Conoscenza – prevenzione – sicurezza. Qualche ulteriore riflessione

Sono passati vari giorni dalle ultime scosse distruttive nel centro Italia e l’argomento “rischio sismico” sta tornando lentamente ma inesorabilmente nel dimenticatoio mediatico.

Per certi versi non è un male; pensiamo alle fesserie propinateci con l’occasione da perfetti incompetenti in materia, forse non adeguatamente contrastati da chi avrebbe dovuto farlo ...
Per noi tecnici, comunque, il problema della sicurezza sismica non va mai in secondo piano, perché sappiamo che questi temi torneranno a farsi vivi, ed allora, pur consapevole del rischio di risultare noioso, ripetitivo ed anche antipatico (in particolare in alcuni settori dell’ambiente dei beni culturali) riporto in questo contributo (non breve, lo ammetto…) qualche riflessione maturata o riaffermata a valle degli ultimi disastrosi eventi.
 
L’articolo è diviso in due parti.
 
Nella prima mi domando, retoricamente, come mai, pur sapendo come stanno le cose (grazie alle conoscenze ormai acquisite sulla vulnerabilità delle costruzioni e sulla pericolosità sismica) non si sia attivato, nel nostro Paese, quel percorso virtuoso della prevenzione capace di limitare i danni.
La seconda parte è un approfondimento sul tema specifico dei beni culturali, oggetto comunque di qualche riflessione anche nella prima parte.
Potrebbe sembrare, quello che ho scritto, una critica alla Gino Bartali (“è tutto sbagliato, è tutto da rifare!”) ma in realtà non è così.
Al di là dell’amaro “disappunto” (eufemismo) che traspare dal testo, nella sostanza questo articolo ha intenzioni costruttive e si rivolge ai tecnici di buona volontà, professionisti o funzionari delle Soprintendenze o del Genio civile, suggerendo alcuni spunti, dai quali, chi vuole, può trarre qualche occasione di riflessione.
L’appello, in particolare, è rivolto a chi ha voglia di aggiornarsi e di crescere nel sapere, perché anche qui, come sempre, la cultura e la conoscenza rappresentano il modo migliore di affrontare i problemi.
A quanti, infine, vedessero questo come lo sfogo e la rabbia di un vecchio brontolone, rispondo che sì, hanno ragione su tutto, salvo un punto: non è rabbia, è dolore. Dolore per tutto quello che si è perso e che si continuerà a perdere, se proseguiamo su questa strada.
 
Parte prima: Conoscenza – prevenzione – sicurezza. Perché non funziona?
 
Dove e perché si blocca questa sequenza logica, in grado di ridurre crolli, lutti e danni? In fin dei conti, dovrebbe essere il percorso più logico e naturale.
Quanto avvenuto nei sismi passati dovrebbe aver portato tutti a percepire l’effettivo, elevato rischio presente in determinate zone del nostro Paese, e questa consapevolezza, insieme alla capacità di individuare i problemi strutturali (le vulnerabilità) delle nostre costruzioni dovrebbe spingere decisamente verso interventi di prevenzione.
Facendo questi interventi si aumenterebbe il livello di sicurezza, diminuirebbero i danni alle persone e alle cose conseguenti ad un sisma, e al termine di questo percorso avremmo risparmiato in termini sia economici che di vite umane, limitando anche le perdite di beni culturali.
Perché dunque, almeno sino ad ora, così poca prevenzione è stata fatta?
Una delle spiegazioni, ma non la sola, potrebbe essere che in realtà la percezione del rischio non c’è, o almeno non è tale da innescare quel processo virtuoso prima accennato.
Ad esempio, alzi la mano chi, il 23 agosto scorso, aveva tra le sue preoccupazioni quotidiane quella di un possibile sisma devastante in Italia.
Nella quasi totalità del Paese, a ormai quattro anni dal terremoto emiliano, il pericolo sismico era infatti tornato nei limitati spazi degli addetti ai lavori: protezione civile, mondo professionale, mondo della ricerca.
Dopo il 24 agosto, invece, per intere settimane era diventato questo, improvvisamente, l’argomento numero uno del Paese, per affievolirsi però e sparire quasi del tutto dopo la metà di ottobre.
I nuovi eventi del 26 ottobre e del 30 ottobre, stavolta, per fortuna, senza vittime, e le gravissime perdite di beni culturali hanno nuovamente riacceso l’attenzione generale, ma tra qualche giorno la percezione del rischio ritornerà nuovamente sotto la soglia di attenzione.
Eppure, se c’è una cosa sicura, è che eventi tragici come quelli passati ritorneranno, e in determinate zone del Paese produrranno gli stessi disastri, se non più grandi.
Quali siano queste zone, grazie alle conoscenze che ci derivano dal mondo scientifico, lo sappiamo, e sappiamo anche quali sono i problemi strutturali delle costruzioni esistenti che predispongono a crolli o danni gravi.
Il buon senso suggerirebbe quindi di seguire quel percorso logico e virtuoso che dalla conoscenza porta agli interventi di prevenzione e quindi ad un migliore livello di sicurezza.
Spesso invece, per non dire quasi sempre, ci si ferma a questo primo passaggio, tra conoscenza e prevenzione, e le informazioni acquisite restano del tutto inutilizzate.
Che a dimenticarsi di questi rischi siano i singoli, ovvero le persone comuni, è psicologicamente giustificabile e comprensibile, derivando da una logica di autoprotezione che la mente di ciascuno di noi attiva, inconsciamente, nei confronti degli eventi infausti.
Non è ammissibile, invece, che queste dimenticanze riguardino chi ha la responsabilità pubblica della tutela delle vite umane e dei beni culturali.
Lo Stato non può ignorare conoscenze scientifiche ormai acquisite e peraltro i Ministeri preposti, con le loro diverse articolazioni, hanno le risorse umane e materiali per valutare le diverse situazioni di rischio ed agire di conseguenza, ovviamente per quanto possibile.
Se invece, pur sapendo cosa ci aspetta, non si fa nulla o si fa poco, allora, in pieno accordo con l’adagio “si raccoglie quello che si semina”, le cose vanno come abbiamo visto….
 
