L’attraversamento dello Stretto di Messina: 50 anni di lavoro

La storia recente della ricerca della soluzione per permettere l’attraversamento stradale e ferroviario dello Stretto di Messina è particolarmente indicativa: ha visto, per più di cinque decenni, un lavoro scientifico, tecnico e gestionale apprezzato da molti e contemporaneamente combattuto da altri, che la politica ha inizialmente promosso entusiasticamente per poi buttarlo alle ortiche. È la storia di tante idee progettuali che si sono scontrate con le difficoltà di un territorio particolarmente nemico degli ingegneri. La sua sismicità e soprattutto la presenza di faglie attive ha portato ad escludere gallerie in alveo o appoggiate sul fondo e ponti sospesi o strallati con piloni intermedi. L’impetuosità delle correnti ha sconsigliato soluzioni immerse nell’acqua. Il ponte a luce unica di più di 3.000 metri (figura 1) non era mai stato affrontato nel mondo perché non sembra-va possibile sconfiggere il vero nemico dei ponti sospesi: il vento che gioca con loro come quei bambini che fanno andare su e giù una pallina attaccata a un elastico con impercettibili movimenti della mano in “risonanza”. Nessun ingegnere era riuscito a sconfiggere il vento per costruire ponti così lunghi, fino a quando si è smesso di trattarlo come un nemico cattivo e si è pensato di cercare il suo aiuto per stabilizzare il ponte: è stato sufficiente (figura 2) separare l’impalcato in tre strisce, distanziandole e sagomandole come un profilo alare, in modo che i filetti fluidi di aria potessero abbracciarle, infilandosi ordinatamente fra l’una e l’altra. È un’idea che sembra semplice quando oggi si racconta, ma che è costata anni di ricerche, di sperimentazioni in gallerie a vento, di calcoli complessi, di continui confronti internazionali. Così la storia del progetto diventa la storia di un’invenzione italiana che, come tante altre, porterà beneficio ad altri paesi. Ciò non deve sorprendere: dal telefono di Meucci alla radio di Marconi, dall’aliscafo di Forlanini al computer da tavolo dell’Olivetti siamo abituati a lasciare ad altri lo sfruttamento delle nostre idee.

Fig. 1 - Progetto definitivo: vista

Fig. 2 - Progetto definitivo: impalcato

Articolo tratto da Costruzioni Metalliche, n. 1 - 2014

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