Capitolati Informativi e Ambienti di Condivisione dei Dati: le criticità

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Capitolato Informativo in ritardo rispetto il BIM Execution Plan

Il combinato disposto del capitolato informativo e del documento di indirizzo preliminare costituisce l’esito del processo di definizione dei contenuti decisionali della progettualità istruttoria di committenza veicolati attraverso contenitori informativi possibilmente strutturati.

L’ambiente di condivisione dei dati, per la Domanda Pubblica, è il dispositivo o l’ecosistema digitale entro cui sia possibile affidare i contratti pubblici e gestirne l’esecuzione avendo, anche indirettamente, come fine ultimo il ciclo di vita dei beni commissionati.

Gli Exchange Information Requirements, definibili come il dispositivo (a oggi documentale) per eccellenza della Domanda Digitale, sono probabilmente il parto più europeo per quanto riguarda l’Information Management, in quanto il più noto BIM Execution Plan, li precede cronologicamente e si deve agli Stati Uniti.

Si potrebbe, in effetti, osservare come l’Offerta Digitale abbia anticipato la Domanda, colle ovvie conseguenze.

Di conseguenza, ben difficilmente potrebbe oggi considerarsi digitalizzata una commessa (un procedimento) privo dei requisiti informativi, almeno in ambito continentale, benché la normativa internazionale ne abbia sancito, seppure su base volontaria, la universalità.

Il Rapporto curato dall’OICE sul BIM rivela, però, che nel 2019, solo il 23% delle procedure competitive, nell’ambito dei contratti pubblici, prevalentemente, peraltro, inerenti alla progettazione e ad alcuni servizi connessi, quali quelli relativi al coordinamento per la sicurezza e alla verifica ai fini della validazione, oltre che ai servizi di rilievo delle condizioni dei manufatti esistenti, prevedeva la presenza del capitolato informativo. La percentuale era, nell’anno precedente, addirittura del 11.9%.

Già questo dato suggerirebbe una forte carenza culturale e operativa della Domanda Pubblica, tesa a porre in dubbio la significatività di tanti bandi di gara ispirati al «BIM», anche se, tranne eccezioni, la situazione della Domanda Privata non parrebbe essere molto migliore.

Commitenze analogiche che invocano incosapevolmente soluzioni digitali

L’impressione, infatti, è che predomini un approccio basato sulla rappresentazione geometrica tridimensionale, associata ai famigerati «LOD», talora associati a interi modelli informativi, invece che alle loro entità elementari, denotando una incomprensione profonda della metodologia, cui fa da contraltare una interpretazione superficiale degli strumenti.

I LOD, che rappresentano l’incommensurabilità tra universi analogici e mondi digitali, sono, peraltro, spesso prescritti nei capitolati informativi in modo contraddittorio, facendo riferimento a terminologie ovvero a tassonomie non aggiornate ed eterogenee, prevedendo qualche volta contenuti chiaramente contra legem.

La condizione è aggravata ulteriormente dal fatto che l’analisi comparata di un campione rappresentativo di capitolati informativi, laddove rintracciabili, ne rivela immediatamente alcune palesi criticità.

Essi, infatti, contengono una serie di tematiche imprescindibili, ancorché spesso liquidate sommariamente, cosicché, ad esempio, molti interrogativi permangono sulla proprietà dei modelli informativi e sulla tutela della proprietà intellettuale ovvero sulla prevalenza del documento sul dato.

I capitolati informativi, d'altra parte, appaiono lacunosi sotto il profilo più importante, quello relativo ai modelli di dati che li sottendono e a una adeguata strutturazione degli stessi quanto a espressione della richiesta formulata ai fornitori di servizi, di lavori e di forniture.

Ciò è particolarmente rilevante, in quanto la definizione più appropriata della Domanda Digitale verte sulla acquisizione di dati e di informazioni possibilmente strutturati quale premessa fondamentale alla messa in esercizio e in funzione dei cespiti commissionati e realizzati.