Conoscenza della pericolosità
 
Che gli eventi sismici seguano o meno una distribuzione poissoniana, come assunto nella normativa vigente, è una discussione scientificamente interessante, ma in pratica quello che conta è la constatazione, banale, che i fenomeni fisico-meccanici che sono alla base del problema sono attivi da milioni di anni e certo non si fermeranno adesso. Sappiamo quindi che con essi, comunque, ci dobbiamo confrontare, sempre.
La Giustizia, peraltro, si è espressa su questo punto in termini molto chiari: i terremoti “rientrano nelle normali vicende del suolo” (così è scritto in varie sentenze di condanna di quanti sostenevano, a loro discolpa, “l’imprevedibilità dell’evento sismico”) e di essi quindi dobbiamo sempre tenere conto.
Un altro pronunciamento della Cassazione del 2016, riassumendo alcune sentenze precedenti, afferma che “in breve, si tratta di eventi con i quali i professionisti competenti sono chiamati a confrontarsi senza poterne addurre fondatamente la relativa scientifica imprevedibilità”.
Quindi, nella sostanza, se siamo in una zona dichiarata sismica dobbiamo comportarci come se il sisma potesse avvenire in qualsiasi momento.
Se poi si tratta di una costruzione storica o monumentale, che, auspicabilmente, durerà ancora per secoli, allora il problema è ancora più semplice: siamo certi che essa subirà sismi di intensità rilevante e quindi dobbiamo solo decidere se vogliamo intervenire per prevenire i danni ed i crolli, oppure no.
I sismologi ci possono poi aiutare molto, fornendoci indicazioni più che chiare ed attendibili su dov’è che ci dobbiamo attendere i problemi più gravi.
Ad esempio, per gli eventi più recenti nel Centro Italia, sarebbe bastato leggere i risultati delle ricerche di qualche anno fa di alcuni noti sismologi. Una delle cartine riportate in questi lavori (ved. Fig. 1) fa pensare ad un tragico tiro al bersaglio, con uno dei centri indicato con drammatica precisione.
Come si potrebbe dire che non conoscevamo il livello elevatissimo di pericolosità sismica di quelle aree, poi effettivamente colpite?
 
 
 
Fig. 1 – Probabilità di avere un sisma di magnitudo > 5.5 nel medio periodo (10 anni). Tratta da un articolo del 2003, di Licia Faenza, Warner Marzocchi and Enzo Boschi: “A non-parametric hazard model to characterize the spatio-temporal occurrence of large earthquakes; an application to the Italian catalogue”, su Geophys. J. Int. (2003) 155, 521–531.
 
