Il Riuso Edilizio: una grande possibilità – il caso dei Locali Interrati

VOLTECO 09/05/2017 3322

Premessa
Il nostro territorio, come ormai tutti sanno, è un bene “finito”, ovvero limitato.
Il suo utilizzo in termini di urbanizzazione deve trovare, anche deontologicamente, una sua direzione di sviluppo che ne tragga il massimo “costrutto” con il minimo “spreco”. 
L’edonismo urbanistico non è solo filosofia, ma può essere la realtà oggettiva di un approccio corretto che ci può consentire di recuperare centri storici ed ambiti urbanizzati con riflessi positivi in termini sociali (“vivere la città”), urbanistici (risistemazione di abusi edilizi e devastazioni belliche mal ripristinate), tecnologici (sfruttamento reti tecnologiche esistenti), ambientali (mancato impiego di altro territorio agricolo), infrastrutturali (mancato aumento a dismisura di richieste di mobilità e distanze con conseguente rete di viabilità)…
Nel rispetto dei beni architettonici e storici, sostanzialmente, si può e si deve (come impegno sociale) cercare di implementare il cosiddetto “riuso edilizio” quale sbocco residenziale e terziario per il rinnovo delle città
La deindustrializzazione delle vecchie periferie inurbate e gli strumenti normativi che ne consentono la variazione di impiego (PIRUEA) sono figli di questa filosofia che cerca il recupero del centro storico e della prima periferia (post-bellica) per la nuova città del terzo millennio.
Progettare e costruire in ambito urbanizzato però non è banale: l’interazione con terreni di riporto anche di notevoli spessori, tanto da far storia a sé in termini geotecnici e idrogeologici, nonché la capacità di analizzare e recuperare l’edificato esistente o sostituirlo in modo sicuro e scevro di rischi per il progetto stesso e per gli edifici limitrofi è una sfida tecnologica interessante e gestibile con idonee specializzazioni.

IMPERMEABILIZZAZIONE DI AMBITI INTERRATI CON INFILTRAZIONI
Un elemento spesso centrale in interventi di riuso edilizio di ambiti interrati è il risanamento dell’immobile interessato da presenza di umidità o infiltrazioni.
In questo senso è importante cominciare a definire al meglio il problema di fondo, in quanto se si tratta di umidità per contatto tra muratura e terreno o di suzione capillare, lo strumento idoneo al risanamento è un trattamento corticale che favorisca l’asciugatura della muratura in superficie, evitando efflorescenze saline e conseguenti creazioni di muffe o danneggiamenti delle finiture.
In buona sostanza, il fenomeno naturale della risalita capillare e della suzione di materiali porosi, come laterizi e malte di allettamento in murature miste, può combattersi in modo ottimale non certo cercando di contrastarlo, ma sfruttandone i medesimi principi, con intonaci macroporosi, risananti e resistenti ai sali.
L’umidità veicolata nell’ambiente dovrà trovare, poi, idoneo sfogo nella ventilazione forzata o naturale delle stanze, evitando quella percezione di ristagno di umidità nell’aria, tipico di certi scantinati chiusi.
Nel caso si abbia permeazione di acqua attraverso la muratura, il fenomeno può avere momentanei eccessi in concomitanza di eventi piovosi, anche alcuni giorni dopo i medesimi, a causa della permeazione rallentata dal terreno, o per oscillazione di falde superficiali, influenzate da eventi meteorici, o da situazioni contingenti, come irrigazione agricola, o periodico innalzamento dell’acquifero per stagionalità.
In tali casi si possono avere allagamenti o percolazioni decise, oppure permeazioni diffuse dalla superficie (specie in caso di c.a.) che devono considerarsi come fenomeni da contrastare con uno sbarramento continuo e chiuso, realizzato con manti impermeabili idonei e congruenti con l’edificio.
In presenza di muratura storica si deve operare con manti impermeabili che consentano la realizzazione di un involucro, in grado di sopperire all’eventuale spinta idraulica pur in presenza di scarsa resistenza a trazione del supporto di aggrappo. Tipicamente in tali situazioni si può operare con intonaci impermeabili a spessore, opportunamente ancorati al supporto con tasselli e reti di acciaio come ripartitori di carico, oppure con manti impermeabili isolanti con un contromuro a contrasto della spinta che si scarica sull’impermeabilizzazione. In quest’ultimo caso, l’impiego di sistemi impermeabilizzanti bentonitici consente una forabilità progettuale del manto che rende possibile una stretta collaborazione tra muro e controstruttura, limitandone gli spessori necessari.

