PHA - che cosa è la bioplastica biodegradabile che si ottiene dalla biomassa e un commento sulla vicenda BIO ON

Il valore dei PHA per l'economia del futuro

Il caso BIO ON ha fatto molto discutere i mercati finanziari, con un crollo che al momento si può dire colossale del titolo dell'azienda di Castel San Pietro, ma ha avuto il sicuro merito di portare alla ribalta il tema delle PHA, ovvero della bioblastica biodegradabile che si ottiene da prodotti organici.

Il problema della sostituzione della plastica sta infatti diventando sempre più urgente, e finalmente i Paesi se ne stanno sempe più accorgendo introducendo normative sempre più severe, che in alcuni casi arrivano a vietare anche l'uso di prodotti specifici.

Per esempio il 21 maggio 2019 il Consiglio Ue ha approvato il divieto di alcuni prodotti in plastica monouso, che equivalgono al 70 per cento dei rifiuti che finiscono in mare. La nuova normativa entrerà in vigore dal 2021: Entro il 2021 dovranno essere vietati nell’Ue le posate di plastica monouso (forchette, coltelli, cucchiai e bacchette), i piatti di plastica monouso, le cannucce di plastica, i bastoncini cotonati fatti di plastica, i bastoncini di plastica per palloncini, le plastiche ossi-degradabili e i contenitori per alimenti e tazze in polistirolo espanso. La norma approvata dall’Europarlamento il 27 marzo 2019 e dal Consiglio Ue il 21 maggio impone una raccolta del 90 per cento per le bottiglie di plastica entro dieci anni, e impone che entro il 2025 il 25 per cento delle bottiglie dovrà essere composto da materiali riciclati. A partire dal 2030 poi la quota dovrà salire al 30 per cento. Saranno inoltre messi al bando i prodotti di plastica monouso per i quali sono facilmente disponibili soluzioni alternative. Tutti questi prodotti dovranno essere fabbricati esclusivamente con materiali sostenibili, mentre per quegli articoli per cui non esistono alternative valide verrà chiesta la riduzione d’uso. E' logico che questa esigenza renderà "attraenti" anche quei materiali che costano oggi più della plastica.

Tra le diverse alternative vi sono i poliidrossialcanoati (PHA), anzi per le loro caratteristiche potrebbero essere la soluzione più ecocompatibile per il futuro (BIO ON con HERA ha avviato un progetto cha utilizza anche la CO2 presente in atmosfera) ma fino ad oggi i costi di realizzazione di queste bioplastiche sono stati considerati sempre troppo alti.

Ecco perchè l'attività di BIO ON, aveva e tutt'ora desta grande interesse da un punto di vista di evoluzione, non solo industriale, della ricerca e produzione di questi prodotti.

Ed è questo il motivo che ci spinge di parlare su INGENIO di questo argomento.

BIO ON, in pochi mesi dalle stalle alle stelle, in pochi giorni dalle stelle alle stalle

Bio-on è quotata in Borsa dal 2014, sul segmento Aim (il segmento delle Start Up), con una raccolta iniziale di 6,9 milioni di euro a fronte di un flottante iniziale del 10,39% e un controvalore di poco superiore ai 66 milioni. Nell'ultimo anno ha sfiorato più volte i 70 euro/azione con Price target delle principali agenzie che puntavano a 80/85. La ragione di questa crescita esponenziale deve essere ricercata nell’esplosione mondiale del mercato delle bioplastiche, che provoca il boom dell’unico titolo quotato nel settore in Italia, e fra i pochissimi nel mondo. Alla fine di Luglio il valore di Borsa è precipitato da 55 a circa 15 euro (ora intorno a 20 €) per un rapporto da parte di Quintessential Capital Management che accusa Bio-on di essere un “castello di carte”. Accuse pesanti e circostanziate cui ha fatto seguito un carosello di repliche da parte della società bolognese e di controrepliche del fondo che hanno catalizzato l’attenzione della cronaca economica nelle ultime due settimana.)

Nel frattempo la Procura ha appena avviato le indagini necessarie per accertare se e come (e da parte di chi) vi siano state violazioni.

Un dubbio nella testa di chi scrive resta: seppur vero che i vari accordi siglati con UNILEVER, HERA, KARTELL ... siano tutti relativi a nuove aziende con partecipazione condivisa, quindi a richio economico limitato per questi soggetti esterni, possibile che non abbiano verificato con grande attenzione le proposte di BIO ON prima di spendere il loro nome su queste iniziative: perchè ovviamente il rischio di immagine sarebbe molto più elevato del capitale investito. Stiamo parlando di Multinazionali o aziende a capitale pubblico o aziende molto innovative ...

