L'Ufficio Tecnico dell'Ente Locale con Vista sul «BIM»

L'adozione dei contenuti presenti nel DM 560/2017, nei modi e nelle forme che dovessero risultare dal processo di reintroduzione del regolamento attuativo generale del Codice dei Contratti Pubblici, presenta e presenterà indubbiamente molti aspetti critici e una accoglienza tutt'altro che entusiastica presso le micro, le piccole e, forse, anche alcune medie amministrazioni pubbliche, specie con attinenza agli enti locali, nonostante che esse, stando alle scadenze temporali attuali dell'obbligatorietà siano relativamente lontane dal coinvolgimento diretto.

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Processi digitali nella Domanda Pubblica: perplessità, contrarietà e scetticismo delle amministrazioni «minori»

A prescindere, nel prosieguo, da quadri sanzionatori e, al contempo, da forme di incentivazione ovvero di deroghe e di esenzioni (ad esempio, per la manutenzione ordinaria o, comunque, per certe soglie di importo dei lavori), la percezione dell'introduzione dei processi digitali nella Domanda Pubblica di tale natura, a parte qualche caso particolarmente positivo (tra tutti, alcuni comuni e alcune centrali uniche di committenza lombarde), rivela una condizione, quando non di ignoranza dei testi legislativi o di indifferenza nei loro confronti, di contrarietà o di scetticismo.

In primo luogo, vi è chi ritiene che la delega (o il mandato) prevista dal D.Lgs. 50/2016 e s.m.i. concerna solo la fase della progettazione, in quanto collocata all'interno dell'art.23, mentre, in antitesi, altri pensano che la digitalizzazione debba riguardare esclusivamente la fase della realizzazione.

Nel sottofondo di questi umori sta, ovviamente, il disagio attinente alle dotazioni organiche, alla esternalizzazione dei servizi e alla carenza professionale, disagi che rimandano a una politica di reclutamento che favorisca il ricambio generazionale e di sostegno che favorisca l'aggiornamento professionale.

Si riscontrano anche forti perplessità, rispetto all'utilità della digitalizzazione, intorno alle forme aggregative che si risolvano principalmente nella gestione della fase di aggiudicazione, di affidamento e di stipulazione dei contratti.

Ancora, anche per le amministrazioni maggiori, si osserva come nei concorsi di progettazione, nella fase embrionale della concezione delle idee progettuali, la digitalizzazione sia assente nella sua autentica manifestazione.

Come già sottolineato in molteplici occasioni, da tali amministrazioni «minori» il decreto ministeriale stenta a essere concepito nelle sue dimensioni sistemiche, vale a dire, nei confronti di tutti gli endoprocedimenti che sono inclusi nel procedimento stesso e, più in generale, nella gestione integrata delle diverse unità organizzative della amministrazione pubblica, al cospetto della gestione e della valorizzazione patrimoniale abilitate digitalmente dei cespiti disponibili e indisponibili, oltre che della idoneità dei beni immobiliari e infrastrutturali agli usi cui sono destinati.

Ancor maggiormente problematica è, in molti casi, l'applicazione pratica e operativa attraverso capitolati informativi generici e, comunque, palesemente traslati da altrove senza una loro autentica comprensione, né tanto meno conoscenza dei risultati cui hanno condotto, per non dire delle richieste relative agli ambienti di condivisione dei dati, colle immaginabili conseguenze a proposito dell'esecuzione dei contratti, a partire dalla verifica e dalla validazione dei progetti per giungere almeno sino agli As Built.

Il punto, però, è che le forti perplessità per le numerose worst practice, in materia, verificatesi appaiono del tutto cruciali per le amministrazioni di media e di grande dimensione, ma risultano, qui, paradossalmente, secondarie nei confronti di una ricezione del tema che, appunto, confluisce, da ultimo, nel novero delle «vicissitudini» che affliggono, ad esempio, i responsabili tecnici (e anche quelli amministrativi e informatici) degli enti locali.

Quali strategie per il cambiamento?

La sensazione, pertanto, è che, in questi casi, di grande rilevanza quantitativa, ancor prima dei riferimenti legislativi e normativi, nonché delle linee guida proprietarie, serva una strategia di comunicazione dei fini e delle attese che prenda spunto dalle criticità ricorrenti nei procedimenti di carattere analogico, ivi incluse le complicanze procedimentali che generano i significativi tempi di attraversamento amministrativo, e che riconduca il complesso corpus disciplinare del «BIM» e il suo gergo specialistico al vissuto quotidiano delle amministrazioni.

Naturalmente, oltre a ciò, sarebbe necessaria una strategia che dotasse queste amministrazioni di una agenzia di riferimento con cui interloquire e di supporti economici e finanziari per la riorganizzazione aziendale, per la riqualificazione professionale, per gli investimenti strumentali.

Si tratta di una sfida improba, poiché occorre fornire riferimenti corretti, e non riduzionismi o semplificazioni indebite, rispetto alla autentica cultura digitale, che si allontana sempre più da quella analogica e documentale di cui sono intrisi gli operatori (anche non pochi consulenti) e di cui sono permeati gli ordinamenti legislativi.

È chiaro che se ciò non avvenisse, la digitalizzazione della Domanda Pubblica, a livello capillare e diffuso, esiterebbe in un adempimento formale, la cui efficacia, quando non fosse esso addirittura disatteso, sarebbe assai modesta.

Bisogna evitare che il tutto si trasformi in una grande occasione persa, come già accaduto recentemente in altre circostanze.

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