Il GEOLOGO e le CONSULENZE TECNICHE in ambito FORENSE

Negli anni ormai lontani dell’inizio della mia professione, come molti mi sono iscritto nelle liste dei consulenti del Tribunale della mia città. Confesso che però che lo feci pensando che era una opportunità di lavoro e di relazioni. Mi sbagliavo.
Sapevo qualcosa di geologia, nulla o poco di diritto e di tutto quello che è collegato direttamente o indirettamente all’attività di consulente in ambito giudiziario. Negli anni successivi sono stato consulente di parte in procedimenti civili e penali, componente di collegi arbitrali, consulente di procure, consulente del Giudice. Ho servito persone fisiche,  amministratori pubblici, grandi aziende private e pubbliche.
Da molti anni però ho deciso di abbandonare questo campo e in linea generale, salvo rarissime eccezioni, rifiuto incarichi in quest’ambito. Le ragioni di questo di questa mia scelta costituiscono in qualche modo, sebbene indirettamente,  il corpo di questo intervento.


Qui non tratterò quindi del diverso significato fra consulenza e perizia nei procedimenti penali né tratterò degli aspetti formali e sostanziali sulla nomina del Consulente Tecnico d’Ufficio o di Parte, sui suoi doveri, sulle procedure che egli deve adottare e rigorosamente rispettare, o ancora sui rapporti che deve avere con le parti e con il Giudice.
Tratterò, se mi riesce, di comportamenti e di etica, di scienza e di coscienza. Parole e concetti che dovrebbero indirizzare i nostri comportamenti quotidiani, che dovrebbero essere, ma purtroppo non sono,  imprescindibili laddove si parli di giustizia e di giurisdizione ed anche, mi si passi, più in generale di attività professionale.
Ciò che dirò quindi è rivolto a tutti, ai neofiti e a quelli che neofiti non sono ma anche a coloro che coltivano l’intenzione di dedicarsi, nella loro professione, anche alle consulenze giudiziarie.

La consulenza tecnica per il Giudice, per il pubblico Ministero, per le parti civili, per parte attrice o convenuta, per il giudice nei procedimenti civili, come Presidente o componente di un Collegio Arbitrale in procedimenti extragiudiziali, è atto di una delicatezza assoluta che implica non solo scienza, ovvero il sapere, le capacità e l’esperienza professionale ma anche coscienza, nell’accezione che vuole questo termine intimamente legato alla “sensibilità morale” ovvero alla capacità di valutare la rispondenza delle proprie azioni e dei propri comportamenti a determinati valori morali.

Meglio, sono questi valori morali che devono indirizzare le nostre azioni.

Scienza e coscienza sono facce di una stessa medaglia e costituiscono nel loro insieme un principio indissolubile di un modo di essere. I tecnici, devo dire purtroppo, soffrono più di altri del mal di adattamento: adattamento alle circostanze,  adattamento ai clienti. E se dovessimo giudicare dagli equilibrismi che molti fra questi mettono in atto durante le loro consulenze in ambito forense dovremmo dire che è principio misconosciuto.

Dobbiamo essere consapevoli, e consapevoli sta per intimamente convinti,  che questo binomio non è una formula astratta ma un vero e proprio orientamento per bene esercitare la propria professione.

In fin dei conti l’autorevolezza di una persona, dote per altro poco riconosciuta e della quale difettano assi spesso proprio le persone che ricoprono ruoli di comando, non si impara ma si costruisce nel tempo. L’autorevolezza non ci appartiene ma ci viene riconosciuta dagli altri che in te vedono e riscontrano serietà, preparazione, onestà intellettuale, rigore morale, generosità, fermezza e coerenza, perché nella quotidianità applichi, prima di tutto a te stesso, le regole e i principi che auspichi che anche gli altri facciano propri.

Siccome ci addentriamo nel campo dell’integrità morale dobbiamo essere altrettanto convinti che non esiste altro presupposto se non quello di cominciare da noi stessi a pretendere integrità assoluta.