Nel momento in cui dovessero mancare i requisiti informativi rigorosi espressi dal committente, cadrebbe rovinosamente tale impalcato, nonostante la eventuale presenza di modelli informativi procurati unilateralmente dalla contro-parte.

Limitandosi alla fase di committenza dei servizi di progettazione è, in effetti, evidente come manchi quasi completamente la formulazione analitica dei requisiti informativi, espressa in termini autenticamente digitali, tesa a ottenere dati strutturati, possibilmente finalizzati agli obiettivi mirati.

Sussistono, invece, solo sintetiche indicazioni di obiettivi e di usi, rimandi generici ai documenti che dovrebbero essere tratti dai modelli informativi, elencazioni non meglio specificate di livelli di fabbisogno informativo.

In poche parole, si tratta di committenze analogiche che invocano improvvidamente soluzioni digitali.

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Capitolato Informativo: cosa manca?

D’altra parte, occorrerebbe definire una articolazione o scomposizione del manufatto oggetto della modellazione informativa (sia dal punto di vista delle unità funzionali sia delle entità tecnologiche) che consenta la configurazione elementare dei fabbisogni informativi disposti lungo le fasi temporali.

I migliori esempi hanno, infatti, dimostrato che tale impostazione costringa i fornitori dei servizi di architettura e di ingegneria, in prima battuta, e gli esecutori dei lavori, in seconda istanza, a una maggiore responsabilizzazione sugli impegni presi e sugli esiti attesi, che si riflette inevitabilmente nella propensione a proporre in sede di offerta un minore ribasso.

Naturalmente, la specificazione di dettaglio delle necessità informative corrisponde a una esplicitazione delle richieste contenutistiche, cosicché il capitolato informativo, in sede di avvio della progettazione, non potrà che essere associato al documento di indirizzo preliminare.

Allorché, peraltro, il capitolato informativo riguarderà più direttamente i servizi di direzione dei lavori e di collaudo tecnico-amministrativo, oltre che di esecuzione dei lavori, per non dire di manutenzione, occorrerà proporre ulteriori riflessioni, per evitare soluzioni semplicistiche e generiche.

Gli ambiti più evidenti delle carenze dei capitolati informativi, da questo punto di vista, sono dati, dunque, dalla mancata esplicitazione delle strutture analitiche che riguardano le entità contenute nei modelli informativi, correlata alla definizione degli obiettivi e degli usi della modellazione informativa stessa.

Non mancano, tuttavia, difficoltà in altri punti del documento: dalla estrema variabilità delle dimensione massime dei contenitori informativi (senza ulteriori dettagli sugli applicativi) alla pressoché totale assenza di Business Process Model and Notation redatte dal soggetto proponente in merito ai processi informativi e decisionali, come se si giocasse di rimessa in attesa del piano di gestione informativa, fornito, in sede di definizione contrattuale, dal soggetto incaricato principale, dopo averne esaminato una prima versione in sede di offerta.

Andando con ordine, nonostante il ricorso a metodi e a strumenti di Code & Model Checking per lo svolgimento delle verifiche e dei controlli sui modelli informativi consegnati, gli operatori più avveduti, nella transizione di fase (ad esempio, dalla progettazione esecutiva a quella costruttiva) sono costretti a predisporre dispositivi analitici dei contenuti informativi dei modelli per ricostruire ex post le logiche con cui essi sono stati configurati: in assenza di una attività di istruttoria capillare a monte.

In pratica, il paradosso a cui si assiste negli odierni capitolati informativi è legato al fatto che si disciplini l’iter delle verifiche e dei controlli in maniera dettagliata senza che, in precedenza, siano state definite regole specifiche all’interno degli stessi, facendo affidamento prevalentemente sulle funzionalità normali degli applicativi dedicati.

