Oltre la città razionalista: nuove prospettive e nuovi modelli urbani per il post pandemia

L’intervento di Dionisio Vianello sugli usi temporanei mi ha spinto ad aggiungere alle sue considerazioni, come sempre garbate e magistrali, alcune riflessioni maturate in questi mesi, facendo lezioni on-line. Mi sono trovato infatti a esporre in sintesi una serie di concetti che mi sembravano ovvii, ma messi in fila portano a qualche conclusione meno scontata, a nuove prospettive che la pandemia potrà forse “congelare” per qualche tempo, ma non annullare.

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Plan Voisin, Le Corbusier (1925)

Come afferma Dionisio, abbiamo superato da tempo l’impostazione del piano razionalista, ma non abbiamo ancora avviato il radicale cambiamento che oggi è necessario. 

Per farlo dobbiamo, a mio parere, partire dal riconoscimento dei limiti di quel modello, che per quasi cento anni ha guidato lo sviluppo fisico di tutte le città europee e di tante altre città del mondo, fino alle più recenti megalopoli cinesi.

E’ un modello di società/economia/città che aveva dei difetti di origine, legati all’epoca industriale in cui fu concepito e accentuati nel tempo dalla sua traduzione secondo le logiche di mercato, difetti che oggi la pandemia ha reso evidenti, a volte in modo drammatico. 

Uno di quei difetti è noto e combattuto da tempo (spesso purtroppo solo a parole) e riguarda l’ambiente. Salvo poche eccezioni, era visto come una cornice degli insediamenti, che ospitava funzioni “ausiliarie”, come produrre cibo e offrire spazi ricreativi, al servizio della città, motore di uno sviluppo fondato sulla crescita costante della produzione e dei consumi. La pandemia, colpendo con particolare durezza le aree di maggiore concentrazione urbana, sta imponendo di ribaltare le priorità a vantaggio della sostenibilità ambientale

Ma il modello aveva altri limiti, ancora oggi meno avvertiti, che riguardano la stessa idea di società.

Le regole del razionalismo erano pensate per un’organizzazione sociale ed economica stabile, in cui le famiglie (con un padre che lavora e una moglie che sta a casa) abitavano in quartieri formati da unità di vicinato, dove la gente si conosce e si incontra. Anche le attività economiche erano relativamente stabili: gli agricoltori lavoravano in una campagna ben distinguibile dalla città, e questa in genere aveva dimensioni ridotte (ancora negli anni ’50 solo un terzo degli italiani viveva in aree urbane) e una forte prevalenza di lavoratori a orario fisso (operai e impiegati) rispetto agli altri occupati. 

Anche se allora nessuno ne parlava, è evidente che questa città razionalista è una città maschilista e pensata per gente giovane e sana, che produce; i vecchi troppo fragili, i disabili, i malati di mente sono da confinare in spazi specifici: sta alla ricchezza e/o alla sensibilità delle loro famiglie o della società di gestire questa separatezza in modo più o meno umano.

È la “cultura dello scarto” che stigmatizza Papa Francesco.  

La pandemia ha evidenziato in modo drammatico molti limiti di quel modello urbano: basta pensare a quanto è accaduto in tante case di riposo, anche molto costose. 

Come in tutti i periodi di crisi, non dobbiamo però vedere solo gli aspetti negativi; anche per il rallentamento di certi processi in atto, abbiamo un’occasione preziosa per pensare a nuove idee per la città

Il punto da cui partire è che l’attuale città diffusa è dinamica, per effetto della globalizzazione delle comunicazioni, della produzione e dei mercati e, ovviamente, dei fenomeni ambientali. Insieme alla stabilità della città tradizionale è così andata in crisi la “prevedibilità” del futuro urbano: non è più possibile, salvo casi particolari, stabilire con certezza il futuro di ogni singolo, insediamento urbano, perché non sono del tutto prevedibili i suoi rapporti con il territorio circostante e le città di altri paesi con cui ha rapporti di collaborazione o di competizione.