Perciò mi sento di potere e dovere affermare che quanti non hanno l’abitudine di approfondire davvero gli argomenti, scavando in profondità anche negli aspetti che sono o sembrano marginali, di capirli senza altro pregiudizio se non quello di interpretare correttamente la realtà, la realtà geologica o dei fatti, indipendentemente da chi gli abbia dato l’incarico, che non possiedono senso critico, che non hanno l’umiltà di considerare e valutare disinteressatamente quanto viene proposto da altri, che non hanno la convinzione ferma di bene e fedelmente adempiere alle funzioni affidategli al solo scopo di far conoscere al giudice la verità, e ultimo ma non ultimo, coloro che non hanno la forza o pensano di non avere la forza e la determinazione di non corrispondere alle suggestioni e alle pressioni che talora troviamo lungo il nostro cammino professionale e non solo, ebbene questi devono astenersi dall’assumere incarichi di giustizia sia come periti di parte che, a maggior ragione, come CTU o consulenti del giudice. Il professionista che assume un incarico sapendo di non essere sufficientemente preparato e attrezzato commette un tradimento di questi valori ma tradisce anche chi, assolutamente ignorante della materia, a lui si affida nella convinzione  del suo sapere, delle sue capacità, della sua integrità.

E’ per questo che io ritengo che la consulenza tecnica in ambito legale non dobbiamo, né possiamo intenderla, come un lavoro uguale a tutti gli altri. E’ per questo che ho esordito dicendo che commisi un grande errore 35 anni fa quando mi iscrissi all’albo dei consulenti perché sebbene pronto a fare la mia parte in ossequio anche a quei principi confesso che non ero preparato a dover constatare con incredibile frequenza la superficialità con cui molti colleghi si approcciavano alla materia.

Nella misura in cui il consulente contribuirà a che il Giudice deciderà addirittura della libertà di un individuo o, più spesso, della sua onorabilità, ovvero inciderà sul suo patrimonio e sulla sua stessa storia professionale, e con esso inciderà anche nella vita dei familiari, voi capite che proprio in virtù di questo, l’approccio a questo tipo di attività non può avvenire alla leggera. Due questioni di carattere generale che ritengo importanti.

La prima è che dobbiamo sempre aver ben presente, mi riferisco alle consulenze per organi giurisdizionali, che nello svolgimento del compito ricevuto, il consulente partecipa all’esercizio della funzione giudiziaria e deve pertanto assolvere ai suoi compiti nel rispetto dei principi di terzietà e imparzialità che connotano quella funzione in uno Stato davvero democratico. Tanto è vero che ad esso si estendono le norme disposte per il giudice sull’astensione e sulla ricusazione, la prestazione del giuramento, la possibilità di incorrere in responsabilità civili, penali e disciplinari per comportamento infedele.
La seconda, che io stimo addirittura più importante della precedente, è che il geologo tratta esclusivamente di territorio, nell’accezione più ampia di questo termine, e di tutte le sue componenti,  territorio che ha le sue leggi, talora anche molto complesse, che non possono essere mistificate e non possono essere disconosciute. Il rispetto di queste leggi costituisce un imperativo per tutti ma particolarmente per il geologo che nell’ambiente e nel territorio deve vedere una sorta di super-committente.  Noi sappiamo bene che, prima o poi, l’ambiente presenta il conto all’uomo che molto spesso non usa ma abusa dei luoghi in cui vive.

Ciò che voglio dire è che fare bene il proprio lavoro è un dovere indiscutibile. Tutte le volte che agiamo superficialmente perché poco preparati di fronte ad un problema noi tradiamo quelle leggi. Tutte le volte che noi adattiamo le nostre conclusioni a cosiddette superiori esigenze politiche, a considerazioni economiche, alle necessità degli amici, noi tradiamo quei principi.

Lealtà, correttezza, preparazione, prudenza.  Giusto in quest’ordine, quattro concetti che diventano parole d’ordine indispensabili e non altrimenti declinabili per il geologo che voglia svolgere queste funzioni, da tenere sempre a mente e servire fedelmente senza compromessi.