Di fatto, molte delle azioni di coordinamento effettuate dipendono da regole di analisi dei conflitti di carattere geometrico-dimensionale, implicite nelle logiche progettuali o derivanti da assetti regolamentari esterni, senza, tuttavia, che, soprattutto, ma non solo, per la parte alfa-numerica, a monte, il soggetto proponente abbia formulato in maniera analitica e computazionale i requisiti informativi relativi alle entità.

Capitolato informativo e Common Data Environment (CDE)

Quanto detto sinora si riferisce al capitolato informativo inteso quale documento che racchiude i requisiti relativi agli scambi informativi, vale a dire all’esito finale di un processo che la normativa UNI EN ISO 19650 prevede assai più articolato, contemplando in precedenza la definizione, interna al soggetto proponente, di requisiti informativi relativi alle esigenze organizzative generali e particolari dello stesso, alla fruizione e gestione del patrimonio edificato ed edificando, alla natura della specifica commessa, a partire dalle strutture di dati inerenti allo stato dei cespiti precedenti all’avvio del procedimento.

Il testo normativo elenca molteplici livelli: attività aziendale strategica; gestione strategica del cespite immobile; pianificazione del portafoglio; obblighi di regolamentazione; elaborazione delle politiche.

Il testo normativo considera questi requisiti di natura organizzativa (OIR) di high level, anche inerenti al singolo procedimento (PIR) ma essi, se associati al processo di briefing, dovrebbero, invece, pure discendere a un livello inferiore, più operativo (AIR ed EIR).

Anche se, perciò, secondo la norma i requisiti di carattere organizzativo possono essere preceduti da requisiti informativi di natura regolamentare ed essere comuni a più procedimenti (instaurando così un legame con la programmazione pluriennale dell’amministrazione pubblica e colla logica multi-procedimentale), ripetibili nel formato e riferiti a istanze di carattere generale, essi si prestano a esprimere, nella maniera il più possibile computazionale, il quadro esigenziale che tipicamente dovrebbe essere precisato dal documento di indirizzo preliminare.

Tale quadro, supportabile da varie modalità di simulazione, dovrebbe, poi, alimentare le strategie di gestione e di fruizione del bene immobiliare o infrastrutturale al termine delle operazioni di collaudo, in vista del ciclo di vita del manufatto, con la finalizzazione conclusiva attinente ai modelli informativi previsti nelle fasi di progettazione e di realizzazione dei lavori.

Poiché i modelli informativi contengono solo una parte dei dati e delle informazioni, tanto più se semi strutturati (si pensi ai flussi generati dai sensori nel corso della esecuzione o della gestione) o non strutturati (si pensi a fonti documentali archivistiche), l’ambiente di condivisione dei dati assume un ruolo centrale nella gestione dell’esecuzione dei contratti inerenti a un lavoro pubblico, eventualmente dilatato alla aggiudicazione degli stessi.

L’ambiente nasce, infatti, nell’ottica della gestione documentale più tradizionale, sia pure digitalizzata, per evolversi verso la regolazione dei contenitori informativi, in attesa, in futuro, di poter consentire il migliore utilizzo diretto dei dati presenti in basi sincronizzate o almeno collegate.

Così come il capitolato informativo, in ultima analisi, non è semplicemente un documento formale, bensì il frutto di un processo interattivo interno al soggetto proponente che precede la fase a evidenza pubblica, l’ambiente di condivisione è un ecosistema digitale, abilitabile da una o più soluzioni tecnologiche, che consente sia di disciplinare gli scambi informativi e decisionali nella sfera contrattuale tra le (contro-)parti, ma che, al contempo, deve essere sempre più connesso e interoperabile con le piattaforme digitali gestionali dei singoli soggetti coinvolti nella fase di aggiudicazione e in quella di esecuzione dei contratti.

Conseguenza di questo ragionamento è che l’ambiente di condivisione, come ecosistema e non come dispositivo tecnologico, potrebbe precedere, nella sua configurazione e operatività, la pubblicazione, all’interno dei documenti di gara, del capitolato informativo, ospitando i processi di selezione dei contraenti e, comunque, che andrebbe prescritto in esso in termini i ben più complessi di quanto non accada attualmente.