PHA: i pareri degli esperti

Partiamo dalle dichiarazione degli esperti che sono stati coinvolti dalla vicenda.

  • Paolo Galli, uno dei due chimici italiani presenti nella Plastics Hall of Fame insieme a Giulio Natta, insignito di numerosi ricoscimenti: "Adesso riusciamo a fare il polipropilene che ha anche la caratteristica della biodegradabilità. Certamente, fondamentalmente, assolutamente biodegradabile. Lo dicono tonnellate di pubblicazioni e non possono essere messe in dubbio. E' quello che mancava alle materie plastiche più buone e adesso riusciamo anche a dosare la durata nel tempo. Come scienziato ho sempre sognato un prodotto del genere, adesso vedo delle possibilità e trovo questo futuro molto stimolante, penso che aprirà delle porte nuovissime all'impiego delle materie plastiche nella nostra vita di tutti i giorni".
  • Paola Fabbri, Phd in Ingegneria dei Materiali, Professoressa Associata dell'Università di Bologna esperta dei prodotti innovativi, ha dichiarato: "I Pha non sono materiali nuovi. Quello che è cambiato con l'arrivo delle tecnologie di Bio-On è stata la possibilità di implementare su larghissima scala e su scala industriale le produzioni della polvere di Pha da processo biotecnologico, da cui poi si ottengono i formulati, i pellet, per le applicazioni industriali su larga scala. Bio-On è riuscita in questi pochi anni a compiere questo salto. Mi aspetto che nei prossimi decenni si raggiungano dei traguardi con le nuove bioplastiche davvero impensabili. Dobbiamo intanto aspettare che i tempi siano veramente maturi per una completa accettazione da parte del mercato di questi materiali per una loro valorizzazione". 
  • Roberto Frassine, Professore Ordinario di Scienza e Tecnologia Dei Materiali, ha dichiarato per WIRED: “È un settore maturo. La ricerca è ben avviata e consolidata, è partita negli anni Ottanta. Ora ci si concentra sul campo applicativo e su come modificare i polimeri per renderli applicabili”. E poi: "Le sintesi dei batteri sono poco in linea con l’economia imperante del processo continuo. Occorre aspettare e c’è una complicazione intrinseca: essendo una sostanza vivente è soggetta a vari fattori e rende difficile il controllo qualità”. Ma vi sono obblighi normativi e una guerra dichiarata alla plastica. I tempi potrebbero essere maturi proprio adesso “il fatto che non abbia trovato finora grandi sviluppi produttivi e applicativi può essere dipeso dalle sue caratteristiche intrinseche e dalle condizioni di mercato, fattori che però possono cambiare nel tempo in base agli sviluppi della tecnologia e della ricerca e alla percezione dei consumatori”.

Ma cosa sono i PHA ?

I poliidrossialcanoati (PHA) sono polimeri poliesteri termoplastici sintetizzati da vari generi di batteri (Bacillus, Rhodococcus, Pseudomonas, etc...) attraverso la fermentazione di zuccheri o lipidi.

Queste macromolecole lineari, in particolari condizioni di coltura, quale l'assenza di determinati nutrienti come azoto, fosforo e zolfo, vengono accumulate dai batteri come fonte carboniosa di riserva, sotto forma di granuli. I granuli possono raggiungere elevate concentrazioni, fino anche al 90% del peso secco della massa batterica.

La composizione dei poliidrossialcanoati è molto varia e dipende dal tipo di batteri da cui sono sintetizzati nonché dalla matrice di coltura.:

pha-poliidrossialcanoati.jpg

dove n è il numero dei gruppi CH2, y è il numero dei monomeri che può variare da 100 a 30.000, e R è la catena laterale.

Il gruppo R è un gruppo alchilico con un numero di atomi di carbonio che va da 1 a 15, può essere ramificato o lineare e contenere sostituenti di vario tipo. Si parla di poliidrossialcanoati a catena corta, quando ci sono 1-5 atomi di carbonio, si parla di poliidrossialcanoati a catena media, quando ci sono 6-14 atomi di carbonio. I batteri del genere Ralstonia producono poliidrossialcanoati a catena laterale corta, mentre gli Pseudomonas producono poliidrossialcanoati a catena laterale media.

La grande variabilità delle catene laterali e dei monomeri conferisce a tali materiali altrettanta variabilità di caratteristiche fisiche[1], con punti di fusione che vanno da 40 a 180 °C. Possiamo infatti trovare PHA che sono essenzialmente polimeri termoplastici, come ad esempio il poliidrossibutirrato, oppure gomme o elastomeri come ad esempio il poliidrossiottanoato.