La lealtà che guarda caso deriva dal latino legalitas, indica una componente non già del carattere come qualcuno dice e scrive ma, piuttosto, un modo di vivere e di operare. Una persona sceglie di obbedire a particolari valori di correttezza e sincerità anche in situazioni difficili; anche quando è lui stesso a perdere qualcosa. Facile a dirsi, difficilissimo a farsi. Ed è cosi desueto che chi si attiene a questo principio ha difficoltà grande ad essere preso sul serio e, in taluni luoghi, anche a lavorare.

In una società come la nostra dove appare più moderno ed apprezzato primeggiare destreggiandosi come funambuli  nella via tortuosa della precarietà, dove impera l'agonismo esasperato, apparire, o adattarsi con vorticosa velocità alle trasformazioni culturali per il raggiungimento dell’esclusivo benessere personale, anche a scapito dei nostri simili, quella della lealtà sembra una virtù personale antiquata, certamente in forte declino.
Eppure, se vogliamo sperare in un futuro migliore per noi sebbene o per i nostri figli e nipoti che ne hanno una vita di fronte, dobbiamo augurarci si possa recuperare tutti un po’ di questo valore che discrimina le persone perbene dagli altri, una società davvero civile e democratica da una “non società”.

Nella fattispecie di cui sto parlando la lealtà si esplica intanto nei confronti dell’argomento che richiede la nostra risposta. Un approccio inappropriato o insufficiente, per nostra ignoranza o peggio per superficialità, e mai sia per difendere interessi non legittimi di qualcuno, ci conduce sempre verso conclusioni errate.
Così sulla nostra coscienza graverà non solo il nostro errore ma quello che anche inconsapevolmente abbiamo indotto negli altri. E arriverà il momento in cui quella stessa coscienza ci presenterà il conto.

La correttezza che si manifesta in vari modi. Intanto nel linguaggio che deve essere privo di errori, poi nel corretto comportamento non solo o semplicemente verso gli altri perché se ne abbia rispetto e si usi la buona educazione, ma anche e forse soprattutto nei confronti della giustizia intesa sia come apparato sia come compendio di leggi, nello stile di vita perché è indispensabile  essere noi i primi a rispettare le regole e le leggi anche quelle che possono apparire sciocche o vetuste.
E anche questa se intesa come valore è particolarmente desueta.

Ad un qualsiasi consulente si richiede la perfetta correttezza nei confronti della scienza e degli interlocutori. C’è invece chi si innamora delle proprie conclusioni e magari le sostiene oltre l’insostenibile. Vi è in molti una sorta di egoismo/orgoglio scientifico e tecnico che talora rasenta l’arroganza: io sono bravo, tutti gli altri sono nullità. Un atteggiamento purtroppo molto più diffuso di quanto non si creda che fa male a tutti compreso ai tempi del giudizio che si allungano a dismisura perché le tesi formulate, anche le più assurde e strampalate, vanno comunque smontate.

La preparazione. Ovvero la scienza e l’esperienza. Ma se quest’ultima si forma con lo stesso dipanarsi della vita, in questo caso vita professionale di un individuo, che fa tesoro e analizza il suo operato anche a posteriori, la prima, la scienza, il sapere è frutto di studio, di comprensione, di riflessione, di applicazione e di aggiornamento. Io so bene che le nostre Università non preparano convenientemente gli studenti ad approcciarsi al mondo ed all’attività professionale ma è anche vero che la nostra è una professione in divenire perciò spetta a ciascuno di noi essere aggiornato con i tempi nella materie che più ci interessano e nelle quali operiamo.
Questa della insufficiente preparazione è purtroppo una casistica molto diffusa e di per se non sarebbe fatto negativo giacché nel mondo di oggi non è pensabile essere ferrati in tutte le diverse materie che rientrano nel mondo molto ampio delle scienze della terra. E’ negativo laddove si sia chiamati a discriminare su una questione specifica per esempio una frana piuttosto che la comparsa di sistemi fessurativi complessi in strutture o ancora  della perdita di acqua in un pozzo o in una sorgente senza avere conoscenze specifiche di geomorfologia, di geotecnica o di idrogeologia.

