Etica nella professione ingegneristica: la virtù della fortezza

Nella Cappella degli Scrovegni a Padova, Giotto ha dipinto la fortezza con le sembianze di una donna robusta con i fianchi cinti di pelli di leone annodate, con una mazza di ferro nella mano destra e uno scudo con l’immagine di un leone nella sinistra. Dall’altro lato, è raffigurato il vizio opposto, l’incostanza: una donna in bilico, quasi in procinto di cadere su una ruota che non riesce né a governare né a fermare. Il pittore è ricorso al simbolo classico della testa di leone, per esprimere la fortezza dell’animo che non cede dinanzi alle difficoltà, ma si arma per affrontarle. La ruota, invece, significa instabilità e incapacità di reggere le situazioni.
Spiegati i simboli, occorre però chiedersi cosa intendiamo oggi per fortezza, virtù che Aristotele includeva tra le virtù “cardine” dell’etica. E più concretamente, quali siano le sue manifestazioni nella condotta professionale. Il rischio è confondere questa virtù con la forza fisica o con l’aggressività, per cui forte sarebbe chi usa toni perentori, chi si mostra inflessibile o addirittura chi fa dell’arroganza la sua bandiera. Intesa in questo modo, la fortezza sarebbe una dote più maschile che femminile e alla donna si applicherebbe il cliché di “sesso debole”, inidonea alle battaglie e tutt’al più capace di gridare aiuto o di medicare le ferite.
Invece no. E se nell’antica Grecia il termine usato per indicare la fortezza era andréia, cioè virilità, qualità propria del campione o del soldato, è pur vero che Giotto l’ha dipinta come donna, sottolineando la fermezza dell’animo e non il vigore del corpo, possibile dunque per entrambi i sessi. Occorre pertanto riportare all’ambito quotidiano questa virtù, non come una dote da supereroi, ma come un modo di agire praticabile da chiunque in una giornata qualsiasi. Forte è colui che nella vita e nel lavoro di tutti i giorni è in grado di reggere la fatica e la sofferenza, di sostenere uno sforzo prolungato, di affrontare il rischio e di porsi obiettivi elevati. Da queste manifestazioni appena elencate, si comprende che la fortezza prende anche altri nomi: pazienza, tenacia e perseveranza, coraggio, magnanimità.
Due sono pertanto i comportamenti del forte: la tolleranza di fronte a ciò che gravoso e la tensione verso ciò che è difficile da ottenere. Chi è forte è sereno, sa mantenere la calma e infonderla negli altri, non è né timoroso né impaziente, resiste all’adulazione e non si lascia distrarre dall’essenziale; è magnanimo, cioè capace di pensare e agire in grande e di investire energie a favore degli altri. Si oppongono alla fortezza l’incostanza, la pigrizia, il vittimismo, la tendenza alla lamentela, la ristrettezza di vedute, la viltà, ma anche l’aggressività e l’arroganza, oppure l’azzardo di chi non valuta adeguatamente il rischio o minimizza l’importanza della posta in gioco.
Oggi la cultura del “tutto e subito” non ci abitua alla pazienza. Quick, fast e low sono aggettivi che gli spot pubblicitari associano a qualsiasi attività, finendo per creare un atteggiamento di intolleranza verso tutto ciò che presuppone sforzo prolungato, attesa, deroga, rispetto di tempi tecnici. Si è sempre meno disposti ad accettare il ritmo ordinario di un lavoro un po’ ripetitivo, perché lo si considera banale e opprimente. Si accetta di malanimo la lentezza, che sia di un computer poco veloce o di un collaboratore con tempi di azione diversi dai propri. Sembra quasi che rapidità ed efficienza siano la stessa cosa, ma non è sempre vero. Nel 2013 si celebreranno i cento anni dell’assegnazione del Nobel per la Fisica a Marie Sklodowska e al marito Pierre Curie, che nel 1902 erano riusciti a isolare il radio, dopo anni di estenuanti misurazioni nel loro laboratorio. Quando si hanno chiari gli obiettivi, solo la tenacia sulla lunga durata assicura i risultati.
Tutti i manuali di pratica manageriale sottolineano l’importanza della gavetta, il training paziente indispensabile per acquisire esperienza e conquistare le competenze pratiche necessarie a svolgere un’attività. Il sociologo Bauman, riflettendo sull’evoluzione del lavoro nella storia, ha sottolineato che è stato il principio del “ritardo della gratificazione”, ossia il rimandare il soddisfacimento di un bisogno o di un desiderio, a segnare l’inizio della società moderna, perché ha reso possibile una serie di fattori di sviluppo, come l'accumulazione del capitale e il diffondersi di un'etica del lavoro. Procrastinare significa anteporre il seminare al raccogliere, l'investimento alla distribuzione dei guadagni, il risparmiare allo spendere, il lavoro al consumo. Oggi invece, continua Bauman, questo principio è diventato un peso, giacché la società dei consumi stimola la gratificazione immediata e tende a ridurre o abolire la dilazione, rendendo così impossibili la presa di distanza e la riflessione, intollerabile l’attesa.
Chi è forte, invece, è più capace di resistere allo stress, senza cedere di fronte alle frustrazioni o capitolare quando si rende necessario un impegno maggiore. È recente in psicologia l’uso del termine “resilienza”: originariamente è la caratteristica di un materiale di resistere a forze impulsive senza modificarsi, applicato all’uomo indica la capacità di affrontare le difficoltà, di superarle e di uscirne rinforzato o addirittura trasformato positivamente. Ovviamente, questo non significa né impassibilità né indifferenza: solo chi è vulnerabile – e quindi sente la fatica, è sensibile al dolore- può essere forte, anzi è forte proprio perché è vulnerabile. Non ha nulla a che vedere neppure con la rigidità di chi “si spezza, ma non si piega”: la fortezza è anche flessibilità, saper ad esempio adattarsi a nuove modalità di lavoro oppure adeguarsi alle risorse disponibili, senza sognare quelle ideali.
Tutto ciò non significa mediocrità, perché il forte ha il coraggio di “pensare in grande”, mentre il pusillanime restringe il suo orizzonte per timore o per quieto vivere. La storia dell’ingegnere statunitense Preston Tucker, immortalata dall’omonimo film di Coppola, è un esempio significativo di magnanimità. Il suo ambizioso progetto di un’automobile innovativa, la “Torpedo”, più che dal guadagno era dettato dall’intenzione di ridurre gli incidenti. Lo poté realizzare solo in parte, ma molte delle sue soluzioni più audaci, come le cinture di sicurezza e i freni a disco, saranno riprese più tardi dall’industria automobilistica. Come afferma Victor Hugo: “Il futuro ha vari nomi. Per i deboli è l’irraggiungibile. Per i timorosi lo sconosciuto. Per i coraggiosi è l’opportunità”.


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