Il primo poli-idrossialcanoato identificato è stato l’omopolimero poli-3-idrossibutirrato P(3HB) da un lavoro di Lemoigne del 1927; da allora numerosi studi hanno indicato moltissimi gruppi microbici in grado di sintetizzare il polimero, fra cui di particolare interesse Alcaligenes eutrophus, Alcaligenes latus, Azotobacter vinelandii, Haloferax mediterranei, Pseudomonas oleovorans e Pseudomonas putida. Queste specie sono fra le più utilizzate in campo industriale in quanto associano un’elevata produttività a tempi ridotti di accumulo.

Le principali caratteristiche dei poli-idrossialcanoati si possono riassumere in sette punti:

- termoplasticità: possono essere lavorati con varie tipologie di attrezzature sfruttando i cambiamenti di proprietà fisico-meccaniche in relazione alla temperatura;

- biodegradabilità: caratteristica tipica dei composti polimerici di origine biologica che generalmente vengono sintetizzati per poi, all’occorrenza, essere di nuovo degradati dall'azione di specifici enzimi microbici; tale caratteristica li rende particolarmente interessanti anche dal punto di vista ambientale poiché, grazie alla loro biodegradabilità non contribuiscono all’aumento di volume delle discariche, a differenza delle plastiche convenzionali (Koller et al., 2009);

- biocompatibilità: possibili applicazioni in campo medico per la preparazione di protesi o dispositivi chirurgici (Koller et al., 2009);

- bilanciamento del carbonio: la combustione degli idrocarburi (petrolio) crea un’enorme quantità di anidride carbonica che, diffondendosi nell’atmosfera, il ciclo del carbonio non riesce a riassorbire.

Fonti: wikipedia, Tesi Coletto Nadia

Biopolimeri in crescita. Il nuovo rapporto Nova-Institute

Alla fine del 2018 sono stati resi noti i risultati del report annuale su produzione e mercato dei biopolimeri, a Berlino durante la tredicesima edizione della European Bioplastics Conference, evento promosso dall’associazione dei produttori europei di bioplastiche (European Bioplastics).

Lo studio, elaborato in collaborazione con la società di consulenza tedesca nova-Institute conferma il trend di crescita delle bioplastiche a livello globale, già oggi quantificabili in volumi di tutto rispetto, 2,1 milioni di tonnellate che entro il 2023 cresceranno a 2,62.

Le quantità indicate sono riferiti tanto a materiali biodegradabili quanto a polimeri che pur essendo biobased  non sono biodegradabili e che oggi rappresentano il 50% della produzione. I risultati di crescita più positivi sono attesi per i biobase biodegradabili come PLA e PHAs anche grazie all’impegno assunto di molti Paesi a bandire materiali ambientalmente persistenti come pakaging  e stoviglie di plastica e a investimenti attuati in nuovi impianti produttivi.

Secondo lo studio,  il segmento tessile pesa oggi il 16% della produzione totale e si posiziona al secondo posto per priorità di utilizzo dopo il packaging rigido a cui è destinato ben il 47% della produzione. Automotive e trasporti solo invece al terzo posto seguiti dagli imballaggi flessibili.

Per quanto riguarda la localizzazione produttiva  l’Asia concentra il 50% della produzione mondiale di bioplastiche, mentre in  Europa si produce il 20% del totale, percentuale destinata a crescere al 27% nel 2023. Le quote restanti sono suddivise  tra Nord America (16%), Sud America (9%) e Australia (1%).

Fonte: sustainability-lab.net

L'uso del PHA oggi

Cercheremo, di dare evidenza dell'uso di poliidrossialcanoati oggi nel mercato, per capire qualcosa di più delle loro potenzialità.

PHA come materiali da imballaggio

I PHA sono stati inizialmente utilizzati negli articoli di uso quotidiano, come bottiglie di shampoo e materiali da imballaggio (Weiner 1997; Germania). Poi sono stati impiegati anche come borse per la spesa, contenitori di cosmetici e di alimenti, articoli monouso (come rasoi, utensili, pannolini, prodotti per l'igiene femminile) nonché indumenti medici chirurgici, tappezzeria, moquette e vaschette utilizzate negli articoli termoformati per le aziende Proctor&Gamble, BioMers, Metabolix e altre diverse società (Clarinval e Halleux 2005; Mikova e Chodak 2006).