La prudenza che non è semplicemente una delle quattro virtù cardinali ma una delle virtù che hanno permeato la morale occidentale sin dall'antichità, in specie quella romana. Essa è quella virtù che dispone l'intelletto all'analisi accorta e circostanziata del mondo circostante. Mi chiedo quanti oggi coltivano questa dote. Accendete la televisione e sintonizzatevi per dieci minuti con uno solo dei tanti talk show che sembrano andare per la maggiore e ditemi quale potrà essere il futuro di tanti giovani a cui si insegna di fatto certamente non la prudenza ma la prevaricazione, la violenza verbale se non addirittura la sopraffazione.

Eppure in tanti disastri cosiddetti naturali o provocati dall’azione sconsiderata dell’uomo, che spesso ha rasentato l’arroganza della conoscenza, se soltanto si fosse applicata con più rigore questa virtù oggi non conteremmo lutti.

Voglio fare un esempio: i bacini di decantazione della miniera di Prestavel, a Stava,  in Trentino Alto Adige del quale proprio nel luglio scorso è stato ricordato il 30° anniversario.  Due bacini artificiali con argini in terra costituiti prevalentemente dalle scorie di lavorazione del minerale estratto, con pendenze quasi del 100%. Costruiti in tempi diversi, uno sull’altro in un luogo chiamato Pian della Pozza o Pozzole. L’argine di ritenuta del bacino superiore poggiava sui limi di quello inferiore.
Un tecnico serio che fosse andato sul posto, intendo dire camminato su quegli argini e nelle aree circostanti, avrebbe certamente rilevato gli innumerevoli segni di equilibrio limite di tutto il complesso. Ma nessuno fece nulla. E alle 12.25 del 19 luglio del 1985 crollò l’argine  a monte che provocò la rottura dell’argine più a valle e l’immensa colata di fango e detriti, valutata in oltre 170.000 m3, che ne seguì distrusse il paese di Stava e il fondo della valle omonima. Morirono 268 persone. 62 edifici e 8 ponti furono distrutti.

So bene che si fa presto a parlare a cose fatte ma non credo di dire una emerita sciocchezza se affermo che se coloro i quali avevano responsabilità di controllo avessero applicato il principio della prudenza non avremmo ricordato 30° anniversario di una delle pagine più tristi e buie della tecnica italiana.

Desidero qui precisare che servire il Giudice o una parte,  solo apparentemente ci mette su piani diversi. Il Giudice ci affida un incarico che noi accettiamo con una formula di giuramento e la parte ci chiama perché di noi si fida, in questo caso non sono necessari atti formali se non la comunicazione che i legali devono fare per farci stare appieno titolo nel procedimento, ma nella sostanza non vi è differenza fra l’uno e l’altro.
A parte gli incarichi di consulenza che dovessero venire da una Procura, siamo quindi nel campo delle indagini penali, che non potremmo rifiutare salvo la sussistenza delle ragioni di cui all’art. 36 del cpp , tutti gli altri possono essere rifiutati motivatamente e il primo motivo di rifiuto dovrebbe essere, per l’appunto, l’avere consapevolezza della nostra personale insufficiente preparazione nei confronti dell’argomento in discussione. Se, tanto per fare un esempio, uno non sa di idrogeologia e la ragione del contendere rientrasse in quest’ambito meglio sarebbe passare la mano: per rispetto agli attori del problema, per rispetto alla scienza, per rispetto alla nostra professione ed alla stessa categoria cui apparteniamo.
Quanti errori di giudizio sono stati o vengono tutt’ora commessi perché il CTU era poco o punto preparato sulla disciplina specifica? Purtroppo tantissimi.
E’ infatti molto diffusa la convinzione che “in qualche modo” si riesca a sopperire alla personale ignoranza . Ora se questo può essere vero nella quotidianità dove c’è anche il tempo di studiare e di fatto colmare il “gap” di conoscenza specifica, in una causa questo tempo non c’è ma, cosa ancora più grave, non sapremmo neanche cosa cercare,  cosa osservare, come valutare, quali indagini specifiche chiedere o eseguire, che domande fare ad eventuali testimoni, come restituire le informazioni assunte e come presentarle al giudice. E’ un errore questo, tanto diffuso quanto grave. Tanto più grave secondo il ruolo che svolgiamo: se CTU avremmo una capacità notevolissima di influenza sul giudicante, se consulente di parte non potremmo servire al meglio il nostro cliente. Per non dire dei rapporti con i colleghi presenti che, in specie nella cause civili o penali che siano, sono sempre agguerriti e decisi a far prevalere la loro tesi anche, talora, a scapito della verità oggettiva. A questo proposito non sto mettendo in discussione il diritto alla critica e l’avere un diverso convincimento sto mettendo in discussione la pratica, molto diffusa, della denigrazione del collega pur di avere ragione  .

