Apologia del Diritto

Accade di questi tempi un qualcosa di eccezionale anche per il diritto. Il rapporto delle persone con la legge e con gli strumenti giuridici si fa più intenso.

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Dobbiamo interpretare ordinanze, decreti e sentirli spiegare alla tv per capire se possiamo uscire di casa o andare a lavorare. Quel diritto dell’emergenza che sta entrando nelle nostre case non porta, però, certezza, senso di ordine e disciplina, ma sgomento, preoccupazione, complicazione.

Sta cominciando a serpeggiare un sentimento molto pericoloso. Si comincia a temere che ci sia qualcosa di sbagliato nel modo in cui le norme si rincorrono.

Oggi, mio fratello mi ha fatto il suo pesce d’aprile, avvisandomi che una ordinanza regionale aveva stabilito che si dovesse usare la mascherina anche per uscire sul balcone. Sono entrata in panico, perché una mascherina io non ce l’ho e l’uscita sul balcone è il solo momento d’aria che mi sto concedendo. Non ho pensato allo scherzo, perché anch’io, che mi occupo di diritto per passione e per lavoro, ho ormai accettato, inconsapevolmente, di staccare il legame di razionalità tra cosa può prevedere la “legge” e quello che ci sta accadendo.

Il problema profondo e non nuovo è quello del valore della legge nel nostro mondo.

In questi giorni è più evidente, perché arriva a tutti, un fenomeno che ormai ci attraversa da anni.

Le regole sono sempre più raramente il frutto di un disegno preciso di sviluppo. La “legge” è preda di un esibizionismo politico che la fa diventare lo strumento, quasi commerciale, di dialogo tra eletti ed elettori.

Non dico che sia questo quello che sta accadendo ai tempi del Covid. Ma sostengo che è nostra responsabilità guardare in faccia un fenomeno grave: la perdita di credibilità istituzionale legata all’impoverimento del quadro delle regole.

In un aforisma, Eraclito dice “Per le leggi il popolo deve combattere come per le mura della sua città”. Il popolo combatte per le leggi quando le sente giuste, quando sta dalla parte delle istituzioni, quando le leggi lo proteggono, come facevano le mura delle città antiche.

Oggi invece si percepisce un vuoto quasi incolmabile tra diritto e legge. Come se la legge fosse lontana mille anni luce dall’appartenere alla giustizia del diritto, cioè a quel mondo che contiene valori identitari e i principi fondativi generali del nostro vivere civile.

In queste giornate così piene di angoscia, si fomenta una contraddizione tra il diritto, che dovrebbe essere chiaro, certo, stabile, e gli strumenti del governo dell’emergenza, imprecisi, ambigui, instabili.

Se invece si cede a torcere i principi e le procedure, pur se animati da lodevoli intenti, si tradisce l’ordinamento e si deforma il sistema delle garanzie che ad esso si accompagna. 

Sebbene il contesto non agevoli la concentrazione su questioni di carattere teorico, urge riscoprire la natura originale del diritto. Il diritto, dalla sua nascita, ha la pretesa di essere simbolo di civiltà, ragione e ordine dell’oggi e del domani. Strumento per fronteggiare le esigenze della vita reale, per creare coesione e valore nelle nostre comunità.

Chi ha a che fare col diritto deve essere saggio, lungimirante, e anche pacatamente distaccato.

Il diritto e la giustizia sono stati, per lunghi periodi, centro della cultura umana, per essere, come ci ha ricordato uno dei massimi filosofi del diritto del Novecento, chiave della posizione dell’uomo nel cosmos.

Sono proprio l’estrema razionalità del diritto, la sua immedesimazione con la giustizia, il suo essere risposta ai bisogni sociali a farci accettare che esso si imponga sulle comunità senza il singolo consenso delle persone.

È tanto importante che noi si percepisca il valore della legge e la sua “giustizia”. La rottura di questo binomio è devastante per la convivenza civile, per il rapporto con l’autorità, per le relazioni tra le persone: se la legge è percepita come ingiusta, non rispettarla non sarà più un disvalore, ma un’astuzia.

Il diritto deve poter ergersi come maturo ed equilibrato esito della ricerca del bene comune. Deve essere simbolo di lucidità, di attenta analisi, di precisa, coerente e stabile, determinazione politica. Il diritto non può chiedere alle persone e alle organizzazioni, nemmeno con una normativa eccezionale, di abdicare all’uso della ragione.

Il diritto non è improvvisazione. Non è impulso emotivo. La procedura, per la produzione delle leggi, per accusare di un reato, per applicare le penali per inadempimento, o anche per richiedere un risarcimento dei danni, è garanzia dei diritti di tutti. Tra formalità procedurali, garanzia di libertà e imparzialità il legame è strettissimo.

Il diritto è rigore logico, è scienza. Non è il frutto di una estemporanea volontà del principe, ma è l’esito di un patto con la comunità. È, assieme, il nostro presente e il nostro futuro.

Quando il popolo, invece che combattere per le leggi della sua città, si indigna o resta sgomento, rifiuta l’autorità e si sottomette per paura, invece che incitare e supportare il suo governo, c’è qualcosa di profondamento sbagliato. Nella legge, non nelle persone.

Santi Romano scriveva, nel 1909, che lo Stato è quella entità impersonificata che “riesce per mezzo di delicati congegni giuridici, a formarsi, manifestare e imporre la propria volontà”.

Se perdiamo il valore della legge, terminata questa pandemia dovremo proprio ricostruire tutto. Anche la base delle nostre civiltà.