IRAP, POS, eliminazione tariffe minime, formazione, assicurazione… Intervista a Simone Cola (CNAPPC)

20/05/2014 2901

Simone Cola, Presidente del Dipartimento Cultura, promozione e comunicazione - CNAPPC

Nei giorni scorsi una sentenza della Cassazione ribaltava completamente la sentenza di appello e obbligava un professionista a pagare l’IRAP avendo una segretaria part-time. In questo caso quindi si è aggiunto al danno, il pagare l’IRAP, anche la beffa, di dover pagare tutte le spese processuali. Non vogliamo quindi entrare nel singolo caso ma non ritiene che sia ora di chiedere a gran voce un codice unico amministrativo per i professionisti che abbia almeno il dono della chiarezza?

È indubbio che vi sia una assoluta mancanza di chiarezza sulle materie fiscali che riguardano i professionisti, situazione che, nel suo complesso e senza far riferimento al singolo caso, va assolutamente affrontata. Ma non solo. Nonostante la Riforma delle Professioni grazie alla quale si è raggiunto un buon equilibrio tra rispetto dell'interesse generale, autonomia e valorizzazione professionale, manca la consapevolezza, in questi tempi di crisi, delle reali e direi scoraggianti condizioni nelle quali i professionisti, di qualsiasi, area, si trovano ad operare nei loro mercati di riferimento. Come esemplificazione basta pensare alla vicenda POS. Noi architetti non ci stancheremo mai di dirlo: l’obbligo di utilizzo nulla ha a che fare con i principi di tracciabilità dei movimenti di denaro, realizzabili semplicemente con il bonifico elettronico configurandosi, invece, come una vera e propria gabella medioevale - che del tutto ingiustificatamente pesa sui professionisti - per di più impropriamente pagata a un soggetto privato terzo, le Banche.
Siamo i primi a sostenere che la tracciabilità dei pagamenti sia un principio sacrosanto, tanto è vero che nel nostro nuovo Codice Deontologico l'evasione fiscale comporta un procedimento disciplinare che può arrivare fino alla cancellazione dall’Albo, ma essa si può ottenere con il "bonifico STP" ovvero il bonifico elettronico, che costa la metà e non ha costi fissi per i professionisti. E che quindi non rappresenta un ulteriore costo per chi tra gli architetti sta pagando un prezzo alto alla crisi: i titolari di studi professionali di piccole e medie dimensioni - che sono la stragrande maggioranza nel nostro Paese - e i giovani progettisti.

Uno degli strumenti messi a punto dai precedenti Governi - anche per dare una soluzione amministrativa agli studi professionali che per dimensioni e attività non intendevano diventare società vere e proprie - sono le società tra professionisti. Che impressione avete, è uno strumento che sta funzionando per chi vuole avere una o forse serviva qualcosa di diverso?

Inutile negare che le STP non stiano decollando. I problemi d’inquadramento fiscale, rispetto alla classificazione del reddito e di determinazione dei contributi previdenziali, sono certamente il principale freno alla loro costituzione. A questo proposito il Consiglio Nazionale degli Architetti si è impegnato a farsi parte diligente presso il Governo per risolvere tutte le ambiguità e incertezze determinate dal provvedimento istitutivo. A ciò si aggiunge la tradizionale frammentazione delle realtà professionali italiane, in gran parte organizzate in studi di ridotte o ridottissime dimensioni che comunque, nel nostro settore, collaborano molto spesso attraverso organizzazioni multidisciplinari non formalizzate.

Una volta chiariti i vantaggi di tipo economico e fiscale connessi all’istituzione e alla gestione di tali strutture immagino che le STP possano costituire degli strumenti utili a stimolare l’evoluzione professionale dei nostri studi all'insegna della multidisciplinarietà.

In tal senso le STP possono aiutare ad aprire un'altra frontiera fino a oggi preclusa alle realtà professionali, e cioè le “reti di impresa” con cui creare network professionali attivi in più territori e discipline, efficienti e flessibili.

In questi ultimi anni i professionisti hanno dovuto subire l’eliminazione delle tariffe minime, l’obbligo della formazione, dell’assicurazione e forse presto anche quello del POS. Contemporaneamente i redditi crollano, come evidenziato dalle statistiche dei Centri Studi e di Inarcassa, e il governo si ricorda solo dei dipendenti. Questa situazione non evidenzia un problema di rappresentatività sindacale della nostra categoria? Dobbiamo arrivare a una revisione globale del sistema di rappresentanza?

Mi sembra che gli Ordini, pur nel difficile contesto di una crisi perdurante, abbiano risposto e stiano rispondendo con efficacia al recepimento di quanto previsto dalla Riforma delle Professioni e, più in generale, alla trasformazione del modo d'intendere la professione e le modalità di esercitarla. In molti di questi nuovi adempimenti, come ad esempio quelli di tipo formativo, il ruolo degli Ordini Professionali è di contemperare qualità dei corsi e loro sostenibilità economica all'interno di un contesto professionale che sconta pesantemente le gravi difficoltà del mondo delle costruzioni.

Credo che le periodiche proposte sull’abolizione degli Ordini, che giungono dai più diversi settori della politica, dimostrino soprattutto una scarsa conoscenza del mondo delle libere professioni; un’estraneità che spesso si esplicita in provvedimenti di legge lontani dalla realtà, come nel caso dell’obbligo dell’introduzione del POS. Il nostro problema come, Consiglio Nazionale, non è quello di assumere la rappresentanza sindacale della categoria che, per definizione, riguarda più il sistema sindacale che quello ordinistico quanto la necessità di ragionare con Governo e istituzioni in modo complessivo sui problemi che riguardano la nostra categoria e il Paese nel suo complesso.
In questa fase difficile e complessa quello che conta - e noi non abbiamo mai smesso di stimolare Governo e Parlamento - è mettere in atto una politica economica che favorisca la crescita, il mercato, sblocchi gli investimenti e ridia certezze all’edilizia e che, di conseguenza, rimetta in moto il mercato delle professioni.
In questo senso da tempo gli architetti italiani hanno fornito indicazioni e suggerimenti con studi, ricerche e proposte. Se nello scenario del mercato delle costruzioni negli ultimi sette anni il peso dell’attività di manutenzione e recupero del patrimonio esistente sul valore totale della produzione nelle costruzioni è cresciuto di oltre 11 punti percentuali, la strada da percorrere è già tracciata ed è quella di puntare sulla riqualificazione degli edifici esistenti e spesso abbandonati.

La finalità di Riuso, il Piano per la rigenerazione urbana sostenibile che gli architetti italiani hanno da tempo lanciato insieme ad Ance e a Legambiente, è quella di riaprire i cantieri della riqualificazione del patrimonio edilizio e delle città. Ciò rappresenta la strada prioritaria per tornare a creare lavoro, agganciare la ripresa e dare risposte ai problemi delle famiglie. Ed è assolutamente evidente che tutto questo non abbia nulla a che fare con logiche corporative ma sia, invece, nell’interesse di tutto il Paese!