Decreto Semplificazioni, Buia: «Manca un vero piano, ci si accanisce sulle gare e si rischia la deregulation»

Lo scorso 17 luglio è entrato in vigore il Decreto Legge Semplificazioni. 

Il provvedimento, che segue i decreti Cura Italia, Liquidità e Rilancio, interviene su diverse materie, tra cui contratti pubblici ed edilizia e dovrà essere covertito in Legge entro metà settembre.

Critico il presidente di Ance, Gabriele Buia: «piuttosto che semplificare rischia di determinare una larghissima deregolamentazione del settore».

L'Ance ha stimato che l’importo delle opere che potrebbero entrare nella deregolamentazione istituzionalizzata dal decreto-legge ammonta a circa 94 miliardi di euro, ossia 4 anni di investimenti in opere pubbliche. 

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I nodi del Decreto Semplificazioni

Presidente Buia, il Decreto Semplificazioni, la "madre di tutte le riforme", come la chiama Conte, è un ossimoro o una reale semplificazione organica? Qual è il giudizio dell'Ance?

«Dobbiamo dare atto al Governo di aver finalmente espresso la volontà politica di semplificare la vita a cittadini e imprese. Purtroppo però, al di là di alcune misure puntuali positive, manca un disegno complessivo e organico di semplificazione vera. Inoltre, sui lavori pubblici si è deciso di intervenire solo sulla fase della gara, introducendo misure che rischiano di alterare per sempre la concorrenza e la trasparenza del mercato. C’è poi ancora un grande nodo irrisolto con cui nessuno sembra avere il coraggio di misurarsi concretamente: quello della rigenerazione urbana». 

La conversione del Decreto dovrà essere fatta entro il 15 settembre e ora si apre la partita dell’attuazione. I famosi decreti attuativi quanto gravano sul sistema a livello di incertezza e operatività?

I decreti attuativi e la sedimentazione normativa: mancano all'appello 900 provvedimenti 

«Pesano moltissimo, perché senza di essi le norme del decreto restano praticamente inapplicabili. E invece sia gli operatori che i cittadini avrebbero bisogno di certezze immediate, di un indirizzo chiaro e preciso per uscire dall’ingorgo burocratico. Questo fenomeno si ripresenta con ogni legge approvata, infatti ci portiamo dietro un fardello mostruoso di norme incomplete: basti pensare che sono oltre 160 i decreti ancora da attuare del primo Governo Conte e 350 quelli dell’attuale esecutivo. Sommando quelli ereditatati dai governi precedenti arriviamo in tutto a quasi 900 provvedimenti che mancano ancora all’appello!».

Quali sono le conseguenze di questa sedimentazione normativa?

«Mancata crescita, perdita di competitività del nostro Paese, paralisi di imprese e cittadini. E il nostro settore è probabilmente il più esposto, perché è quello che impatta maggiormente con la Pa, sia nel mercato pubblico che in quello privato. Per questo siamo stati i primi a invocare un’immediata azione di contrasto al proliferare del moloch della burocrazia e la necessità di avviare un’efficace azione di snellimento delle procedure e delle norme che regolano il settore». 

Il Decreto sblocca le procedure e i passaggi autorizzativi che ostacolano l’avvio delle gare e fermano gli investimenti?

«Il problema è proprio questo: il decreto si accanisce sulle gare senza fare nulla di concreto per tagliare le procedure a monte. E invece è proprio lì che si annidano le vere cause del blocco delle opere. Parliamo di quella selva di autorizzazioni, pareri, passaggi decisionali che rallentano all’infinito ogni intervento. Per snellire davvero le procedure serve dare un taglio con l’accetta ai troppi centri di potere decisionale che finiscono con il bloccare tutto».

I commissari straordinari previsti dal Decreto

Il Decreto, nei suoi 65 articoli, interviene su molte questioni, ad esempio i commissari straordinari per accelerare la realizzazione di opere pubbliche..cosa pensa di queste figure?

«Non sono contrario a priori alla figura del commissario. Di fronte a un’emergenza reale e improvvisa come un terremoto credo sia indispensabile. Quello che non condivido è l’utilizzo dei commissari, e quindi di procedure straordinarie che consentono di aggirare la legge, su ogni intervento come invece lo Stato pensa di fare scavalcando quelle stesse regole che invece si chiede alle imprese di rispettare. Un paradosso che negli ultimi anni sta assumendo proporzioni inquietanti». 

Il Decreto semplificazioni interviene anche sul Testo Unico dell’edilizia per allargare la nozione di demolizione e ricostruzione. Cosa pensa delle scelte in materia di edilizia privata?

«Per quanto riguarda l’edilizia privata va riconosciuto che il decreto delinea un percorso positivo di modifica e integrazione al Testo Unico, che non era più rinviabile. Tuttavia manca un atto di coraggio nell’affrontare in modo più organico e completo la questione degli interventi sul tessuto urbano edificato. Anche in questo caso, quindi, diciamo bene per quanto riguarda alcune norme specifiche, ma mancano misure di più ampio respiro, che invochiamo da tempo, a iniziare dall’affermazione del principio che la rigenerazione urbana ha una finalità di tipo generale e di perseguimento di obiettivi di pubblica utilità. Così come sarebbe necessario rendere più efficace la conferenza dei servizi rafforzando la perentorietà dei termini. Solo così potremo favorire un reale processo di sostituzione e di rigenerazione delle nostre città». 

Semplificazione o deregolamentazione del settore?

Per appalti sotto la soglia di 5,35 milioni le agevolazioni varranno fino al 31 luglio del prossimo anno: affidamenti diretti sotto i 150mila euro, procedure negoziate senza bando e con inviti per importi fino a 350mila euro, massimo ribasso per determinate soglie, tempistiche ridotte. Per le grandi opere, sopra la soglia di 5,35 milioni, fino a luglio del 2021 ci si potrà avvalere delle procedure per le misure d’urgenza. È questa la direzione giusta per sbloccare i cantieri italiani?

«Molte delle scelte fatte vanno assolutamente ripensate. Mi riferisco in particolare a quelle misure, su cui siamo fortemente contrari, che piuttosto che semplificare rischiano di determinare una larghissima deregolamentazione del settore, con conseguente chiusura del mercato e della concorrenza. Ci preoccupa, ad esempio, l’assenza di pubblicità sia nel sottosoglia come nel soprasoglia. In questo modo, secondo le nostre stime, l’importo delle opere che rischia di entrare nella deregolamentazione istituzionalizzata dal decreto-legge ammonta a circa 94 miliardi di euro. Una cifra colossale, che corrisponde a 4 anni di investimenti in opere pubbliche».