Fonti: Tesi Coletto Nadia

Su questo ripo di applicazione ha fatto degli accordi anche BIO ON: con Rivoira, uno dei leader nella distribuzione e produzione mondiale di frutta di qualità, è stato annunciato il 29 dicembre 2018 un accordo strategico per sviluppare nuovi materiali per il packaging alimentare di frutta e vedura fresche, anche monouso, con Zeropack S.p.A., fondata da Bio-on e di cui Rivoira, ha acquistato il 50%. Inoltre grazie alla diversificazione del gruppo piemontese Rivoira, Zeropack avrà la possibilità di utilizzare la tecnologia Bio-on anche nel campo delle acque minerali. Il gruppo Rivoira controlla Fonti Alta Valle Po SpA proprietaria di Acqua Eva azienda giovane in forte espansione nel mercato nazionale e internazionale.

Fonti: aimitalia.news

PHA come dispositivi medici

Nel corso degli ultimi vent’anni, il PHA e i suoi derivati sono stati utilizzati per sviluppare dispositivi medici, tra cui suture, elementi di fissaggio di sutura, dispositivi di riparazione del menisco, piastre ossee e sistemi di placcatura ossea, maglie chirurgiche (Dai et al., 2009), dispositivi di riparazione della cartilagine articolare (Wang et al., 2008), dispositivi di riparazione dei tendini, valvole venose, legamenti e innesti tendinei, impianti oculari di cellule (Chen et al., 2006). 

Fonti: Tesi Coletto Nadia 

Il PHA nei Cosmetici per sostituire le microplastiche

Molti cosmetici contengono le micro e nano plastiche. Si tratta di particelle piccolissime, di dimensione comprese tra 1 nanometro e 5 millimetri,

E' una informazione che pochi conoscono: il dentifricio coi microgranuli sbiancanti, le creme esfolianti che ci conferiscono quell’effetto “pelle di velluto” dopo averle applicate, ... mascara, rossetti, creme idratanti, ombretti (soprattutto quelli glitterati), possono contenere al loro interno, cioè nella loro composizione, queste microplastiche, il cui contenuto a volte supera in peso la plastica usata per il contenitore e che, al contrario di quest’ultima, non sono riciclabili.

Esse svolgono diverse “funzioni”: regolatori di viscosità, emulsionanti, formatori di film, agenti opacizzanti (come in molte creme o fondotinta liquidi), luccichii, rilascio controllato di vari ingredienti attivi, solo per citarne alcune.

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E, al contrario della plastica di cui sono costituiti i sacchetti o le le bottigliette, che per forma e dimensione sono potenzialmente riciclabile, queste microplastiche in virtù delle loro dimensioni non lo sono; inoltre proprio perchè sono microscopiche, si diffondono più facilmente attraverso lo scarico di lavandino e doccia, terminando nei fiumi e quindi in mare, dove poi impiegano centinaia di anni per degradarsi, salvo entrare nella catena alimentare marina, con effetti devastanti.

La soluzione di Bio-on, che ha sviluppato una formulazione specifica a base di poliidrossialcanoati (PHA), Minerv PHA Bio Cosmetics, punta a sostituire i microbeads e, a differenza dei polimeri convenzionali, è biobased e biodegradabile in acqua. Non solo non contamina la catena alimentare - afferma l’azienda - ma diventa, in fase di decomposizione, un nutriente per alcuni microrganismi e vegetali. Bio-on ha anche rilevato che all'interno di un prodotto cosmetico, la bioplastica Minerv PHA Bio Cosmetics (formulazione type C1) è in grado di legare molecole attive, antiossidanti quali il coenzima Q10, vitamine, proteine, principi attivi in genere, trasportandoli naturalmente nelle parti del corpo normalmente interessate dai prodotti cosmetici. Dopo aver localizzato il principio attivo dove deve agire, le micro particelle di bio plastica vengono lavate o assorbite senza lasciar traccia.

Ecco da dove nasce la partnership tra Bio-on e Unilever (operativa da aprile 2019): realizzare una linea di cosmetici in cui la microplastica è sostituira dalla PHA. Si tratta della linea di cosmetici per la protezione solare My Kai, di cui Bio-on cura lo sviluppo e Unilever la distribuzione: "la collaborazione con Bio-on", spiega la multinazionale, "nasce dall'intento comune alle due aziende di offrire ai consumatori dei prodotti sempre piu' sostenibili e rispettosi dell'ambiente'".

Fonti: Polimerica.it, thewebcoffee.net, nova.ilsole24ore.com

Su queste scoperte BIO ON ha vinto il premio "Best Practices" assegnato da Frost & Sullivan al componente più innovativo per l'industria cosmetica ottenuto da fonti vegetali rinnovabili (New Product Innovation in the Bio-based Ingredients for the Cosmetics industry). In particolare gli analisti di Frost & Sullivan hanno esaminato le straordinarie prestazioni delle microsfere in bioplastica Minerv Bio Cosmetics progettate per sostituire le microplastiche inquinanti derivate dal petrolio e oggi contenute in molte formulazioni cosmetiche. Un'innovazione, che ha ottenuto le certificazioni Natrue e Cosmos, destinata a trasformare profondamente il settore dei prodotti di bellezza.

