Contabilizzazione e termoregolazione: un binomio possibile o necessario?

Vi è un grande fermento sia a livello mediatico che anche tra i professionisti sui temi dell’efficienza energetica e dell’impatto ambientale collegato.
Anche da un punto di vista normativo, i recenti decreti pubblicati come attuazione dell’Art. Legge 90 (ovvero il DM 26 Giugno 2015 relativo ai requisiti minimi e il decreto ministeriale pari data recante la nuova formulazione del protocollo di produzione di un Attestato di Prestazione Energetica) si contraddistinguono per un deciso incremento sulle prescrizioni a cui assoggettare i nuovi edifici.
Quest’approccio, pur meritevole, rivela però da un punto di vista generale un limite applicativo: per quanto si riduca il fabbisogno energetico richiesto da un nuovo edificio, questo fabbisogno, ammesso che si tramuti tal quale senza ulteriori aggiunte (leggi perdite ovvero spreco) in equivalente consumo, non potrà che accrescere (seppur di poco) il consumo globale dell’intero stock edilizio.
Se vogliamo quindi prefiggerci obiettivi ragionevoli di significative riduzioni dei consumi non possiamo non affrontare il parco edilizio esistente, costituito per la maggior parte da involucri assai poco performanti.
La componente impiantistica di tali contesti è stata sempre caratterizzata da una colpevole trascuratezza per quanto riguardava la regolazione per singolo ambiente, spesso confusa con la compensazione climatica resa obbligatoria per legge, che, però, se applicata da sola non risolve ma anzi peggiora la situazione.
La regolazione per singolo ambiente riveste il ruolo di cerniera tra edificio ed impianto e consente di sfruttare pienamente anche i successivi interventi praticati sull’involucro edilizio, generando un minor consumo a fronte di un minor fabbisogno.
La regolazione però è stata fino ad un recente passato confinata ad alcuni interventi limitati e solo ultimamente si è provveduto alla diffusione su scala essendo però la domanda trainata da obblighi imposti o dagli incentivi prescrittivi legati alle detrazioni fiscali . Tale approccio ha banalizzato tali interventi generando quindi contenziosi dovuti alla mancata attuazione delle aspettative indotte nella committenza.
Questo fatto è dovuto tanto ad una ignoranza specifica dei principi che regolano l’idraulica (parlo dei sistemi idronici che sono i più diffusi nel parco di edifici esistenti) da parte di progettisti, installatori e conduttori, quanto a poco corretta informazione trasferita all’utenza che si trova impreparata a gestire una vera e propria rivoluzione di abitudini.
Tra l’altro l’enfasi derivante dalla applicazione del D.lgs 102 2014 sulla contabilizzazione del calore (con obbligo di dotazione dei dispositivi di contabilizzazione entro il 31 Dicembre 2016) ha spostato il focus anche mediatico sulla tematica importante ma non decisiva della ripartizione delle spese.
Questa tematica è prevalente per quanto riguarda i rapporti interni dei condominii, spesso se non sempre difficili e travagliati, ma riveste una importanza decisamente minore sul fronte dell’efficienza in quanto la contabilizzazione è sinergica ed efficace per “obbligare” l’utilizzatore a cambiare abitudini utilizzando correttamente i nuovi dispositivi introdotti, ma risulta “STERILE” se introdotta senza generare quel recupero di efficienza dovuto alla introduzione di un sistema di termoregolazione, correttamente progettato, bene installato e condotto con sufficiente padronanza e consapevolezza.

Tra l’altro si assiste ad un acceso dibattito su come ripartire la “torta dello spreco” generato, con leziose e stucchevoli dispute sulla suddivisione di componenti di spesa che dovrebbero essere minoritarie, anziché impiegare le stesse risorse nella ricerca, spesso NON impossibile, di come ridurre l’ampiezza della “torta” sopra citata.
Personalmente ritengo prevalente un percorso di rivisitazione culturale che passi attraverso l’aggiornamento professionale dei tecnici (siano essi progettisti piuttosto che installatori/manutentori/terzi responsabili) e su un processo di informazione corretta e continua dell’utenza finale da attuarsi facendo squadra e non disperdendo energie.
Da questo punto di vista le notizie che arrivano anche dai tavoli normativi non sono incoraggianti in quanto spesso risultano prevalenti gli interessi commerciali collegati a queste dinamiche, quantunque fisiologici e per lo meno in parte anche comprensibili.
Risulterebbe necessario rafforzare il potere di effettivo controllo della Pubblica Amministrazione magari ricorrendo in un ottica di sussidiarietà a competenze esterne (Ordini e Collegi) alla Amministrazione stessa che pare però affetta dal riflesso pavloniano di correlare gli obiettivi da raggiungere agli organici da mantenere od accrescere.
L’auspicio è quello che cresca una maggiore consapevolezza su questi temi e che venga richiesto ad ogni operatore coinvolto di rispondere sempre del proprio operato, in termini di funzionalità, sicurezza ma anche non ultimo di prestazione energetica da garantire.
Contrariamente a quanto si può pensare non mancano gli strumenti anche facili da acquisire e da utilizzare per garantire questo controllo: latita forse la volontà di utilizzarli.