Conoscenza della vulnerabilità
 
La conoscenza del comportamento sismico delle costruzioni esistenti ha fatto molti passi avanti negli ultimi anni.
Per le costruzioni murarie sappiamo quanto sia importante la qualità meccanica della muratura e oggi sappiamo valutarla sia sperimentalmente che anche semplicemente guardandola sulle facce dei paramenti e nello spessore, verificando quanto essa risponda ai requisiti delle regole dell’arte.
Sappiamo che sotto azioni sismiche violente edifici di qualità muraria scadente si disgregano ed implodono, lasciando a terra solo cumuli di macerie.
Sappiamo che per queste tipologie murarie meccanicamente povere il primo obiettivo di un intervento deve essere quello di portare la muratura a possedere quel minimo di capacità meccanica necessaria per avere un comportamento da materiale strutturale, altrimenti qualsiasi altro intervento risulta inutile.
Sappiamo poi che i problemi delle costruzioni di scarsa qualità muraria possono aggravarsi moltissimo se gli originali solai e tetti lignei sono stati sostituiti con pesanti elementi in latero-cemento.
Ma sappiamo anche che se la qualità muraria è insufficiente o i collegamenti tra gli elementi sono inesistenti o inefficaci, anche gli edifici con coperture e orizzontamenti leggeri subiscono crolli devastanti, come abbiamo visto anche nel sisma del 24 agosto 2016.
Tornando proprio a quell’evento, occorre dire che il comportamento sismico di quelle costruzioni non era certo imprevedibile. Un minimo di analisi della qualità muraria e delle connessioni tra gli elementi avrebbero indicato, con lampante evidenza, la gravità della situazione.
Discorso del tutto diverso per molti degli edifici della Valnerina, dove gli interventi post sismici passati (1979 e 1997-98) pur appesantendo ed irrigidendo quelle costruzioni, le hanno rinforzate in modo efficace e sostanziale. Lo si è ben visto a Norcia il 30 ottobre 2016 (magnitudo 6.5): zero vittime, nonostante che in quel momento almeno un migliaio di persone fossero presenti in quelle case vicinissime all’epicentro.
 
Conoscenza dell’esposizione
 
Ad Amatrice, relativamente alla presenza di persone nelle costruzioni al momento del sisma, peggio di così non poteva andare, per le diverse coincidenze (estate, sagra, notte).
Queste concomitanze così negative non devono essere viste però come un caso raro. Purtroppo ci sono molte zone, nel nostro Paese, dove si ha una rilevante densità abitativa in edifici altamente vulnerabili che si trovano in zone ad elevata pericolosità sismica.
Di altissimi livelli di esposizione si può parlare anche per i beni culturali, data la presenza, in molte delle aree maggiormente a rischio, di un patrimonio culturale di immenso valore, che infatti poi, di sisma in sisma, viene perduto irrimediabilmente.
 