Il premio, globalmente riconosciuto come uno dei più prestigiosi e attendibili, conferma l'unicita' delle soluzioni Bio-on  basate su bioplastica naturale e biodegradabile al 100%. Frost & Sullivan ritiene infatti che "Bio-on  sia correttamente posizionata per diventare leader nella rivoluzione degli ingredienti bio-polimerici per l'industria cosmetica".

Bioplastica per design da scarti lattiero-caseari

E’ quanto ha realizzato il progetto Pha-Star finanziato da Regione Lombardia con il bando Smart Fashion & Design.

Dopo due anni di sperimentazione, i risultati del progetto saranno presentati a settembre nel corso di un convegno organizzato da Consorzio Italbiotec in collaborazione con Lombardy Green Chemistry Association e Regione Lombardia. Il progetto è stato realizzato dal gruppo di ricerca Ricicla del Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali (Disaa) dell’Università degli studi di Milano, da Agromatrici, start up della Lomellina impegnata nel recupero delle biomasse e nello sviluppo di soluzioni per la valorizzazione e recupero di scarti e rifiuti, e dal Consorzio Italbiotec, primo ente italiano no-profit nel settore delle biotecnologie industriali che eroga servizi di formazione, ricerca e sviluppo d’impresa.

Il progetto Pha-Star, fortemente legato al territorio lombardo, ha permesso di arrivare alla produzione di particolari biopolimeri, i poliidrossialcanoati (Pha), utilizzando sottoprodotti di scarto della filiera lattiero-casearia lombarda per la creazione di prodotti di eco-design, creando un ciclo virtuoso in piena economia circolare. Nell’impianto pilota situato nella sede di Agromatrici i ricercatori hanno realizzato bioplastiche biodegradabili, con l’utilizzo di microgranuli ottenuti da fermentazione batterica alimentata dal siero di latte, in parte scartato dalla filiera industriale come rifiuto speciale e quindi sottoposto a uno smaltimento particolare e costoso.

Questo materiale biodegradabile e completamente green, in quanto per la sua produzione non sono necessari solventi tossici, è stato utilizzato per creare i primi oggetti di eco-design destinati alla cura del verde che si caratterizzano anche per il design all’avanguardia, frutto di un’attenta ricerca estetica. A settembre, inoltre, sarà presentato lo studio realizzato dal Consorzio Italbiotec che ha elaborato un’analisi di mercato mappando il potenziale industriale presente in Lombardia per lo sviluppo di nuove filiere. L’obiettivo è quello di avvicinare le realtà che possono fornire biomasse ai trasformatori, sensibilizzando i produttori al reimpiego dei rifiuti per la creazione di nuove catene di valore.

Fonte: ildenaro.it

PHA e abbigliamento: nuovi tessuti più ecologici ?

Nel 2017 è arrivata lanotizia che negli Stati Uniti si stava lavorando per produrre tessuti dai PHA. L'obiettivo era quello di realizzare degli abiti dalle emissioni di metano: Mango Materials, una start up con sede a San Francisco, attraverso un metodo innovativo, è riuscita a trasformare questo gas in filati. Per raggiungere questo obiettivo utilizza dei batteri che cibandosi delle emissioni del gas producono poliidrossialcanoati (PHA). Questi ultimi sono dei polimeri che, grazie alle loro proprietà intrinseche, possono essere riutilizzati per produrre dei filati, quindi dei capi di abbigliamento. Gli indumenti prodotti con questa specie di plastica sono completamente biodegradabili e non hanno un impatto ambientale. Attraverso questo schema possiamo capire meglio come funziona il ciclo di prodotto. Dunque, i rifiuti emettono del metano che alimenta dei batteri in grado di produrre dei PHA. Questi polimeri possono essere filati, per cui si possono realizzare delle magliette e indumenti vari, ma non solo, anche tappeti e packaging. Il tessuto è completamente biodegradabile, quindi nel momento che diventa uno scarto e finisce in discarica, può essere riutilizzato per creare dei nuovi filati. 

