Aversa, presidente AGI, sulla prevenzione e riduzione del rischio idrogeologico

A colloquio con Stefano Aversa, presidente dell’Associazione Geotecnica Italiana (AGI)

Frane, allagamenti, alluvioni: l’Italia è un Paese martoriato dal dissesto idrogeologico con un territorio indubbiamente fragile. Le aree ad elevata criticità per alluvioni e frane rappresentano il 9,8% della superficie nazionale e riguardano 6633 comuni (81,9%) secondo i dati elaborati nel 2008 dal Ministero dell’Ambiente su cui sorgono 6.250 scuole e 550 ospedali. Nel 2009 è stato stimato un fabbisogno complessivo di 40 miliardi di euro per la messa in sicurezza del territorio nazionale sulla base dei dati contenuti nei Piani di Assetto Idrogeologico (PAI) redatti dalle Autorità di bacino e dalle Regioni e Province Autonome. Ad aggravare ulteriormente il quadro è il consumo del suolo, passato dal 2,9% di suolo consumato rispetto alla superficie nazionale negli anni ‘50 al 7,3% nel 2012, con una superficie consumata pro-capite aumentata da 178 m2 a 369 m2, secondo il rapporto ISPRA sul consumo di suolo 2014.

Professor Aversa, come si può porre rimedio alla mancata attenzione per il territorio e alla evidente incapacità persino di comprendere il concetto di prevenzione da parte di chi ci governa?

In generale l’attenzione verso la tutela del territorio da parte dell’opinione pubblica, degli organi di stampa e, in alcuni casi, anche di chi ci governa dipende in modo inverso dal tempo intercorso dall’ultima catastrofe. A riprova di ciò basti pensare al fatto che, in questo periodo, dopo l’evento di Genova di poche settimane fa, si discute prevalentemente di alluvioni come se il nostro paese non fosse interessato da altri rischi, quali ad esempio il rischio sismico. In questa prima considerazione vi è anche parte della risposta alla domanda che mi viene posta. Il territorio naturale ed antropizzato richiede invece un’attenzione continua e una politica nazionale che, non condizionata dalle situazioni di emergenza, sappia destinare a progetti di ampio respiro risorse auspicabilmente maggiori di quelle stanziate nel prossimo triennio dalla Legge di Stabilità.
Lo stesso concetto “di messa in sicurezza del territorio”, però, invocato dalle Regioni a giustificazione delle richieste di oltre due ordini di grandezza superiori a quanto stanziato dal Governo centrale, è ambiguo perché lascia intendere la possibilità di azzerare i rischi e ciò non è concettualmente possibile. Accettando invece, anche dal punto di vista giudiziario, la necessità di operare mitigando il rischio entro limiti accettabili e, soprattutto, considerando in modo diverso la tutela della vita umana e quella delle proprietà, sarebbe possibile utilizzare approcci razionali di analisi del rischio, basati su indagini quantitative su area vasta, che permettano di individuare delle priorità a livello nazionale o, almeno, regionale. Una volta individuate le priorità si potrebbe via via passare dalla piccola scala (area vasta) alla grande scala, per ottenere, con altri studi ed indagini, una migliore definizione delle problematiche e per procedere, poi, se necessario, alla progettazione degli interventi specifici di mitigazione. Un approccio di questo tipo permetterebbe di definire un più razionale utilizzo delle risorse disponibili, in modo non condizionato dalle esigenze della politica locale, o, dall’altro punto di vista, di definire diversi livelli di risorse da utilizzare per mitigare il rischio al di sotto di soglie via via più basse.
Questa tematica è stata ampiamente sviluppata nelle Relazioni Generali del Prof. Leonardo Cascini e della Prof. Annamaria Ferrero e nelle relazioni di Panel della Prof. Federica Cotecchia e del Dr. Eric Leroi al recente Convegno Nazionale di Geotecnica di Baveno, organizzato dall'AGI con il coordinamento scientifico del Prof. Sebastiano Rampello.

