Zambrano, dissesto idrogeologico: evitare il consumo di suolo, privilegiando la riqualificazione e il riuso urbanistico

Intervista a Armando Zambrano, presidente CNI

Presidente Zambrano, come si può porre rimedio alla mancata attenzione per il territorio e alla evidente incapacità persino di comprendere il concetto di prevenzione da parte di chi ci governa?

Come dimostrano, purtroppo, anche i recenti eventi che hanno colpito Genova e Carrara, tutti, anche ci governa, sanno come vi sia una profonda e, non più rinviabile, necessità di interventi per mettere in sicurezza il territorio dal rischio idrogeologico. La popolazione non può sentirsi indifesa rispetto ad eventi che la scienza ingegneristica è in grado, quasi sempre di prevenire e quindi fronteggiare. L’evoluzione che sta subendo il clima è sotto gli occhi di tutti. Basti pensare che dai 100 eventi meteo all’anno con danni ingenti registrati fino al 2006 siamo passati al picco di 351 del 2013 e a oltre 100 nei soli primi 20 giorni del 2014. Da ottobre 2013 all’inizio di aprile 2014 sono stati richiesti dalle Regioni 20 stati di emergenza con fabbisogni totali per 3,7 miliardi di euro. È, inoltre, pari a 3,5 miliardi l’anno il costo pagato dallo Stato dal 1945 ad oggi per danni e risarcimenti da frane e alluvioni. A fronte di questi dati, il numero complessivo degli interventi previsti (da Accordi di programma Stato-Regioni siglati nel 2009-2010 e da richieste successive in seguito ad eventi meteo devastanti) è di 3.395 opere anti-emergenza. A distanza di 4 anni, solo il 3,2% degli interventi (109) risulta concluso, il 19% (631) in corso di esecuzione mentre il 78% non è ancora stato avviato. È necessario, quindi, che tutti gli sforzi di chi ci governa, siano prioritariamente indirizzati alla risoluzione di questo problema. Mi rendo certo conto che le opere di prevenzione non hanno appeal presso i politici, ma ora è tempo di fare scelte di responsabilità. Quanti morti dobbiamo ancora contare? Quanti altri danni possiamo sopportare? Noi, come ingegneri, da tempo, siamo impegnati nel proporre soluzioni tecniche e normative al problema, e siamo, anche, disponibili a fare da supporto alla pubblica amministrazione per rendere più celere l’avvio delle opere.

Con la struttura #italiasicura, per la prima volta, l'Italia fa un salto di qualità e investe sulla protezione del territorio e sulla prevenzione anziché concentrarsi sull’intervento in fase di emergenza?

È vero il Governo sta facendo, rispetto al passato, alcuni passi in avanti. È, infatti, entrata nella fase operativa la struttura di missione di Palazzo Chigi “contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche”, denominata #Italiasicura. Proprio grazie a questa struttura e, in seguito all’istituzione di un fondo presente nello Sblocca Italia, dovrebbero aprire entro la fine del 2014, i primi 600 cantieri per la realizzazione di opere di messa in sicurezza del territorio, per oltre un miliardo di euro di investimenti.
Pare, poi, il condizionale, in questi casi, è sempre d’obbligo, che, sempre grazie allo Sblocca Italia, saranno destinati ulteriori 110 milioni di euro per costruire opere di difesa dal rischio idrogeologico. Si tratta di un primo passo nella giusta direzione.

Qual è la prima regola per evitare vittime e danni in un Paese fragile come l’Italia?

Il 44% della superficie nazionale è ad elevato rischio sismico ed in essa risiede il 36% della popolazione. Il 10% del territorio italiano è soggetto ad un elevato rischio idrogeologico e che riguarda l’81,9% dei comuni (6.633), su cui sorgono 6.250 scuole e 550 ospedali. Le frane in Italia sono oltre 486.000 e coinvolgono un’area di circa 20.700 km2 pari al 6,9 % del territorio nazionale e i comuni italiani interessati da frane sono 5.708, pari al 70,5% del totale dei comuni. Questi sono numeri impressionanti. Ad aggravare, ulteriormente, il quadro è, poi, il consumo del suolo, aumentato del 156% dal 1956 ad oggi, a fronte di un incremento della popolazione del 24%.