Anche BIO ON ha raggiunto un accordo nel febbraio 2019 per la produzione di BioTessuti: con Innova Imagen, società del gruppo Himes che opera nel settore del tessile in Messico e negli Stati Uniti con particolare attenzione all'innovazione ecosostenibile, BIO ON ha annunciato di aver firmato un accordo esclusivo per progettare il primo impianto in Messico per la produzione di bioplastica PHA, naturale e biodegradabile al 100%, ottenuta da residui e sottoprodotti agroindustriali. La collaborazione inizierà già dalle prossime settimane con l'utilizzo di diverse materie prime largamente disponibili in Messico, compresi i rifiuti della lavorazione dell'agave, al fine di implementare uno studio ingegneristico per un impianto industriale per la produzione di bioplastica con vari possibili scenari che combinano diverse materie prime da valorizzare e numerosi segmenti di mercato da soddisfare.

Lo sviluppo delle applicazioni del PHA per il tessile e la moda ha particolarmente attratto il nostro interesse perché ha il potenziale per sostituire le fibre sintetiche come i poliesteri che sono una delle maggiori fonti di inquinamento dei nostri oceani perché le microfibre si staccano dai vestiti quando vengono lavati ed entrando in contatto con i nostri ecosistemi vi rimangono per secoli esattamente come succede con la plastica».

Fonte: aimitalia.new

PHA: la bioplastica per l’elettronica

In questi mesi si è parlato anche di PHA per sostituire la plastica per l'elettronica. Anche in questo caso c'è di mezzo BIO ON, e il partner è la KARTELL.La Stampa del 3 gennaio 2019 da infatti notizia che BIO ON ha costituito Eloxel con Kartell, entrambe partecipi con il 50%. Le ricerche in questo campo applicativo vengono già condotte da due anni nei laboratori Bio-on e nel corso del 2018 sono stati depositati i primi brevetti mondiali basati su bioplastica, naturale e biodegradabile al 100% nel campo delle nuove batterie e materiali piezoelettrici ecocompatibili.

Eloxel opera nel campo dell’elettronica organica flessibile e indossabile, anche monouso, per rispondere al crescente bisogno dei consumatori di avere energia personale e portatile sempre a disposizione. In questo ambito, e sfruttando le proprietà piezoelettriche della bioplastica Bio-on (PHB), cioè la capacità di produrre ed accumulare energia elettrica a seguito di uno stress meccanico, possono essere sviluppate membrane o dispositivi da integrare negli abiti e nei tessuti mantenendone intatte le proprietà meccaniche o batterie di nuova generazione. I campi applicativi sono i più vari, dal settore dell’elettronica di consumo a quello biomedicale.

I nuovi materiali sviluppati da Eloxel contribuiranno inoltre a limitare la nuova emergenza ambientale costituita dall’enorme quantità di rifiuti elettronici aggravata dal fatto che gli attuali dispositivi elettronici non consentono processi di riciclo efficienti e contengono spesso componenti altamente tossici e pericolosi (ad esempio le batterie piombo/litio).

Fonte: LaStampa.it

BioPlastiche e Filtri Sigarette

La notizia la da il Sole 24 Ore il 3 giugno 2019. Bio-on ha brevettato un liquido polimerico, naturale e biodegradabile al 100%, che può sostituire la triacetina utilizzata nei filtri delle sigarette di vecchia e nuova generazione. Potenzialmente, i benefici sono due: sostituire i collanti attualmente utilizzati dall'industria del tabacco nei filtri per sigarette e introdurre un elemento filtrante naturale che blocca fino al 60% gli agenti dannosi per il corpo umano (ROS o Reactive Oxygen Species), senza modificare il gusto della nicotina.

«L’esposizione ai ROS attraverso il fumo di sigaretta è un gravoso problema per la salute del fumatore – spiega Mauro Comes Franchini, Scientific Director Business Unit CNS – i nostri ricercatori, in collaborazione con l'università di Clarkson, hanno trovato una soluzione efficace per bloccare nel filtro tali specie chimiche. La soluzione è naturale e amica dell'ambiente in quanto questi innovativi filtri sfruttano le caratteristiche chimico-strutturali dei poli-idrossi-alcanoati (PHA ovvero i biopolimeri sviluppati da Bio-on)». Una innovazione che «è già industrializzata e prevede larghi consumi di PHA a scalare sul mercato globale del tabacco» aggiunge Paolo Saettone, Managing Director Business Unit CNS.

Fonte: finanza.com, ilsole24ore.com

PHA e produzione energia verde

Bio-on e il Gruppo Hera il 10 dicembre 2018 hanno annunciato la coopartecipazione nella società Lux-on, con l’obiettivo di rivoluzionare la produzione di biopolimeri PHAs utilizzando anche CO2 (anidride carbonica) catturata dall’atmosfera e producendo energia senza l’utilizzo di fonti fossili. Il gruppo Hera è entat inizialmente con un 10%, con la possibilità di salire fino al 49,9%.