Conoscenza del rischio
 
Dalla conoscenza degli elementi prima accennati si hanno immediatamente delle indicazioni di tipo qualitativo, molto semplici, se vogliamo anche banali, utili comunque per valutare il rischio, caso per caso e zona per zona, decidendo poi su quanto serve nei casi più gravi.
Ad esempio, c’è una situazione che si presenta con notevole frequenza: è quella di costruzioni murarie di scadenti proprietà meccaniche, prive di collegamenti, derivanti spesso da stratificazioni di interventi più o meno “arrangiati”. Sono difetti gravi, ma che non incidono più di tanto se ci si trova in aree dove il problema sismico non esiste.
Se invece siamo in zone altamente pericolose è evidente (= sappiamo) che il destino loro, come quello di chi ci si troverà dentro, è tristemente segnato, a meno che non si intervenga. L’unica incertezza è quando avverrà, ma certamente avverrà.
Lo stesso ragionamento si può e si dovrebbe fare per i beni culturali.
Se una Chiesa (tipologia costruttiva di per sé molto vulnerabile) si trova in una zona ad alta pericolosità sismica, ad esempio in Valnerina, o a L’Aquila, non possiamo ragionare come se ci trovassimo in Puglia o in Sardegna. Ed invece spesso è accaduto proprio questo….
Anche qui, dovrebbe bastare il buon senso ed un minimo di memoria storica, ricordando le centinaia e centinaia di chiese crollate nei sismi del passato, anche recente, per indicarci la necessità di un intervento. Quante volte, invece, si sono visti, e si continuano a vedere, pareri negativi da parte delle Soprintendenze anche a interventi strutturali pur semplici e poco invasivi?
Il giusto rapporto che ci deve essere tra conservazione e sicurezza ed il bilanciamento tra le diverse visioni (che poi, ricordiamoci, sono essenzialmente le stesse, cioè l’interesse del bene tutelato) appare troppe volte come quello tra Brenno ed i Romani (“Vae victis!”)con lecondizioni dettate solo sulla sola base del diritto del più forte.
A valle dei tanti disastri avvenuti per chiese e palazzi storici potremmo e dovremmo porci tante domande, che invece sono rimaste nel limbo.
Per accennarne solo alcune: perché è crollato il tamburo della Chiesa delle Anime Sante a L’Aquila? Molto probabilmente sarebbe bastata una semplice cerchiatura, invece delle iniezioni fatte nel 2004. Ma le iniezioni sono ben accettate dalle Soprintendenze (cosa che, certo per mia limitatezza, non riuscirò mai a capire, vista l’invasività/irreversibilità dell’intervento) mentre le cerchiature no.
Il problema, comunque, è che le iniezioni non forniscono quella resistenza a trazione che invece era necessaria.
Quanti incatenamenti erano presenti nelle chiese, ora ridotte a macerie, della Valnerina? Perché non c’erano?
In alcuni casi sarebbe bastata una semplice catena per evitare il disastro. Ma anche un intervento così semplice e leggero, nel passato (e talvolta anche adesso) è stato visto dalle Soprintendenze come un intervento invasivo e in nome della “conservazione” si sono volute coscientemente (o meglio, incoscientemente) mantenere situazioni strutturali di debolezza che predisponevano al disastro.
Il risultato di questo tipo di “tutela”, in una zona sismica come la Valnerina, è stato quello di andare adesso a stendere dei teli di plastica su un cumulo di macerie, nel quale i restauratori andranno poi a cercare di racimolare qualche frammento di affresco.
È questo che è avvenuto, ad esempio, in quel gioiello di arte e di storia che era la Chiesa di San Salvatore a Campi di Norcia (Fig. 2) dove gli interventi fatti dopo il sisma del 1979 hanno riguardato essenzialmente il restauro degli affreschi e delle pitture. Tali interventi, durati anni ed anni, erano stati finanziati sotto una voce che suona adesso in modo beffardo: “interventi di messa in sicurezza degli affreschi”!
Forse (anzi, quasi certamente) in questo caso sarebbe bastata una semplice catena per trattenere la spinta che ha investito ed espulso la facciata della chiesa la sera del 26 ottobre 2016, ma, nello spirito della “conservazione”, un piccolo foro su quelle pareti non era accettabile ….
Quando si comprenderà che la “conservazione”, per conservare davvero, deve confrontarsi, stante la durata della “vita” di queste costruzioni, con gli eventi gravi che inevitabilmente avverranno in quelle zone?
È davvero così difficile capire la differenza tra costruzioni “fragili” (quali le chiese) poste in zone non sismiche e costruzioni “fragili” (quali le chiese) che si trovano in zone dove certamente ci sarà prima o poi un sisma violento?
Il “miglioramento”, giustissima differenziazione nata per tutelare le costruzioni storiche, non può appiattirsi sugli stessi valori in tutta Italia, ma dovrebbe tenere conto in qualche modo delle diverse pericolosità.
 
 
 
Fig. 2 – La Chiesa di San Salvatore a Campi di Norcia (PG), prima e dopo il sisma (Foto tratte da un video dell’Ing. R. Vetturini).
 
Il bello (si fa per dire…) è che poi, a valle di un evento grave, si passa all’estremo opposto: di improvviso si può fare di tutto e di più!
Si vedano, ad esempio, i pilastroni in cemento armato di ben 2 metri di diametro, rigidissimi e resistentissimi (crollasse tutto, loro rimarranno lì, al loro posto, per sempre!) pilastroni che sono stati costruiti adesso dentro la Basilica di Collemaggio, con parere positivo da parte della Soprintendenza aquilana e nella disattenzione e nel silenzio assoluto dei pur sempre loquaci, attenti e onnipresenti critici e storici dell’arte.
Si vedano le messe in sicurezza e le demolizioni nelle zone del Centro Italia che adesso possono essere fatte da chiunque, e per le quali basta una semplice comunicazione (!) alla Soprintendenza.
Mah …
 
La prevenzione (mancata)
 