Così quando qualcuno ci chiama, prima di consigliare di intentare una causa si dovrebbe studiare il problema sotto ogni aspetto ed esporre preventivamente le nostre convinzioni al possibile cliente perché faccia la cosa più giusta. Non sempre una causa è necessaria e talvolta, anche in presenza di ragioni che sembrano oggettive, forse vale considerare e proporre altri tipi di soluzione se i tempi prevedibili per l’evoluzione della causa possano ragionevolmente essere previsti in molti anni.

Altro aspetto che pochi considerano contribuendo così a fare una grande confusione in tutti è che i nostri interlocutori, avvocati piuttosto che procuratori della repubblica o giudici ci chiamano perché ad essi manca la capacità di dipanare un problema squisitamente tecnico che solo esperti di quella materia possono garantire. E’ quindi particolarmente importante fare attenzione al linguaggio che si usa e alla semplicità di esposizione affinché anche chi non ha dimestichezza con la materia possa comprendere appieno le nostre considerazioni.

Nel dipanarsi della causa e degli accertamenti è indispensabile arrivare ad un convincimento personale motivato e razionale delle conclusioni. Si assiste spesso, al contrario, ad un atteggiamento di rimessa teso solo a far vincere la propria parte piuttosto che servire la verità.

Come certamente saprete la geologia non è scienza esatta almeno nella accezione comune di questo termine. E’ anche vero però che i margini di indeterminatezza che ancora permangono su varie questioni della nostra professione si sono notevolmente ridotti negli ultimi anni. Oggi per esempio abbiamo tutta una serie di ausili un tempo impensati che raffinano di parecchio le nostre conclusioni.

Un’altra questione. Mai vergognarsi dei dubbi. Può accadere infatti che nell’esame di una situazione particolarmente complessa e difficile permangano dei dubbi. E’ corretto che il consulente illustri questi dubbi sotto tutte le angolature. Far finta che non esistano o di non averne è la premessa per sbagliare e indurre gli altri in errore.

Infine un ultima questione che voglio sollevare, approfittando anche di questa sede, anche se non rientra a pieno titolo nell’argomento che ho cercato di trattare. Mi riferisco alla consuetudine, purtroppo generalizzata in molti Tribunali, della concentrazione di incarichi di consulenza tecnica d’ufficio. Ho conoscenza di studi tecnici che svolgono solo consulenze d’ufficio. So bene che il giudice non è tenuto ad attingere da quell’albo.

Credo però di poter serenamente affermare che l’eccessiva concentrazione di questi incarichi nuoce grandemente alla considerazione che si deve avere dell’amministrazione della giustizia e allo stesso consulente il quale negli anni diventerà certamente esperto in procedura ma correrà il rischio, per forza di cose, a non curare come dovrebbe la propria preparazione ed aggiornamento, in questo caso tradendo uno dei presupposti necessari per la stessa iscrizione all’albo dei periti ovvero il requisito della competenza tecnica e, dio non voglia, anche a quello della specchiata condotta morale.