Potenzialità e Limiti della Digitalizzazione nel Settore delle Costruzioni.

Appunti per la Piattaforma Digitale Europea e il Ruolo del Mercato Domestico

Il Codice dei Contratti Pubblici è attualmente al centro di proposte insistenti di revisione, se non addirittura di riconfigurazione, formulate da diverse parti in causa al nuovo governo. Tra gli elementi oggetto di discussione vi è lo stesso impianto della soft law, oltre che il funzionamento medesimo della amministrazione pubblica in relazione alla propria capacità di attuazione degli investimenti.
A partire dalla considerazione che il testo legislativo non possa che essere un luogo di mediazione tra interessi spesso eterogenei, se non addirittura contrapposti, e dalla constatazione che, al contempo, esso sia divenuto ormai occasione di polemiche che, di là del merito specifico e delle buone ragioni dei contendenti, appaiono talora ideologiche o strumentali, sorge un quesito di fondo, troppo a lungo lasciato inespresso, relativo alla strategia industriale di cui il Settore delle Costruzioni intenda dotarsi, coerentemente con le regole di funzionamento del mercato, almeno di quello inerente ai contratti pubblici, gravemente afflitto, cosi come quello relativo ai contratti privati, da forme di concorrenza sleale e da vantaggi competitivi, forse, indebiti, per le imprese non strutturate (fattori oggetto dell'attenzione costante di ANAC, ovviamente).
Molto recenti eventi, organizzati dalle rappresentanze, spesso, peraltro, tra di loro in ragione di conflitto di competenza, sembrerebbero indicare nella digitalizzazione il fulcro della nuova politica industriale, sempre più spesso ammantata dalla coltre, assai ambigua e vaga, del cosiddetto 4.0, la Quarta Rivoluzione industriale.
Conta poco in questa sede riepilogare analiticamente i termini della questione, già più volte esplicitati altrove in occasioni analoghe a questa memoria: rileva, invece, interrogarsi sul grado di retorica che un profluvio di dichiarazioni di intenti attinenti alla digitalizzazione comporta, ma anche all'epilogo sostanziale di molti sforzi che, in diverse sedi nazionali, cercano di condurre alla istituzione di una prossima Piattaforma Digitale Europea per le Costruzioni, nell'ambito del Digital Single Market Comunitario.
Ora, è evidente che il Settore, nell'ultimo decennio, a causa della crisi strutturale, di cui porta non poche responsabilità dirette in termini di preveggenza, ovverossia di corto-miranza, risulta essere oggi assai mutato rispetto all'origine della seconda parte degli Anni Duemila, come acutamente e dettagliatamente ha mostrato il CRESME.
Allo stesso tempo, tuttavia, a prescindere dalle disfunzioni relative al funzionamento della amministrazione pubblica e dalle criticità offerte dal settore creditizio, il comparto non appare, salvo importanti iniziative specifiche (ad esempio, quelle promosse dal Sistema delle Costruzioni Bresciano su Legalità & Innovazione), avere, tra gli altri, ridotto il tasso di conflittualità intercorporativa né avere messo mano alla vicenda controversa del nanismo dimensionale.
Naturalmente, a dispetto di liturgie consolidate, la digitalizzazione non potrà che acuire la distanza che separerà gli operatori più attrezzati a gestire in futuro dati separati dai loro contenitori documentali dai loro competitori, ma occorre assolutamente, per il Mercato della Costruzione e dell'Immobiliare italiano, porre la prospettiva dell'innovazione e del cambiamento al di fuori dei riti di occasione che si rintracciano quasi quotidianamente.
Prima di tutto, sul versante più strettamente operativo, duole constatare come il grado di effettiva comprensione e attuazione delle logiche digitali nelle funzioni committenti, professionali e imprenditoriali sia alquanto modesto, anche nei casi in cui esse siano rinvenibili, così come serve ammettere che la conoscenza effettiva dei contenuti della legislazione e della normativa sia pressoché nulla.
Ciò che urge, prima che il catechismo della digitalizzazione abbia congelato nella banalizzazione (la famigerata semplificazione) ogni pensiero critico, è discutere sinceramente, con franchezza, in che misura il Settore sia davvero disponibile ad accettare le conseguenze sconvolgenti (disruption è la parola adoperata per questa nozione) della digitalizzazione, che non vertono tanto, o non solo, tra l'altro, su Automation, Off Site, e compagnia cantante, quanto su il portato concettuale che prevede che i cespiti, connessi e cognitivi, divengano veicoli di erogazione dei servizi, andando a incidere radicalmente sui sistemi identitari degli attori, prevendendo anche la apparizione di nuovi operatori, di competitori sinora estranei a quelli che secolarmente vi sono attivi.
Siccome il Settore stenta a pensarsi sistemicamente (la filiera non è mai decollata), anzi, si alimenta di contrapposizioni e di distinzioni, ma, allo stesso tempo, è abilissimo nell'assorbire, neutralizzandole, le tattiche tese a trasformarlo alla radice, non avrebbe senso dissentire sull'atteggiamento: sarebbe, tuttavia, opportuno che esso avesse l'onestà intellettuale, nei propri stessi confronti, di dibattere non frettolosamente né artificiosamente, all'insegna di fantomatici 4.0 che appaiono spesso ritorni alla Industrializzazione Edilizia degli Anni Cinquanta, sia pure declinata non analogicamente, il grado di evoluzione che intende accettare.
In caso contrario, senza spendere millenaristicamente spauracchi del tipo Modernize or Perish, o soffermarsi su passaggi sostitutivi del lavoro intellettuale come per il Banking, il rischio reale che il comparto corre è quello di sostenere investimenti, comunque ingenti, per ottenere risultati assolutamente marginali, conseguibili altrimenti.
Per questa ragione, anche l'ipotesi di recitare un ruolo primario nella possibile, prossima, Piattaforma Digitale Europea delle Costruzioni promossa dalla Commissione Europea imporrebbe una riflessione aperta sui contenuti di politica industriale e sui benefici attesi sia per il mercato domestico sia per la internazionalizzazione degli operatori nazionali.