La nuova tecnologia sviluppata da Bio-on prevede di utilizzare anidride carbonica come “materia prima” a costo zero in aggiunta a quelle già utilizzate finora per produrre la bioplastica Bio-on: melassi di barbabietola e canna da zucchero, scarti di frutta e patate, fonti di carbonio in genere, glicerolo e olio di frittura esausto. L’uso di CO2 contribuisce altresì alla riduzione dell’anidride carbonica presente in atmosfera.

Fonte: aimitalia.news 

Bioplastiche che depurano il mare dal petrolio

Notizia del 24 agosto 2017: La ricerca, condotta in collaborazione con l'Istituto per l'Ambiente Marino Costiero (IAMC) del CNR di Messina, ha consentito di realizzare Minerv Biorecovery, progetto che è stato presentato al G7 Ambiente nel giugno scorso. Si tratta di  una soluzione tecnologica che si basa su micro polveri, della dimensione di pochi micron e di una forma particolare, realizzate con la bioplastica PHAs (poliidrossialcanoati) prodotti da Bio-on da  scarti di lavorazioni agricole tra cui melassi e sughi di scarto di canna da zucchero e di barbabietola da zucchero. Le particelle di queste micro polveri, gettate nel mare inquinato, formano una struttura porosa adatta ad ospitare una serie di batteri, presenti naturalmente in ambiente marino, che si nutrono della bioplastica, si moltiplicano e si rafforzano fino ad attaccare il petrolio. I processi biodegradativi si attivano in circa 5 giorni e la frazione degradabile degli idrocarburi (ad esempio il petrolio) viene eliminata in circa 20 giorni.

La sperimentazione di Minerv Biorecovery è attiva da diversi mesi all'Istituto per l'Ambiente Marino Costiero del CNR di Messina che ha testato, misurato e validato la tecnologia. Grazie a questi studi Bio-on è in grado di definire un'applicazione totalmente nuova, nel campo della oil-bioremediation, un'articolata attività che ha lo scopo di "rimediare" all'impatto negativo sull'ambiente di sversamenti di molecole e prodotti inquinanti, come gli idrocarburi, grazie all'azione metabolica degradante, e biodegradante, di microrganismi. Un'attività svolta da aziende specializzate in bonifiche ambientali, Capitanerie di Porto, Marina Militare, società di navigazione, ecc.

«Il principio della oil-bioremediation – ha spiegato  Simone Cappello responsabile del progetto Bioremediation presso l'IAMC, lstituto per l'Ambiente Marino Costiero a Messina - si basa sull'esistenza di microrganismi, batteri in primis, in grado di attaccare la struttura molecolare di molti dei componenti la formulazione naturalmente complessa degli idrocarburi. Questi microrganismi tuttavia  sono presenti in ambiente marino ma in condizioni metaboliche, fisiologiche e in quantità non sufficiente a permettere una sostanziale riduzione degli idrocarburi sversati ed è grazie alla bioplastica PHAs che è possibile invece favorire e accelerare un processo altrimenti lunghissimo di trasformazione a CO2, prodotto finale della biodegradazione. L'uso della bioplastica PHAs è inoltre sicuro per l'ambiente e per la fauna marina perché non lascia alcuna traccia».

Fonte: sustainability-lab.net

BIO ON: cosa succederà

L'attacco a BIO ON è stato compiuto non per amore della verità o dell'ambiente. Un soggetto americano che opera in finanza ha scommesso sul crollo del titolo sulla base del suo rapporto. Ha studiato, ha predisposto un rapporto nel modo più serio possibile, poi ha lanciato la bomba. Probabilmente c'è una scadenza in cui verrà valutata la sua scommessa al ribasso. Fino a tale scadenza i suoi attacchi non finiranno. Poi probabilmente BIO ON potrà tornare ad occuparsi più della sua Mission che della borsa. Sembra di seguire la serie TV "BILLIONS", dove queste situazioni animano la trama di ogni puntata.

Probabilmente perchè nel frattempo è stata avviata un'indagine della procura, sia su BIO ON che sul fondo americano, la CONSOB dovrà fare le sue verifiche ... e quindi vedremo cosa succederà di questa Start Up.

