM

“How much BIM?” ci ha consegnato Charles Eastman quando è venuto in Italia, pochi anni fa, a tenere la sua lezione magistrale al Master BIM di Pisa.

Non impedire un'acquisizione per osmosi del BIM è condizione per la sua metabolizzazione:

  • presentare il BIM con l'approccio critico di ricercatori e professori nelle Università e nelle Scuole;
  • insegnare anche software open source e risorse low cost per non lasciare indietro nessuno;
  • segnalare e in caso impugnare quei bandi pubblici che richiedono certificazioni private;
  • evitare per i bandi BIM schemi esterni a quelle PA che non sarebbero poi in grado di gestirli; 
  • presentare le esigenze “di tutela” sul BIM dei singoli professionisti anche tramite gli Ordini;
  • chiedere un indirizzo politico dello Stato: norme volontarie e autocertificazioni private restino tali.

Il BIM è, veramente, una grande occasione per l'economia del Paese. Le interpretazioni del BIM che ricadono sul settore aumentando la burocrazia e i divari tra i professionisti, rischiano di portare all'abbandono del BIM stesso, perché ne hanno prima depotenziano obiettivo ed efficacia.

Se, davvero, la politica italiana vuole il BIM che riduce le spese del 30% e rende trasparenti gli appalti pubblici, come in altri Paesi, ripensiamo in modo più democratico l'attuazione del BIM e per il bene comune facciamo davvero tutti sistema.

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