In orizzontale, normalmente, ci si trova ad affrontare superfici in terreno o con “croste” cementizie o pavimenti che non sono affidabili, come supporti strutturali, e che spesso conviene usare come appoggio per il manto impermeabile, o addirittura conviene rimuovere per guadagnare in altezza, ai fini del calpestabile finito. In tali casi la posa di un manto impermeabile, opportunamente raccordato con i verticali, consente di completare il “catino” impermeabile isolando l’interrato. Sopra a tale manto dovrà realizzarsi una platea con valenza strutturale idonea in funzione delle sottospinte e, comunque, con spessori minimi realistici.
Spesso si incorre, infatti, nell’errore di valutare le strutture minime di progetto solo ai fini teorici, non considerando come 12-15 cm di spessore, ad esempio, siano irrealizzabili su superfici non perfettamente planari, come in cantiere avviene spesso (non si ha mai “un biliardo”, soprattutto su grosse superfici) e come, considerando armatura e copriferro, gli spessori geometrici minimi consigliati siano nell’ordine dei 20 cm o maggiori. Le considerazioni fatte sono di tipo assolutamente pratico e devono ovviamente essere rivalutate, carichi alla mano, sotto il punto di vista del calcolo strutturale.

Anche nei cosiddetti “contromuri”, ovvero nelle strutture realizzate in adiacenza ai verticali esistenti, si deve considerare come al di sotto di 15 cm di spessore sia estremamente difficile realizzare getti in c.a. omogenei e completi, causa presenza di armature e casseri spesso non paralleli alle murature esistenti.
L’utilizzo di malte autolivellanti o pompabili di estrema fluidità e resistenza consente spessori minori, ma è un capitolo a parte, da considerare solo in situazioni limite, per costi e differenza di realizzazione rispetto alle normali competenze presenti in cantiere.
Se si tratta di strutture in c.a., la questione è in un certo senso più semplice, disponendo già di supporti normalmente più resistenti ed omogenei che consentono, oltre agli approcci già descritti e comunque validi, anche trattamenti corticali cementizi a basso spessore. In tal caso la preparazione dei supporti è essenziale, dovendovi demandare la resistenza in “spinta negativa” delle guaine cementizie. Per “spinta negativa” si intende il carico idrostatico che agisce, tentando di distaccare l’impermeabilizzante cementizio dal supporto, che deve essere estremamente stabile per resistere.
I sistemi impermeabilizzanti applicabili in tali ambiti devono avere resistenza ad acqua in pressione, aggrappo idoneo alle superfici e capacità di coprire lesioni postume anche con spinta idraulica “negativa”. 
In taluni casi la presenza di “tamponamenti” in blocchi tra pilastrature in c.a. ci riporta alle casistiche viste per le murature storiche, costringendoci ad individuare sistemi “autoportanti” che scarichino le tensioni in forma puntuale, con tiranti e connettori ancorati nelle strutture portanti. Interponendo manti bentonitici tra queste controstrutture e l’esistente, si può lavorare a “sandwich” con spessori calmierati, grazie alla ben nota forabilità dei pannelli e teli bentonitici. Valgono pur sempre le considerazioni fatte precedentemente per gli spessori minimi delle controstrutture realizzate con normale c.a. 
Per gli orizzontali, normalmente ci si trova di fronte ad assenza di struttura o a pavimenti in cls, che devono considerarsi come già visto per le murature storiche, come semplici supporti e come tali trattati. Impermeabilizzazione e nuova struttura dovranno quindi lavorare tra i verticali con eventuali connettori a questi per garantirne l’iperstaticità.
Gli impianti elettrici con i loro tubi corrugati sono temibili drenaggi per l’acqua che vi viaggia sia dentro che esternamente. Se posizionati internamente al “catino impermeabile” dovranno essere fissati ad altezza congrua, secondo normative e con le dovute attenzioni se i verticali sono stati trattati con impermeabilizzanti a basso spessore, come le guaine cementizie che non devono ovviamente essere forate.
Casi piccoli e frequenti sono le fosse di ascensore che, come parte più ribassata di una struttura, sono normalmente le prime ad essere interessate da allagamenti o infiltrazioni da falda acquifera. La piccola dimensione porta spesso a sottovalutare quello che in realtà è un coacervo di problematiche: presenza di struttura in c.a., elementi in acciaio, impiantistica idraulica ed elettrica… Il trattamento di un elemento costruttivo come questo è da considerare per i suoi costituenti, ovvero ogni elemento estraneo alla struttura in c.a. deve essere sigillato con idroespansivi in grado di compensare la differenza di comportamento dei due materiali, specie in presenza delle guide della cabina per l’extra corsa. Tali elementi in acciaio sono, infatti, soggetti anche a sollecitazioni meccaniche di tipo dinamico che mal si sposano con sigillature ad incollaggio o per accostamento. La possibilità di lavorare in spazi ridotti con bassi spessori rende, poi, i trattamenti cementizi resistenti in controspinta un plus spesso risolutivo. Tali materiali possono, inoltre, risultare ulteriormente performanti se di tipo elastoplastico, sfruttando la loro tipica caratteristica di assorbire, senza lesioni, cavillature generate dalle vibrazioni di cui sopra, che fessurerebbero sistemi rigidi. In caso si debba poi rinforzare la struttura esistente, l’impiego di pannelli bentonitici forabili rende possibile lavorare con controstrutture decisamente snelle, come lamiere e carpenteria fissata l’un l’altra con saldature a filo continuo ed idonei rinforzi di irrigidimento, con angolari metallici posti come rompitratta.