In primo luogo è, quindi, necessario evitare il consumo di suolo, che risulta tra le principali cause dell’accresciuto rischio idrogeologico, privilegiando la riqualificazione e il riuso urbanistico. Le istituzioni, poi, non devono più tollerare abusi edilizi o stravolgimenti dei piani urbanistici e devono avere il coraggio di demolire e, poi, delocalizzare gli immobili costruiti in zone ad alto rischio. Ancora, non ci si può più permettere di continuare a fare una scarsa o inesistente manutenzione del territorio. E da ultimo, naturalmente, servono opere che possano mitigare al massimo i rischi di vittime e danni.

Le regioni hanno stimato un fabbisogno di 40 miliardi di euro per la messa in sicurezza del territorio, cui però il governo nell'ultimo progetto di Legge di Stabilità ha destinato appena 180 milioni per i prossimi tre anni. Speriamo che in fase di approvazione possano decidere di destinare una somma maggiore. Bisogna capire che è necessario investire di più, oggi, per evitare di dover continuare a pagare i danni, domani.

Del resto, come è noto, le somme investite nella prevenzione sono sempre decisamente più basse (e meglio spese) rispetto a quelle che, sono, invece, stanziate per la ricostruzione, a seguito di eventi calamitosi, siano essi frane, alluvioni o terremoti. Basti pensare, a tal proposito, che secondo il nostro Centro Studi, i costi sostenuti dallo Stato per i danni conseguenti ai 7 terremoti distruttivi (Valle del Belice, Friuli V. G., Irpinia, Marche-Umbria, Puglia-Molise, Abruzzo ed Emilia) che hanno interessato il nostro paese negli ultimi 50 anni, si possono stimare in oltre 121 miliardi di euro.

Quali sono i criteri sulla base dei quali aggiornare le linee guida per i progetti di messa in sicurezza verso una necessaria e preventiva configurazione degli scenari conseguenti all'inserimento di un'opera nel territorio?

Grazie a tutti gli strumenti tecnici di cui, attualmente, disponiamo, oggi, siamo in grado di elaborare, con un bassissimo livello di approssimazione, diversi scenari di impatto di una qualsiasi opera sul territorio. Vi deve essere, però, da parte dei decisori, nella definizione delle linee guida, la volontà di metterci in condizione di poter utilizzare, nel modo più efficace, questi strumenti. In generale, i contenuti delle linee guida, dovrebbero, essere ispirati a criteri di semplicità, chiarezza e coerenza, senza inutili appesantimenti giuridici od orpelli burocratici. Chiediamo, in sostanza, di poter lavorare sul nostro “core business”, ossia fare progetti per opere di qualità, e non di passare il nostro tempo a “decifrare” burocrazia. E, per tornare a realizzare opere di qualità, è, assolutamente, necessario che la progettazione sia rimessa al centro della normativa sugli appalti pubblici. Perché una buona progettazione significa opere di qualità, a maggior ragione nel caso di infrastrutture destinate alla messa in sicurezza del territorio.
Per restituire al progetto il ruolo che gli compete, però, i decisori pubblici devono mettere la parola “fine” ad una serie di comportamenti che hanno determinato e determinano ritardi nell’esecuzione delle opere, lievitazione dei costi, esplosione del fenomeno delle varianti in corso d’opera. Si tratta, in primo luogo, di porre fine all’appalto integrato affidato sulla base del progetto preliminare che, lasciando carta bianca alle imprese di costruzione anche nell’attività di progettazione, rischia di portare a definire scelte progettuali più vicine alle esigenze delle stesse imprese che non a quelle della pubblica amministrazione. Si tratta, poi, di abbandonare l’idea di poter svolgere le attività di progettazione esclusivamente con le risorse dell’incentivo del 2% riconosciuto agli uffici tecnici interni alla pubblica amministrazione. Per una buona progettazione è necessario destinare almeno una somma compresa tra il 10% ed il 15% del valore dell’opera, che, comunque, me lo lasci dire, risulta decisamente lontana dalle percentuali destinate alla progettazione nei principali paesi europei. Gli uffici interni della p.a. potrebbero occuparsi della progettazione preliminare che contenga però tutti i provvedimenti assentivi necessari all’esecuzione dell’opera; ai professionisti esterni deve essere, invece, affidata la progettazione definitiva ed esecutiva, magari unificata in una unica fase progettuale. Sulla base di un progetto esecutivo così elaborato, l’affidamento dei lavori potrebbe essere basato solo sul criterio del prezzo più basso, accrescendo la concorrenza tra gli operatori e riducendo i tempi di affidamento e il livello di contenzioso.


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