Dai 100 eventi meteo all’anno con danni ingenti registrati fino al 2006 siamo passati al picco di 351 del 2013 e a oltre 100 nei soli primi 20 giorni del 2014. Da ottobre 2013 all’inizio di aprile 2014 sono stati richiesti dalle Regioni 20 stati di emergenza con fabbisogni totali per 3,7 miliardi di euro. Il costo del dissesto idrogeologico sul territorio italiano ha raggiunto dal 1944 al 2012 la cifra di 61,5 mld di euro. Quali sono le possibili soluzioni geotecniche per uscire dalla rincorsa alle emergenze che da decenni caratterizza l’intervento dello Stato ed entrare finalmente nella stagione della prevenzione dei grandi rischi alluvionali e di frane?

Ovviamente, nell’ambito dei rischi alluvioni e frana la Geotecnica svolge un ruolo più significativo nel secondo dei due, anche se non si deve sottacere il contributo che può essere fornito nella mitigazione del rischio alluvioni soprattutto per quanto riguarda la stabilità degli argini fluviali, ai quali è stata dedicata una sessione al recente Convegno Nazionale di Geotecnica di Baveno, con la relazione generale del prof. Paolo Simonini, e le relazioni di Panel dell’Ing. Francesco Baruffi, della Prof. Cristina Jommi e del Prof. Giovanni Vannucchi.
Passando alle frane, appare ovvio che la Geotecnica debba giocare un ruolo fondamentale nello studio della stabilità dei pendii così come nella definizione degli interventi di mitigazione del rischio frana. La definizione delle soluzioni passa innanzitutto per la conoscenza della Meccanica dei Terreni e la Meccanica delle Rocce e la modellazione geotecnica del sottosuolo. Non si può intervenire senza una consapevolezza generale delle problematiche e senza conoscere quantitativamente il sito nel maggiore dettaglio possibile (a seconda della scala del problema).
Volendo rispondere alla domanda, mi permetto – quindi – di allargarne un poco il senso. Innanzitutto negli ultimo ventennio sono aumentate significativamente le conoscenze di Meccanica dei Terreni e delle Rocce e sono migliorate le tecniche sperimentali e di modellazione numerica. La cosa appare molto evidente nel caso dello studio dei terreni non saturi, e quindi nello studio della stabilità di pendii costituiti da tali materiali. Rispetto a quanto disponibile solo alla metà degli anni ’90 del secolo scorso, le conoscenze attuali sono almeno decuplicate. Ciò permette di studiare in modo decisamente più razionale tutti i fenomeni di colata rapida di fango che si sviluppano in tali terreni a seguito di eventi piovosi particolari o a causa di risalite della falda idrica nel substrato. La ricerca in tale settore ha prodotto, quindi, risultati straordinari anche grazie al lavoro di tanti colleghi italiani che, in questo settore, non hanno niente da invidiare a quelli stranieri. Si ricordi, a tale riguardo, il contributo fondamentale fornito dalla Comunità geotecnica nella gestione della grave emergenza del maggio 1998 quando colate rapide di fango di grande intensità devastarono 5 Comuni della Regione Campania.
L’incremento delle conoscenze ha permesso anche di valutare in modo quantitativo e meccanicamente basato l’utilizzo di tecniche non tradizionali per la stabilizzazione di pendii la cui progettazione può essere sottratta all’empirismo che prima la caratterizzava. Faccio riferimento ad esempio all’uso della vegetazione come strumento di rafforzamento meccanico e di controllo del regime delle pressioni interstiziali. Solo la conoscenza dei meccanismi e degli effetti ne permette un uso razionale, rendendola efficace in alcuni casi ed inutile in altri.
Lo sviluppo della ricerca ha portato sviluppi anche in settori più tipicamente ingegneristici, come quelli della mitigazione del rischio frana in pendii rocciosi, con nuovi sistemi di stabilizzazione delle pareti o con nuovi e più efficienti sistemi di contenimento, ad esempio attraverso barriere paramassi sempre più efficienti ed efficaci. Anche in questo caso si deve rimarcare l’importanza dello conoscenza dei fenomeni e lo studio delle situazioni particolari, per razionalizzare la progettazione e l’uso delle risorse economiche.
Alcune di queste tematiche sono state trattate nella Relazione Generale della Prof. Annamaria Ferrero e in quelle di Panel della Prof. Federica Cotecchia e dell’ing. Giovanni Vaciago al recente Convegno Nazionale di Geotecnica di Baveno

