Il grande terremoto del Centro Italia: gli strumenti per la ricostruzione

Quali azioni occorre mettere in atto per una ricostruzione rapida e coesiva del tessuto economico-sociale?
Punto di partenza sicuramente una pianificazione della localizzazione degli insediamenti provvisori e poi tanto altro…
 
Meno di un mese fa avevo scritto amaramente del terremoto M 5,9 di Amatrice e dei suoi 300 morti come di una sconfitta delle nostre grandi capacità di costruttori di città che ancora nel XXI secolo non sanno però garantire la vita ai suoi abitanti.
L'area limitata ed il ridotto numero di sfollati sembrava problema facile da affrontare per la fase degli insediamenti provvisori e ragionavamo già dei problemi della ricostruzione
Il terremoto M 6,5 del 30 ottobre, per fortunate circostanze finalmente senza vittime, ha cambiato sostanzialmente la situazione; gli aspetti problematici si sono moltiplicati e differenziati enormemente.
L'area colpita è di quasi 1000 kmq, il terreno ha subito deformazioni verticali fino a 70 cm, gli sfollati potrebbero arrivare a più di 50.000 abitanti, nei diversi luoghi i casi da affrontare non sono più uniformi e la terra continua a tremare senza ancora poter escludere scosse di intensità equivalente a quella del 30 ottobre.
 
La valutazione dei danni
La valutazione dei danni finora svolta è tutta da rifare; i sismologi avevano avvisato che sulla dorsale appenninica i terremoti non raggiungono magnitudo elevate ma possono presentarsi come eventi “a grappolo” quindi solo il passare di un certo periodo di tempo può garantire la fine dell'evento; nel Friuli del 1976 il terremoto si sviluppò con due eventi a distanza di 4 mesi.
 
La fretta di valutare per poi subito ricostruire non deve comprimere la prima fase di analisi del fenomeno; in centro Italia il secondo terremoto ha provocato danni ancora non valutabili ma siccome questa situazione interessa aree molto diverse nella loro recente storia sismica, dalla sua analisi potremmo anche trarre grandi insegnamenti e nuove ipotesi di lavoro.
Per esempio:
  • A Norcia i danni sono estesi ma i crolli sembrano limitati; si è quindi raggiunto il primo obiettivo, quello della salvaguardia della vita umana ma fino a quale intensità di sisma avremmo evitato crolli? E inoltre, se il sisma di progetto fosse stato un po' più elevato, avremmo forse avuto solo danni lievi e mantenimento del valore dell'immobile?
  • A L'Aquila il sisma M 6,5 del 30 ottobre ha costretto ad ordinare la demolizione di circa 200 fabbricati; è un problema di puntellamenti? O di mancata manutenzione degli immobili in attesa di ristrutturazione? Valeva la pena prevedere il caso o economicamente si potevano già demolire prima?
  • ·Abbiamo un sistema della viabilità e di luoghi sicuri esterni ai centri abitati, come nei piani comunali di Protezione civile, ma definito a livello di area vasta?
  • In Friuli, dopo quello di maggio, il secondo sisma di settembre ha cambiato la visione tecnica e l'intera prospettiva della ricostruzione; dopo il primo terremoto si era cominciato a “riparare” dopo il secondo è cominciata la vera ricostruzione.
 
Gli insediamenti provvisori
La fase di emergenza si sta evolvendo con risposte singole e volontaristiche; è inevitabile ma già dentro questa fase ci deve essere una visione del successivo periodo degli insediamenti provvisori.
La localizzazione di questi insediamenti e le stesse tipologie delle “casette” da realizzare troverebbero massima utilità se coordinate in chiave di area vasta, differenziate per insediamento, nucleo abitato, zone agricole e zone artigianali, per situazione climatica, per gravità del danno, ecc. La provvisorietà può essere valutata in termini di tempo e su questo si possono calibrare i mezzi da utilizzare e le manutenzioni da prevedere.
In pratica si tratterebbe di fare un progetto di città diffusa temporanea per decine di migliaia di abitanti; sulla base di questa prima pianificazione si possono ipotizzare piani di intervento di messa in sicurezza di alcune strade, di realizzazione di servizi temporanei alla popolazione come le scuole, le mense, ecc. La mancanza di programmazione di questa fase è alla base di errori e sprechi economici; in fondo le “new town” dell'Aquila sono sbagliate soprattutto per la loro localizzazione e secondariamente per la carenza di manutenzione edilizia; se fossero state insediate in aree centrali libere, avrebbero garantito la permanenza di molta più gente e popolato il centro storico.
Quindi all'urbanistica si deve chiedere dove mettere le new town e non affidarle alle logiche dell'emergenza; non sono l'ultimo atto della Protezione Civile ma il primo atto di progetto di un comunità temporanea per un decennio ma sempre comunità.
 
