Il recupero degli edifici in conglomerato cementizio armato storico

Il Decreto Legislativo 22 gennaio 2004 n. 42 "Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell’articolo 12 "evidenzia come tutti gli immobili appartenenti a tali soggetti, se realizzati da più di cinquant’anni ad opera di un autore non più vivente, siano sottoposti all’accertamento dell’interesse culturale". Tale novità procedurale ha portato ad attivare un censimento del patrimonio architettonico nazionale, con l’inserimento dei dati in un sistema informativo predisposto dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. L'analisi dei dati inseriti al 2013 mostra come oltre il 5% di manufatti siano caratterizzati da una struttura in calcestruzzo armato. Il dato potrebbe sembrare staticamente poco significativo, ma a fronte di una previsione di 500.000 edifici d’interesse culturale, si può facilmente capire come sia presente un nuovo ambito della teoria e pratica del restauro e consolidamento strutturale con cui è necessario confrontarsi.
Questa tipologia di edifici rientra, infatti, a pieno titolo nei valori urbani da salvaguardare. La loro conservazione (basti pensare a tutti gli edifici industriali dismessi del primo del novecento) è, intrinsecamente, connessa ad un riuso. Solo reinserendoli nel ciclo vitale della città, si può garantire quella continuità di utilizzo che è indispensabile alla salvaguardia.
Il concetto di riuso che caratterizza così fortemente tali manufatti rende, forse ancora più determinante rispetto ad un edificio esistente in muratura, la necessità di definire procedure idonee a verificarne la sicurezza strutturale, tenendo conto delle nuove funzioni a cui possono essere destinati, i nuovi livelli di protezione richiesti dalle normative tecniche e dai rischi ambientali a cui possono essere soggetti. Sebbene l’approccio procedurale possa essere analogo a quello definito per gli edifici storici in muratura, le differenze sono sostanziali. Il materiale, per esempio, se per un manufatto in muratura garantisce, in genere, standard di buona qualità (per le maestranze, per le tecniche costruttive, per la qualità dei materiali e componenti utilizzati), per un edificio in calcestruzzo “storico” la novità di tale tecnologia nelle prime realizzazioni pone di fronte a materiali con caratteristiche meccaniche assai diverse rispetto a quelle richieste dalla normativa attuale, amplificato dalle difficoltà di determinarle tramite indagini dirette od indirette tarate su calcestruzzi moderni, industrialmente controllati.
Allo stesso tempo, le costruzioni storiche in conglomerato cementizio armato, differiscono notevolmente dalle moderne strutture in c.a., sia per carenze di concezione (telai in una sola direzione, assenza di giunti sismici, etc.) sia per i dettagli costruttivi che limitano la duttilità dell'edificio, attivando meccanismi di danno fragili per l'assenza di staffe adeguate non solo nei nodi ma anche negli elementi travi e pilastri.
Un primo aspetto da affrontare, per il recupero di questi manufatti, riguarda quindi la definizione del percorso di conoscenza, che comprenda la ricostruzione storica del quadro normativo e dei metodi di calcolo, l’individuazione dei riferimenti tecnologici e costruttivi, l’analisi delle patologie e degrado in atto. Il problema dell'individuazione dei riferimenti tecnologici e costruttivi, è legato al fatto che, dall'origine del conglomerato cementizio fino agli anni che seguirono l’emanazione delle prime normative nazionali del settore, uno degli aspetti peculiari della tecnologia costruttiva è rappresentato dall’utilizzo di numerosi brevetti, frutto spesso dell’intuito costruttivo anziché dell'applicazione di consolidate conoscenze scientifiche.
Solo in funzione di questa conoscenza è possibile determinare un criterio di verifica affidabile. L'assenza dei dettagli costruttivi che oggi consideriamo fondamentali per garantire la sicurezza di una struttura in c.a. non causano solo un'elevata vulnerabilità già a livello qualitativo, ma determinano l'inapplicabilità dei criteri di verifica proposti a livello normativo.
Il secondo aspetto riguarda invece i criteri per la scelta dell'intervento. Esiste in questo caso la necessità di preservare, a fronte della sicurezza strutturale, l'integrità materica del manufatto? Se tale specifica è ormai condivisa per un edificio storico in muratura, per un edificio in conglomerato cementizio storico, il "fascino della materia" è ancora da sedimentarsi nella coscienza collettiva. Tuttavia intervenire su un manufatto in cemento armato dei primi del novecento non può limitarsi a mantenere l'involucro esterno (come spesso accade). Il recupero deve trarre la sua ragione d’essere, dalla conservazione dell’identità e della memoria storica e nella possibilità di confermare la logica costruttiva all’interno di un processo di conoscenza che porti a studiare il manufatto riconoscendone le peculiarità che lo caratterizzano, per poterle sintetizzare in nuovi modelli di calcolo e non uniformarlo a verifiche che caratterizzano strutture di nuova concezione.
Il recupero dei manufatti storici in conglomerato cementizio armato è, pertanto, un tema attuale che pone di fronte a problematiche che non sono solo di ordine tecnico. I Silos granari nel Porto di Genova, realizzati tra il 1901 ed il 1924, con la "nuova" tecnologia costruttiva del calcestruzzo armato, sono un esempio di quanto detto, una testimonianza pionieristica industriale, unica a livello mondiale, nonostante il manufatto risulti abbandonato da molti anni. Il riuso di un edificio industriale come questo non rappresenta solo un problema connesso al recupero di un immobile dismesso ma è intrinsecamente correlato allo sviluppo socio-economico di una città.


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