Come per le realizzazioni sul nuovo, le sigillature dei giunti di costruzione e di movimento devono essere realizzate con appositi water- stop idroespansivi che, grazie alle intrinseche capacità di “recupero”, possono essere di estremo aiuto anche nella soluzione delle difettosità dei getti. 

Conclusione
Il fenomeno delle infiltrazioni d’acqua, sia esso di falda e/o piovana, nei locali interrati di nuova costruzione è una problematica diffusa e a volte sottovalutata. 
Impermeabilizzare le strutture permette di eliminare l’ingresso dell’acqua all’interno dei locali e allo stesso tempo aumentare la vita utile della struttura, evitando così successivi interventi di sigillatura interna, realizzando ambienti sani e asciutti. E’ possibile ad ogni modo riqualificare gli ambienti interrati che non sono stati preventivamente impermeabilizzati, trasformandoli in spazi vivibili ed aumentando così il valore complessivo degli immobili con interventi efficaci e durevoli. La combinazione mirata di soluzioni consente infatti di recuperare stanze e locali degradati nel tempo, migliorando la salubrità degli ambienti. 

Case History: La rinascita di un ambiente interrato a Bussero, Milano.
Realizzare una “rifodera” di un ambiente interrato, grazie alla combinazione di soluzioni bentonitiche e cementizie, per dare nuova vita ad una taverna, termine riduttivo se si guardano le foto del lavoro finito.  
Questa è la dimostrazione dell'obiettivo di Volteco e dei suoi partners: più benessere nell’edificio.
Volteco infatti offre soluzioni che, risolvendo e/o prevenendo il problema dell’umidità eliminano i problemi che pregiudicano la salubrità di un ambiente (muffe, incrostazioni, aria pesante) migliorandone il comfort. 
Ed inoltre più valore all’immobile: interventi che contrastando il degrado e la corrosione delle strutture, evitano costi legati a recuperi e a risanamenti preservando il valore economico dell’edificio.
Nello specifico la soluzione è stata trovata grazie alla realizzazione di una rifodera completa delle superfici verticali ed orizzontale: per le murature un pacchetto "muratura + BiMortar + Plastivo 250 (con funzione impermeabilizzante); per il piano orizzontale "Volgrip LH" e successivo rifacimento del massetto. 

 

Per prima cosa si è cominciato con la demolizione di tutti gli strati di intonaci e rivestimenti delle pareti, per riportare a vivo le murature strutturali.

 

Così pure è stato asportato il pavimento ed il sottostante massetto, fino a portare alla luce la platea. Idrolavaggio delle pareti.
Rappezzo delle lesioni e consolidamento delle parti cedevoli, causate dalle infiltrazioni dal terreno esterno, con Bi Mortar. Sopra la vecchia platea, si è proceduto con la rifodera completa della superficie orizzontale utlizzando il sistema bentonitico Volgrip.

 
Sopra la finitura al civile di Bi-Mortar, sono state stese due mani di PLASTIVO 250, l'impermeabilizzante ad elevatissime prestazioni di impermeabilità ed elasticità. Tutte le superfici verticali sono state rivestite applicando l'intonaco impermeabilizzante Bi Mortar, intonaco a spessore che ha permesso anche di raddrizzare le forti sconnessioni e pendenze della struttura. 

 

 

Grazie all’intervento eseguito l’interrato ha potuto risplendere, diventando un ambiente vivibile, con superfici asciutte e salubri.