Purtroppo, come già detto, qualcosa si inceppa nel passaggio tra la conoscenza e la prevenzione, e all’analisi del rischio, in pratica, spesso segue poco o nulla.
La mancanza di interventi può avere diverse motivazioni. Il singolo privato, ad esempio, ha una percezione del rischio che ricorda la funzione delta di Dirac, (massima per un istante, cioè immediatamente dopo il sisma, zero per tutto il resto) e comunque in generale non ha le risorse necessarie.
Lo Stato invece, almeno sino ad ora, ha scelto coscientemente (o meglio, anche qui, incoscientemente) di non investire risorse nella prevenzione (o investire ben poco) lasciando quindi campo libero ai disastri sismici, andando poi a cercare le risorse, molto più ingenti, necessarie per ricostruire.
L’Aquila è un caso evidente di mancanza di prevenzione: erano stati condotti negli anni precedenti al sisma del 2009 vari ed approfonditi studi, sia di vulnerabilità che di pericolosità, ma ad essi non è seguita l’opera di prevenzione.
Per le costruzioni storiche di quella Città la filosofia della “conservazione” (intesa come “NON FARE”) degli ultimi decenni ha spesso limitato gli interventi al restauro delle facciate e delle superfici, ignorando le macroscopiche carenze strutturali di manufatti che, come certo a L’Aquila si sapeva (bastava leggere gli articoli dei sismologi) si sarebbero dovuti confrontare prima o poi con sismi rilevanti.
Questo malinteso spirito di “conservazione” è diffuso in molte Soprintendenze ed impedisce di intervenire sulle debolezze originarie di una costruzione, pur conoscendole, con l’idea che se è nata così, con quelle problematiche, così deve restare, “per rispettare i caratteri originari dell’opera...”.
Con analoga logica si dovrebbe allora accettare una patologia congenita di un figlio, rifiutando qualsiasi intervento correttivo. Mah ….
Comunque sia, chi ragiona così sembra dimenticarsi completamente del fatto che queste chiese, scuole ed altri edifici pubblici ospitano al loro interno delle persone, che entrandoci dentro e restando lì, rischiano (e in certi casi, come abbiamo visto, rischiano molto).
La tutela, cioè la conservazione, delle loro vite sarà importante almeno come quella del
mantenimento della “originalità dell’opera”?
In ogni caso, se lo Stato o chi per lui (le Soprintendenze) per motivi di “tutela” (?) non vuole rendere sicure le costruzioni che ospitano una funzione pubblica, allora avrebbe almeno il dovere di avvertire chi vi entra del rischio che corre.
Basta mettere un cartello all’ingresso con la scritta: “In caso di sisma questo edificio non è sicuro. Chi entra lo fa a suo rischio e pericolo”. Se poi si vuole fare qualcosa di più approfondito, si può riportare anche una qualsiasi indicazione del rischio (la “classe sismica” - se e quando finalmente uscirà una legge a riguardo - o il valore della accelerazione di picco sostenibile, o altro..).
Peraltro, così si fa da tempo per le problematiche energetiche degli edifici pubblici, con cartelli colorati che ci avvertono che si sta entrando in un edificio che ha una determinata classe energetica. Informazione socialmente certo importante (…) ma forse (eufemismo) non come quella relativa alla capacità di quella costruzione di resistere ad un sisma ….
Invece: nulla.
Quindi, in definitiva, o per motivi economici o per un distorto spirito di conservazione, gli interventi di prevenzione si limitano a pochi casi e la maggior parte delle costruzioni nate meccanicamente povere rimangono con queste gravi debolezze originarie, senza alcuna tutela, neppure informativa, nei confronti di chi vi entra.
Dopo ogni sisma si ripete fino alla nausea che intervenire preventivamente sarebbe stato e sarebbe molto conveniente anche economicamente, e che potremmo così limitare le gravissime perdite di vite umane e di beni culturali. Passata poi qualche settimana, tutto ritorna nel dimenticatoio; nessuno pensa più alla necessità di fare prevenzione; molte Soprintendenze ricominciano a dare pareri negativi anche agli interventi più necessari; etc etc ...
Fino all’evento sismico successivo, quando la storia ricomincia di nuovo, esattamente come prima: “bisogna fare prevenzione!”; “la sicurezza prima di tutto!”; “e poi è anche conveniente!”; etc etc…
 
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Parte seconda: La “conservazione” dei beni culturali. Ma di quale “conservazione” stiamo parlando? (Non c’è conservazione senza sicurezza)