Appare evidente che dire temporaneo significa almeno 3 anni e forse 10 per alcune zone, che le decisioni non possono che essere partecipate e che la gente sa l'importanza della permanenza nel luogo che va favorita sotto tutti i punti di vista; per fare questo, presto e bene, vanno concesse deroghe burocratiche ad ogni livello contando su un patto di rispetto e di ripristino dei luoghi che gli abitanti rispetteranno se lo vedranno come garanzia di rinascita.
 
Dare al Commissario o alle Regioni ampia facoltà di deroga a leggi e procedure
Nel Friuli del 1976 si interveniva praticamente con deroghe su tutto, certamente facilitati dalla legislazione di una Regione a statuto speciale ma con un processo di progetto-realizzazione-sanatoria-collaudo che guidato da gruppi di progettisti pubblico-privato garantiva un controllo in continuo; oggi va forse ridotta al minimo la verifica iniziale di progetto prevedendo un processo di collaudo e garantendo una sanatoria liberatrice alla fine.
A leggere il recente decreto non vi si trova nulla di simile.
Il quadro di azione del Commissario andrebbe garantito da una legge speciale che oltre alla garanzia delle risorse, preveda ampissime deroghe, annullamenti di procedure urbanistiche e di valutazione ambientale sperimenti nuovi modelli di controllo ex post e lasci insomma libertà al progetto di sviluppare ipotesi innovative.
Anche il Codice degli Appalti può derogare per calamità naturali; il Codice norma le procedure speciali ammesse in deroga per gli appalti conseguenti a calamità naturali o in situazioni di protezione civile.
Infatti, è esperienza comune negativa che l'applicazione dei piani e delle procedure urbanistiche correnti alle situazioni post catastrofe ha quasi sempre vanificato il processo di ricostruzione dilatando tempi, aumentando conflitti e quindi fallendo il primo obiettivo che è quello della rapidità del ripristino economico e sociale dei luoghi colpiti.
Il Codice degli Appalti attende ancora decreti attuativi: può essere questo il momento di procedere all'aggiustamento del tiro in modo che i vincoli burocratici non siano ostacolo alla ricostruzione ma la supportino nell'eccezionalità del momento.
 
Carattere solidaristico del risarcimento e comparto obbligatorio
Il risarcimento del danno dovrebbe avere un carattere solidaristico e legato a comparti urbani, salvo gli edifici singoli isolati. L'elemento di successo maggiore nella ricostruzione del Friuli e dell'Umbria-Marche è stato il “comparto obbligatorio di ricostruzione”. Il contributo di ricostruzione collegato al comparto garantisce la sua realizzazione. Infatti si può ricostruire con risarcimenti singoli ma è difficile che esista una sommatoria di progetti di vita concordi; molti non ricostruiranno, molti lo faranno al grezzo, molti preferirebbero avere un risarcimento ed andarsene, quindi il progetto-borgo fin dall'inizio deve verificare le esigenze e su queste basare i propri obiettivi.
Inoltre il contributo deve avere carattere solidale cioè in base anche al nucleo familiare e non solo al fabbricato, alle esigenze di chi decide di rimanere per vivere o intraprendere, allora si potrà calibrare l'unità ricostruita al futuro di ognuno, alle sue finanze e alle sue prospettive (una vecchietta sola con 12 stanze che farà? un BB per il nipote o un mini alloggio per se?).
Questo pone il problema delle seconde case in un ottica giusta di immobile produttivo, vitale e la sua ricostruzione è allora un investimento e non un costo.
La morfologia dei luoghi si presta ad una pianificazione particolareggiata di comparto.
I comparti obbligatori sono strumento non derogabile; la Regione Umbria e ben prima il Friuli lo hanno sempre sostenuto. Le altre Regioni non lo hanno sposato sin dall'inizio pagando in termini di efficacia ed efficienza della ricostruzione.
Non si deve temere una ricomposizione fondiaria; un progetto esteso ad ambiti multiproprietari dell'antico tessuto insediativo stratificato nel tempo, deve intervenire generando anche un ridisegno delle proprietà. Anche sul piano statico costruttivo la progettazione unitaria del comparto garantisce sicurezze aggiuntive, permette grandi economie di scala, nuovi spazi pubblici, tecnologie antisismiche garantite e condivise.
Il comparto quindi non può che essere “partecipato” nelle scelte perché tiene conto delle intenzioni di ricostruzioni singole ma anche delle intenzioni sociali ed economiche della gente.
 
