Zambrano: “Il Codice degli appalti è farraginoso, serve un modello Genova per la ripartenza del Paese”

Lo tsunami coronavirus è ancora in corso, ma da più parti si comincia a cercare una strategia che consenta di rimettere in moto l'Italia. Tra le varie ipotesi c'è anche quella di un grande piano di opere pubbliche che possa scongiurare danni economici irreparabili e il rischio depressione. 

Secondo Armando Zambrano, presidente del Consiglio Nazionale degli Ingegneri, per la ripresa occorre superare tutte le «incrostazioni e complicazioni burocratiche che negli anni hanno impedito al Paese di decollare».

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Semplificazione normativa, sburocratizzazione e infrastrutture per la ripresa post-emergenza

Presidente Zambrano, quali sono secondo lei le priorità per una ripartenza del Paese?

«La Rete delle professioni tecniche e il Coordinamento unitario delle professioni stanno preparando il «Manifesto delle professioni per il post-emergenza», un documento che racchiuderà le priorità e le proposte aventi come obiettivo quello di far ripartire immediatamente il Paese cercando di superare tutte le «incrostazioni e ruggini» e complicazioni burocratiche che negli anni hanno impedito al Paese di decollare».

In cosa consiste? 

«Il progetto deve tener conto della necessità di investire nelle infrastrutture del Paese, che sono vecchie, datate, mal mantenute, così come è fondamentale impiegare risorse per quelle immateriali, quindi interventi nel campo dell’informatica, della banda larga, dell’accesso a internet veloce ed efficiente. Tra i nostri propositi rientra anche la semplificazione e la sburocratizzazione normativa sulla base di un principio in generale.

Quale principio?

«Il principio secondo cui quasi tutte le fasi approvative della PA devono essere praticamente eliminate affidando ai professionisti i compiti di certificare interventi e che tutti i controlli devono essere fatti ex-post. Ovviamente questo prevede una serie di contrappesi e garanzie anche per il professionista». 

Sta dicendo che per una ripartenza veloce è necessario snellire l’attuale Codice degli Appalti? 

«Il discorso è molto semplice: abbiamo tentato svariate volte d’intervenire «con il cacciavite» per migliorare quel Codice che però è frutto degli accadimenti degli anni ‘90, della stagione di Mani Pulite, per cui alla base pone il problema della corruzione e non dell’efficacia e dell’efficienza del sistema. E così non si è risolto né l’uno né l’altro. A nostro avviso si deve buttare a mare tutto, avendo il coraggio di puntare sulle persone e non su norme sempre più complesse che alla fine impediscono a chi è competente e onesto di poter dare il proprio contributo intellettuale e professionale per realizzare opere pubbliche e non carte. L’obiettivo è di ripartire da zero con norme semplici e chiare, che consentano l’individuazione automatica e semplice delle responsabilità».

E il ruolo dei commissari?

«A me non piacciono i commissari perché la deroga alla fine paradossalmente si fa solo per le grandi opere, oggi invece il Paese riparte se tutti i cantieri, piccoli, medi o grandi che siano, riprendono l’attività. Occorrerebbe estendere poteri stabiliti e regolati all’interno di una normativa molto più ampia che lasci i RUP liberi di poter individuare le soluzioni migliori, il tutto indipendentemente dagli importi». 

Su quali altri ambiti bisognerebbe intervenire?

«In un recente documento la Rete delle Professioni Tecniche ha proposto anche l’innalzamento della soglia con cui gli incarichi si devono espletare con procedure semplificate, ma anche l’accorpamento del progetto definitivo con quello esecutivo che porterebbe vantaggi in termini di tempo e di efficienza del sistema. Un altro aspetto delicato riguarda la semplificazione delle norme sui collaudi, dando la possibilità al direttore lavori di procedere con regolare esecuzione fino a un certo importo. Occorre semplificare anche le procedure dei bandi, superando il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa che comporta tempi di attesa e di verifica molto lunghi. Per non parlare poi della situazione paradossale che vede molte amministrazioni che, sulla base di incertezze normative, decidono le proprie tariffe, anzi queste ultime dovrebbero essere aggiornate e adeguate, evitando la possibilità di affidare incarichi senza la remunerazione adeguata, quindi non più bandi a costo zero».

Qual è l’obiettivo finale di questi principi?

«Lo scopo è accelerare le procedure e mettere al centro, non tanto il progetto, ma la qualità del progetto. La centralità del progetto per noi era uno slogan determinante, ma oggi si deve invece porre l’accento sulla qualità».

Cosa intende dire?

«Vuol dire che non si può non pensare che il compenso debba essere adeguato alla qualità». 

Prima che scoppiasse l’emergenza si attendeva il regolamento attuativo del Codice degli Appalti..

«La Rete delle professioni tecniche ci ha lavorato tanto e anche come filiera delle costruzioni abbiamo creato una squadra che ha redatto una proposta di regolamento completa che poi abbiamo mandato alla Commissione».

In sintesi cosa propone per partire nell’immediato?

«Se volessimo partire veramente, dalla sera alla mattina, bisognerebbe applicare il modello Genova per tutti i cantieri. Tra l’altro è un modello che non è in contrasto con le norme europee e se l’emergenza c’era per Genova, oggi diciamo la verità, c’è per tutti i Paesi. Mi riferisco alla realizzazione di piccole e grandi opere e infrastrutture di cui c’è bisogno, quello che manca il questo Paese sono le persone. Lo Sblocca cantieri prevedeva la nomina di oltre 60 commissari, ma mancano i tecnici che possono farlo, ci vogliono competenze. È molto meglio investire nella formazione dei professionisti, che continuare a investire in norme decreti e regolamenti che invece non agevolano coloro che vogliono lavorare seriamente e con competenza in questo Paese».


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