Molto interessanti le conclusioni di Marco Scotti su Industriaitaliana che condivido in pieno e di cui consiglio la lettura integrale: 

"Lungi dall’essere conclusa, questa storia però permette di mettere un punto fermo da un lato sul peso dell’industria in Italia e, dall’altra, sul ruolo dei fondi speculativi. Se, infatti, dovesse essere accertato che Bio-on ha imbiancato positivamente le proprie attività, ci troveremmo di fronte a una notizia triste per l’intero tessuto imprenditoriale italiano. Un’impresa su cui si era scelto di puntare, tanto da aumentare di 15 volte la sua capitalizzazione in Borsa, dovrebbe essere un vanto del nostro tessuto imprenditoriale, non un problema. Allo stesso modo, il fondo Qcm rappresenta un potenziale rischio nella nostra economia. Perché è bene ribadire ancora una volta che l’attacco a Bio-on non è stato fatto per amore di verità, ma per ottenere il massimo risultato da una scommessa che si è scelto di fare contro un’azienda italiana. E per questo motivo c’è da porsi un’ulteriore domanda: è giusto che un fondo con un intento ben preciso arrivi in un paese straniero, lanci strali incendiari contro un determinato target e lasci gli investitori con il cerino in mano dopo un attacco repentino e potentissimo? È normale che un risparmiatore che ha deciso di scommettere su un’impresa si ritrovi con un titolo deprezzato del 75% in pochi giorni senza sapere che cosa fare? Non sarebbe compito della Consob accendere i famosi riflettori e analizzare il ruolo di questi soggetti? E, infine, nel caso in cui si dovesse scoprire che Bio-on è in realtà l’azienda che ha sempre detto di essere, chi rifonderebbe i danni?".

Vorrei aggiungere una ulteriore nota: l'attacco del fondo di fatto riguarda anche il mondo Universitario italiano. L'attacco alla Professoressa Paola Fabbri è molto grave: infatti il Fondo Americano di fatto insinua che il parere di una figura accademica possa essere influenzata dalla collaborazione sul tema della ricerca con un'azienda e quindi non possa essere di fatto indipendente nelle valutazioni tecniche. Tutto il mondo della ricerca universitaria si muove con collaborazioni con le aziende private, ma questo non ne inficia in alcun modo ne l'indipendenza tecnica ne la capacità di poter esprimere una valutazione oggettiva su aspetti tecnici. Se questo non fosse vero di fatto verrebbe meno uno dei capisaldi della funzione di istruzione e ricerca che governa il mondo universitario. Sono quindi stupito che nessuno del mondo dell'Università e del Governo sia intervenuto su questo punto. 

Questa storia di BIO ON me ne ricorda un'altra, sempre italiana, seppur diversissima.

Agli inizi degli anni '90 l'Italia era il Paese più avanti nella ricerca BioChimica grazie a Montedison. Non si trattava solo di un'evoluzione che portava vantaggi a un'industria italiana. Questa industria per essere ai vertici investiva enormemente in ricerca (io stesso feci la tesi di laurea nel gruppo), investiva in risorse umane, nell'università, insomma creava un "ecosistema italiano" di eccellenza assoluta a livello mondiale".

Poi, con la scusa di tangentopoli, ma con grande gioia della concorrenza americana, inglese e tedesca (Bayer, Basf, Hoechst, o alla britannica Ici o alle statunitensi Du Pont e Dow Chemical) la nostra politica mise fine all'eredità del premio Nobel Giulio Natta che, con la scoperta del polipropilene Moplen, aveva lanciato la chimica Montecatini nel mondo. Così qulacuno (forse guadagnandoci più di quello che si era fatto con la cosiddetta madre di tute le tangenti), con lka regia di qualche finanziere (i soliti) affidò l'opera di demolizione a un avvocato, invece di affidare l'opera di riorganizzazione a un manager, e di li a breve Montedison fu spezzettata, svenduta, distrutta. La stampa filo governativa saluto con grande gioia l'avvenuta demolizione (vedi Repubblica) e solo di recente qualcuno, pochi, hanno compreso quello che si era davvero fatto (Caso Montedison, il libro rivelazione: così Cuccia ha distrutto l'Italia). Non si era semplicemente regalato un mercato ad altri, si era anche fermata quella che era la scelta di sviluppo per la chimica più interessante per tutto il mondo, si era tolta la corrente a granparte della ricerca italiana, si era persa forse la più grande occasione industriale italiana.

Nessuno mi toglie il sospetto che come per il caso di Enrico Mattei anche per la Montedison ci sia stato un forte interesse e una forte influenza di soggetti non italiani. Ecco perchè l'articolo di Marco Scotti e il suo allarme sul pericolo di queste azioni finanziare dall'estero per me deve accolto da chi ci governa. Un tempo l'ENI, poi MONTEDISON, oggi BIO ON ... e domani ?

 

PS. ho appena comprato un po' di azioni BIO ON, chissà, l'ottimismo è l'anima della vita ...