Risorse certe sulla base di un piano economico con mix pubblico/privato
Va considerato centrale il tema della certezza delle risorse e del mix pubblico-privato con il quale operare. Va realmente garantita la certezza dei finanziamenti pubblici in relazione alla stima dei costi di ricostruzione, come sopra definita.
In Friuli alla fine della ricostruzione abbiamo valutato un rapporto di 1 a 1 fra le risorse pubbliche erogate e quelle private spese nella Ricostruzione.
Il mix pubblico/privato determina molte cose: il peso della committenza, i gradi di controllo della spesa, le procedure di tipo pubblico o meno, il tipo e le forme degli appalti, le responsabilità finali, i collaudi ecc.
In un “aggregato” edilizio anche la professione si deve attrezzare in modo diverso a seconda della prevalenza di una o dell’altra fonte di finanziamento. Gli incarichi pubblici sono ora sono prevalenti credo, ma ci sono spazi enormi per le risorse private.
 
La sicurezza prima di tutto
E infine, ma non per ultimo, credo che la posizione degli Ingegneri non possa deflettere di un millimetro dal chiedere che il miglioramento della sicurezza sismica degli edifici ricostruiti – e riparati, sottolineo anche quelli riparati – sia calcolato al 100% e non sia motivo di contrattazione nei decreti di finanziamento. (Al più, si potrà derogare solo con motivazioni tecniche di forza maggiore.)
Ci dimentichiamo il nostro ruolo? E poi si può fare oggi più di prima; in Friuli stavamo per fare lo stesso errore nel maggio ’76 “aggiustando” gli edifici danneggiati ma la scossa del settembre ’76, fece capire lo sbaglio che si stava facendo e da lì si sviluppò un movimento di felice innovazione tecnica.
La classificazione sismica promessa dal governo arriverà nel 2018. Non serve aspettare tanto; si può assumere come principio di precauzione l'obiettivo della massima sicurezza sismica come valore aggiunto alla rinascita del paese.
I fabbricati di Umbria – Marche su cui si è intervenuti dopo il 1997 non hanno generato vittime: è il momento di passare oltre e pensare ad una resistenza di progetto maggiore di quella di legge, incrementata per difendere oltre alle vite anche il bene edilizio.
Gli ingegneri siano portatori di assoluto rigore nella ricerca della messa in sicurezza del patrimonio danneggiato o da ricostruire ma anche, carta importante da giocare, del patrimonio esistente non danneggiato o con minimi danni. E' una scommessa civile e tecnica che si può vincere.
 
Certo non va in questa direzione il legame di proporzionalità diretta fra grado di miglioramento sismico e contributo economico definito dal decreto.
E' vietato mercanteggiare sulla sicurezza sismica di un edificio.
Anzi incrementarla deve diventare un elemento di pregio in quelle zone; si potrà risiedere, andare in vacanza, lavorare in luoghi a “sicurezza sismica incrementata”.
La percezione di sicurezza che una ricostruzione deve dare è quindi un ulteriore fattore di attrattività alla pari della bellezza dei luoghi.