La distinzione tra ambiente di condivisione e soluzioni tecnologiche corrispondenti evoca, peraltro, una necessità di interoperabilità che si estende dai modelli informativi ai dispositivi inerenti all’ecosistema in cui i dati sono prodotti, condivisi e consegnati.

La duplice natura dell’ambiente, di essere luogo della generazione dei dati nella sfera interiore di ciascuna parte in causa e di condivisione di una parte di essi in termini di consegna contrattuale, spiega la sua notevole sensibilità.

Essa si manifesta, in primo luogo, nei differenti diritti di accesso e di modifica ai vari stati della produzione dei modelli informativi per le contro-parti, talvolta in modalità esclusiva di lettura.

In secondo luogo, tale accesso può consentire alle parti di analizzare non solo il contenuto dei modelli informativi, ma pure il modo con cui essi sono stati configurati.

È, infine, chiaro che gli ambienti non vertano esclusivamente sui modelli informativi, bensì anche su tutte le altri basi di dati e sugli altri applicativi (ad esempio, di calcolo), nonché sui dati semi strutturati o non strutturati comunque necessari derivanti, ad esempio, da documenti dematerializzati.

Così come nella formulazione del capitolato informativo intervengono requisiti informativi di carattere organizzativo e patrimoniale comuni a più interventi, lavori e procedimenti, ampliando l’orizzonte del singolo Project al Programme e al Portfolio, nel caso dell’ambiente di condivisione dei dati si intrecciano l’ecosistema rivolto al singolo insieme di contratti con i patrimoni informativi che ciascun attore coinvolto, soggetto proponente o incaricato, affidante o affidatario, utilizza, in termini di sistemi informativi finalizzati alla gestione dell’organizzazione in sé.

Di conseguenza, la produzione dei modelli informativi, regolata dalle prescrizioni contenute nel capitolato informativo, avviene avvalendosi di fonti conoscitive interne ai singoli operatori coinvolti, ma anche di basi di dati publiche (si pensi a quelle legate alla meteorologia e alla mobilità).

Di là della povertà contenutistica con cui il capitolato informativo disciplina solitamente la configurazione dell’ambiente di condivisione (qualora esso non debba, persino, precederlo), la conclusione che deriva dalle precedenti riflessioni è che il contesto in cui concorrono i requisiti informativi a orientare i processi decisionali non può che essere più dinamico e dialettico, facendo sì che il capitolato e l’ambiente supportino flussi di lavoro articolati.

Poiché il meccanismo digitale è tendenzialmente rigido, tende, cioè a indicare non ambiguamente domande e risposte, attese e soluzioni, dalla fase di committenza a quella di gestione dell’opera, è necessario disporre di quadri contrattuali che permettano di governare le flessibilità perseguibili entro metriche ben definite.

Se, quindi, entro l’orizzonte conchiuso del capitolato informativo tradizionale, statico e riduzionista, nonché nell’ambiente di condivisione abituale, concepito come sistema di deposito di documenti a vari stadi di lavorazione, è immaginabile che possano dare frutto innumerevoli contenziosi legati al dettaglio (dai livelli di fabbisogno malamente espressi all’accesso indefinito ai contenitori informativi), per soluzioni più sofisticate si tratta, invece, di iniziare a gestire su base computazionale gli accordi collaborativi.

Più in generale, le nozioni a oggi assai instabili, di ambiente di condivisione dei dati e di piattaforma digitale evidenziano come sempre più, da un lato, tali ecosistemi necessitino della gestione della conoscenza per la produzione dei dati e delle decisioni (da cui l’importanza di ontologie, di relazioni e di semantiche), mentre, per un altro verso, la condivisione in ambito contrattuale, legata alle consegne ufficiali dei documenti e dei contenitori informativi, costituisce solo una porzione limitata del dispositivo.