A quarant’anni dal terremoto del Friuli

La sera del 6 maggio 1976, giusto 40 anni fa, si scatenò in Friuli una delle sequenze sismiche più forti e devastanti che la memoria ricordi nel Novecento in Italia. L’evento principale avvenne alle ore 21 del 6 maggio e raggiunse un valore di magnitudo pari a 6.5 della scala Richter. Un terremoto quindi fra i più alti mai registrati, almeno a memoria d’uomo, nell’Italia settentrionale.
La scossa interessò 120 comuni delle province di Udine e di Pordenone e coinvolse circa 500.000 persone. Gli effetti più distruttivi si ebbero nella zona a nord di Udine lungo, la media valle del Tagliamento, dove interi paesi e cittadine subirono estese distruzioni; fra questi Artegna, Buia, Gemona, Forgaria, Osoppo, Venzone, Trasaghis, solo per citarne alcuni.

La scossa fu avvertita in un’area assai più vasta, praticamente tutta l’Italia centro-settentrionale. Fu avvertita nitidamente a Roma e a Torino, ma anche in Austria, in Cecoslovacchia, in Svizzera così come in gran parte della Germania e della Croazia, in Francia, in Ungheria e in Polonia.
L’estensione dell’area interessata fu di oltre 5000 kmq. Complessivamente furono distrutte circa 17.000 case, morirono 965 persone ed altre 3.000 rimasero ferite. Quasi 200.000 persone persero la casa (Boschi et al. 2000).

Moltissime le repliche. Le più forti si verificarono anche oltre 4 mesi dall’inizio della sequenza iniziale, l’11 e il 15 settembre 1976, con intensità analoghe a quella della scossa del 6 maggio. Ci furono nuovi gravi danni, personalmente ricordo la completa distruzione della Cattedrale di Venzone che nell’evento del Maggio aveva subito notevoli danni ma era rimasta sostanzialmente in piedi, ed ulteriori distruzioni e qualche vittima. Un’altra forte scossa avvenne un anno più tardi, il 16 settembre 1977.

Ho un ricordo nitido di quell’evento, mi ero laureato in Scienze Geologiche solo due mesi prima e il mio relatore mi chiese se ero disponibile ad andare nella zona colpita a fare il “geologo volontario”. Cosi feci con altri colleghi con i quali fummo aggregati al gruppo dell’Università di Ferrara guidati dal Prof. Rossi e rimasi in Friuli per maggio e giugno di quell’anno. Operavamo nel territorio del Comune di Venzone in una cornice ambientale di uno splendore unico per noi geologi: l’ampia valle del Tagliamento con la sua dinamica, le pareti a strapiombo delle bellissime montagne in cui è scavata la valle del Tagliamento. Non eravamo distanti dal quello che fu indicato come epicentro almeno della prima grande scossa: il Monte San Simeone.
Non avevo mai visto gli effetti di un terremoto e l’impatto che ebbi arrivando fu enorme. Non solo per la distruzione davvero inimmaginabile ma per la popolazione, così dignitosa nel dolore per aver perso familiari, amici, case. Fu la prima volta in cui toccai con mano e vissi in qualche modo il dolore conseguente ad una grande, inaspettato evento naturale.
Quei giorni non li ho mai dimenticati nel corso di tutta la mia carriera di professionista della terra.
Scrivo di quella tragedia perché voglio ricordare tre argomenti che in qualche modo nacquero allora e che poi nei decenni successivi sono andati perfezionandosi e sviluppandosi.

La prima riguarda l’apparato della protezione civile. Come non ricordare l’Onorevole Zamberletti, ideatore e il promotore di questa attività che poi è andata perfezionandosi nel corso dei decenni successivi e purtroppo delle tragedie che sono andati dipanandosi in questi anni e che oggi è stata portata a livelli di eccellenza indiscussa riconosciuta anche da paesi stranieri.

La seconda riguardava la conoscenza e la comprensione di un fenomeno, che costituiva poi il motivo principale della nostra presenza sul posto, relativo all’evidente diversità degli effetti visibili dell’onda sismica in superficie. Zone in cui la distruzione era totale si alternavano bruscamente ad altre dove quegli effetti erano certamente meno dirompenti. Qualche volta la variazione era così repentina e brusca da lasciare sbalorditi.

Oggi si parla di microzonazione sismica (MS) che “hanno l’obiettivo di razionalizzare la conoscenza sulle alterazioni che lo scuotimento sismico può subire in superficie, restituendo informazioni utili per il governo del territorio, per la progettazione, per la pianificazione per l’emergenza e per la ricostruzione post sisma” ma all’epoca ricordo che quando i geologi evidenziavano questi aspetti certamente legati alla geologia locale molti altri tecnici storcevano la bocca e ci prendevano per visionari. Il tempo ha dato ragione a quei visionari.

L’ultimo aspetto nacque anch’esso dalle osservazioni che i geologi sparsi per il territorio registravano proprio in quei giorni. Dalle pareti rocciose che bordano la valle principale, spesso alte centinai di metri, si erano staccati massi di tutte le dimensioni, alcuni davvero ciclopici, che a terra avevano “rimbalzato” compiendo molti salti e aggiungendo, secondo i luoghi di caduta, distruzione a distruzione.
Mentre la geomeccanica degli ammassi rocciosi aveva già avuto un suo sviluppo soprattutto nella scuola austriaca ed era stata “importata” in Italia dal compianto Prof. Luciano Broili che poi diverrà Presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi, lo studio del cinematismo della caduta massi ebbe in quei giorni il suo battesimo.

Chi ancora oggi, anche fra i geologi, ritiene ci sia un conflitto di competenze su questi argomenti piuttosto che operare per raffinare sistemi di rilevamento ed analisi dovrebbe decidersi ad andare in pensione. Per il bene di tutti, per il bene dell’Italia.