Dalla fase di indagine prima ad un’adeguata progettazione poi, quanto è importante la geotecnica nell’individuazione degli elementi chiave per lo sviluppo di un approccio razionale nella difesa dai rischi naturali?

Cerco di rispondere in modo secco. Pur non sottacendo il ruolo fondamentale di altre discipline, appare chiaro che – come già detto in parte rispondendo alla domanda precedente – lo studio dei problemi di stabilità dei pendii e la progettazione di interventi di mitigazione del rischio non può prescindere dalla conoscenza meccanica del comportamento meccanico dei materiali coinvolti e quindi dalla Meccanica dei terreni e delle rocce, cioè dalla Geotecnica.
Considerazioni analoghe si possono fare con riferimento sia alla pericolosità sismica, dove la geotecnica gioca un ruolo fondamentale nella valutazione della risposta sismica locale e nei fenomeni di instabilità sismoindotta (liquefazione, lateral spreading, instabilità di pendii), sia alla vulnerabilità sismica di tutte le strutture fondate sul terreno o che interagiscono con esso. Alcune considerazioni sul ruolo della Geotecnica per la valutazione del Rischio sismico sono contenuti nelle Relazioni Generali del Prof. Francesco Silvestri e del Prof. Claudio di Prisco (questa, purtroppo non presente nel volume degli atti), nelle relazioni di panel del Prof. Sebastiano Foti, del Prof. Enrico Conte e dell’Ing. Marco Stupazzini al recente Convegno Nazionale di Geotecnica di Baveno

Quali sono i criteri sulla base dei quali aggiornare le linee guida per i progetti di messa in sicurezza verso una necessaria e preventiva configurazione degli scenari conseguenti all'inserimento di un'opera nel territorio?

Rispondo a questa domanda in modo ancora più secco. Ritengo che la collaborazione professionale, nel rispetto delle reciproche competenze, l’utilizzazione di strumenti sempre più quantitativi, fisicamente e meccanicamente basati, e la qualità delle indagini debbano essere sempre più alla base sia della pianificazione territoriale sia della progettazione delle opere.

Cosa sta facendo l’Associazione Geotecnica Italiana per creare il tessuto culturale necessario per la difesa del territorio e delle infrastrutture dalle calamità naturali?

L’AGI opera attraverso Convegni, Corsi, Workshop e redazione di linee guida. Nello specifico ha recentemente organizzato un Convegno nazionale dedicato al “Ruolo della geotecnica la nella difesa del territorio e delle infrastrutture dalle calamità naturali”. Nel prossimo mese di gennaio organizzerà a Roma un workshop sul ruolo della geotecnica negli scenari di perimetrazione e gestione del rischio da frana e da collasso arginale, in prosecuzione di una Tavola rotonda tenuta nel già citato Convegno di Baveno. L’AGI ha predisposto da alcuni anni delle linee guida sull’Ingegneria Geotecnica sismica. Organizzerà, inoltre, nel prossimo anno un corso/convegno in occasione del trentennale del tragico evento della val di Stava. A partire da gennaio 2015 un gruppo di ricercatori AGI lavorerà alla predisposizione di Raccomandazioni sugli aspetti geotecnici dell'analisi e della mitigazione del rischio da frana a diverse scale di riferimento, che potranno essere uno strumento molto valido anche nella pianificazione territoriale. Infine, l'Associazione Geotecnica Italiana, con la collaborazione della sezione italiana dell'IAEG, sta curando l'organizzazione del prossimo International Symposium on Landslides, che si terrà a Napoli nel 2016 e sarà certamente l'occasione per un confronto a livello internazionale sulla tematica frane.


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