Visita al laboratorio del Dipartimento di Strutture per l'Ingegneria e l'Architettura (DiSt) della Federico II

Una giornata nel laboratorio del DiSt della Federico II per "mettere le mani" nelle cose

Confesso: sono uno scettico per quanto riguarda le strutture Pubbliche, ma quando scopro che la mia tepidezza è ingiustificata, non solo ho l'onestà intellettuale di riconoscerlo, ma lo faccio anche con romantico entusiasmo.

E' quanto mi è accaduto entrando nel laboratorio della Federico II a Napoli. Sono praticamente cresciuto in un officina meccanica e questo ha fatto sì che trovarmi tra martinetti, piastre, e il disordine tipico di quei luoghi, non ha minimamente intralciato la mia percezione di ciò che lì si stava facendo. E, confesso, dopo meno di dieci minuti, ero completamente coinvolto.

Subito la mia attenzione è stata attratta da un pilastro visibilmente pronto per esser maltrattato da uno di quelli che venivano chiamati attuatori e che io chiamo più pedestremente martinetti. Il pilastro mi ha incuriosito per l'aspetto della superficie. Qui mi sono lasciato andare alle spiegazioni della Guida, molto chiare e piene di un entusiasmo coinvolgente. E così per la prima volta ho toccato l' HPC. Me ne hanno dato un pezzetto e l'ho sbriciolato tra le dita e i lucenti frammenti di fibre di vetro mi hanno affascinato.

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Nel 1965, appassionato di astronomia, mi costruii un telescopio elettro comandato di ben 35 centimetri di diametro. Mi occorreva una cupola e il budget messomi a disposizione da mio padre richiedeva un grande sforzo di fantasia progettuale ed ebbi l'idea, abbastanza originale per quei tempi, di realizzarla in vetroresina. Le fibre di vetro quindi, come tutte le cose che si vivono da giovanissimi, erano una mia piacevole familiarità. Le cose occorre toccarle, lavorarci, soffrirci per capirle, i libri non bastano. E quindi che la cosa funzionasse mi parve piacevolmente naturale. Acquisita questa convinzione, tutto il resto mi coinvolse profondamente. Avevo solo un dubbio: la aderenza.

Devo fare un passo indietro perché preso dall'entusiasmo ho omesso di dire che l'HPC, l'High Performance Concrete, aveva, nel pilastro che aveva attirato la mia attenzione, sostituito il copriferro, debitamente asportato, e si sperimentava la capacità di questo materiale di riparare gli elementi in calcestruzzo danneggiati. Dovevo levarmi il dubbio: aderenza?

Un moncone di pilastro era la risposta. Asportato da una struttura crollata all'Aquila, mostrava una bassissima resistenza del calcestruzzo. Rivestito e compresso fino alla rottura cuneiforme del nocciolo, mostrava come il rivestimento fosse non solo rimasto intatto ma non si fosse minimamente distaccato. Secondo me funziona, pensai, e quando si è convinti che una cosa funziona si ha un senso interiore di soddisfazione.

In pratica in questo periodo il bellissimo ed attrezzatissimo laboratorio della Federico II è alle prese con la sperimentazione di questo materiale per la riparazione degli elementi strutturali in calcestruzzo. E non solo calcestruzzo. I test erano stati fatti anche su centinaia di pannelli con vari tipi di muratura. Funziona proprio, dovetti ripetere con entusiasmo a me stesso.

Ovviamente non entro nei particolari tecnici perché non sono qualificato per farlo, ma mi è parsa subito una ricerca non accademica, ma pratica, utile, intelligente. E il laboratorio mi è parso non il solito strumento per certificare materiali improbabili o giustificare articoli abbastanza inutili, ma una realizzazione notevole e intelligentemente usata.

Come ho detto, sono praticamente cresciuto in un officina meccanica. Mio padre si occupava di trivellazioni di grande diametro negli anni '60 e si costruiva le macchine per pali trivellati di 200 cm  di diametro (Cavalcavia e pista aeroporto di Fiumicino) per cui le notevolissime attrezzature e le loro dimensioni ciclopiche non spostavano il mio interesse dalle capacità e dall’entusiasmo degli uomini che le utilizzavano.

Sarebbe interessante descrivere tutto il laboratorio, ma credo descrizioni tecniche siano facilmente reperibili e certamente più autorevoli della mia. Mi ha “commosso” per l’ingegnosità il basamento di calcestruzzo di un metro e mezzo di spessore, lungo quindici metri, basamento delle due tavole vibranti isolato con taglie giunti intelligenti dal resto della struttura e sollevato pneumaticamente da un sistema semplice ma efficace. Ma certe cose vanno viste, vissute dentro, nella pancia e non solo sterilizzate in una descrizione tecnica perché, lo ripetiamo, chi fa con le mani, mette in moto la mente del plesso solare e vive le cose in modo diverso da chi non mette le mani nel grasso o nel calcestruzzo o... nelle fibre di vetro.

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Come si consiglia di visitare le mostre d'arte, si dovrebbe consigliare una visita al laboratorio della Federico II, un laboratorio attrezzatissimo e geniale, meravigliosamente utilizzato in una università che è ed è stata sempre un punto di riferimento per l'ingegneria strutturale.

Desidero ringraziare per la cortesissima accoglienza ed accompagnamento nella visita: Prof. Ing. Marco Di Ludovico, Ing. Ciro Del vecchio, Ing. Giuseppe Campanella.