L’incertezza del futuro in realtà è sempre esistita, anche nei secoli passati, ma la lentezza delle comunicazioni e dei cambiamenti consentiva di fare programmi a medio e lungo termine; ora invece le decisioni debbono essere prese in tempo reale, e la competizione genera programmi di marketing urbano e può portare a reti di città alleate per realizzare grandi progetti comuni. 

Nel frattempo, è anche cambiato il modo di decidere: in passato il piano poteva essere imposto da un potere pubblico forte, in grado di operare in situazioni relativamente stabili. Oggi, in Italia come altrove, si è molto ampliata la platea dei “decisori” (e dei gruppi che contestano le decisioni) e, soprattutto, sono calate le risorse pubbliche ed è sempre più necessario ricorrere ad accordi con gli operatori privati. 

In questo contesto, il piano urbanistico non è più l’unico strumento per promuovere la crescita di una città, è solo uno dei mezzi da utilizzare in un processo continuo di governo del territorio, che non persegue previsioni rigide, non disegna modelli formali, ma prospetta scenari possibili più o meno alternativi; il piano, se c’è, non è certo un “progetto” da realizzare in tempi più o meno lunghi, ma una “rotta” da seguire in mare aperto, da controllare negli scostamenti e correggere se necessario. 

E come per navigare correttamente occorre conoscere bene le prestazioni che si possono chiedere alla propria nave e i limiti da non superare, così si stanno sempre più diffondendo nel nostro paese - anche se con diverse denominazioni e procedure – i quadri conoscitivi che portano a definire le scelte a lungo termine, riguardanti soprattutto la tutela ambientale, distinte da quelle operative, legate alla navigazione quotidiana, alle opportunità e alle minacce, per usare i termini proposti dall’analisi SWOT. 

Ma “navigare a vista” non significa rinunciare ad avere una destinazione; significa semmai essere disponibili a cambiare itinerario e a fare tappe intermedie. E qui torniamo alla questione iniziale: l’idea di un piano che definisce più o meno per sempre la destinazione di un suolo è l’antitesi di quello che ci serve oggi, anche e soprattutto pensando alle pratiche di rigenerazione urbana.

La zonizzazione razionalista era pensata per una realtà statica; nella realtà dinamica attuale e futura si dovrebbe ragionare non per zone ma per flussi indotti, tener conto di usi temporanei ma anche di usi plurimi, diversi nel tempo, ad esempio sviluppando i Piani dei tempi e degli orari, già sperimentati in Lombardia. Potremmo dire, con uno slogan sintetico, usare modelli di logistica urbana. E’ un termine derivato dall’organizzazione aziendale (che a sua volta l’aveva assunto dalle scienze militari): se pensiamo alla città come se fosse un esercito o una grande azienda, è evidente che non può avere successo se non organizza al meglio le comunicazioni fra i suoi diversi “reparti” e le loro comunicazioni. E fra i modi di organizzarsi, si deve anche tener conto che alcuni hanno un impatto ambientale accettabile, altri no; infatti alcuni specialisti parlano di green logistic, per tenere conto insieme delle esigenze di funzionamento, comunicazione e qualità ambientale di ogni parte della città

Non è una prospettiva facile, perché coinvolge nuovi modi di regolare rapporti sociali ed economici, prima dei rapporti fra spazi fisici. Pensiamo ad esempio alla regolazione degli orari: stiamo vedendo quanto è difficile concordare programmi di scaglionamento delle entrate e delle uscite delle scuole in questa fase della pandemia. Così come è faticoso cercare di ridurre la cementificazione di ettari di suolo per i parcheggi di ipermercati, stadi o centri direzionali, pensati ognuno per conto proprio, imponendone un uso a rotazione, e non è certo facile applicare ai progetti di rigenerazione urbana la suggestione della città dei 15 minuti lanciata a Parigi. 

Anche senza tenere conto delle rivoluzioni annunciate per i mezzi di trasporto del futuro, è evidente che per avere un successo reale le esperienze di rigenerazione non possono limitarsi agli edifici ma debbono essere accompagnate dalla faticosa costruzione di aggregati sociali ed economici funzionanti, cioè veri e propri spazi urbani

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