Del Modo Tenuto per l'Adozione della Gestione Informativa

Si è tenuto il 22 Giugno 2017 il BIM Forum di OICE, che ha visto una articolata proposta di contenuti: dagli interventi oltreoceanici di John Messner e di Bilal Succar alla esposizione dei Progetti Pilota di Net e di Politecnica coordinati da Antonio Vettese, alla tavola rotonda con MIT, ANAC, Italferr, ANAS, Assoimmobiliare, alla sessione dedicata alle softwarehouse sul Common Data Environment.
A prescindere dai contenuti specifici, l'evento è stato ovviamente caratterizzato dalla diffusione dello schema di decreto del MIT sulla modellazione e sulla gestione informativa, attualmente in consultazione pubblica.
Al di là dei contenuti dello stesso, su cui occorrerà pronunciarsi alla luce degli esiti dell'inchiesta, le modalità di attuazione sembrano essere oggetto dei pensieri reconditi sia di coloro che avrebbero desiderato, come è stato, un testo essenziale sia di coloro che, al contrario, avrebbero voluto una soluzione analitica.
Le ragioni della scelta assunta, ancorché, come tutte le opzioni, passibile di discussione, sono, peraltro, facilmente desumibili dalla relazione di accompagnamento allo schema di decreto.
Ciò che preme è, però, invitare a una riflessione non banale sulla posta in gioco.
Il presupposto da cui muove lo schema è, naturalmente, che la Domanda Pubblica costituisca il driver primo per innescare i processi digitali: a questo proposito, le rappresentanze hanno sollevato la comprensibile necessità di reperire risorse per avviare la transizione digitale, in verità già in parte contemplate dal codice dei contratti pubblici.
Il punto, però, è domandarsi quale sia lo scopo, l'oggetto, dell'adozione: di primo acchito, esso suonerebbe ovvio, quale l'implementazione dei metodi e degli strumenti di modellazione e di gestione informativa.
In realtà, la autentica sfida è, anzitutto, quella di verificare la qualità della committenza nella sua dimensione analogica che, misurata in termini di Programme & Project Management, ha sinora sovente lasciato a desiderare.
Ciò significa che tutte le modalità che sono state sinora concepite per gestire digitalmente i procedimenti nei lavori pubblici, che si riflettono nel testo ministeriale così come nei documenti normativi, difficilmente potranno, in realtà, scalfire la superficie dei protocolli se mancherà il sostrato analogico.
Per prima cosa, occorre osservare come, in ogni caso, che si tratti di green field o di brown field, nello schema di decreto sia previsto che, all'interno del Capitolato Informativo, solitamente definito come insieme dei Requisiti Informativi, figuri il modello informativo dello stato esistente dell'area oggetto di attenzione.
Il che vuol dire tanto che si debba iniziare da un approccio digitale (preferibilmente, a regime, attraverso la disponibilità di una anagrafe patrimoniale digitalizzata) quanto che i dati di ingresso per la progettazione siano computazionalmente e univocamente formalizzati: contrattualmente, dunque, i dati non validati o quelli mancanti dovranno essere verificati o acquisiti all'interno delle transazioni tra stazioni appaltanti oppure amministrazioni concedenti e appaltatori ovvero concessionari.
In secondo luogo, non si deve ritenere che il Capitolato Informativo possa, anche nei casi migliori, esaurirsi nel canonico documento che, con leggere varianti, troviamo codificato nella versione anglosassone o in quella domestica.
Ciò che potenzialmente manca in quei documenti (si badi bene: documenti) sono due elementi essenziali:
1) la logica organizzativa che vede il committente strutturare e scomporre le unità funzionali spaziali e gli elementi tecnologici in funzione costruttiva, gestionale e fruitiva;
2) la capacità di formalizzare computazionalmente i fattori precedentemente evocati, assieme ai flussi collettivi e individuali di persone e di oggetti mobili all'interno dei beni immobiliari e infrastrutturali, in termini di istruttoria, da amministrare in contraddittorio coi progettisti, e di verifica successiva.
È chiaro che tutto questo ben difficilmente, quale modalità, potrebbe davvero essere contenuto nello schema di decreto o in un documento normativo, ma senza queste componenti non si potrà davvero parlare di committenze computazionalmente digitali.
Analogamente, il Piano di Gestione Informativa, così come la Offerta di Gestione Informativa, difficilmente saranno più che documenti nominali (per quanto ricchi di dati e di diagrammi di flusso) se non renderanno la natura dei processi digitali che derivano, in primo luogo, da esiti della commistione tra flussi informativi e processi decisionali.
Per questa ragione, non possiamo immaginare che un ambiente di condivisione dei dati che sia sostanzialmente un dispositivo di gestione di documenti digitalizzati a vario titolo possa essere idoneo per ottimizzare i processi decisionali sulla base dell'elaborazione, non solo dell'acquisizione e della gestione dei dati.
Lo schema di decreto, in misura incrementale, prevede, infatti, che il Common Data Environment evolva verso un Ecosistema Digitale che ibridi Information Management e Project Management.
Per questo motivo, in esso, si prevede che i processi digitalizzati (di committenza, di progettazione, di costruzione, di gestione, di fruizione) coinvolgano iterativamente, bidirezionalmente, tutti i livelli della catena di fornitura, al fine di evitare soluzioni fittizie, la cosiddetta bimizzazione.
Si tratta, allora, di non pensare lo schema di decreto come un canovaccio minimale che sarà semplicemente reso operativo da altre fonti, normative o regolamentari, pur fondamentali.
Tra l'altro, occorre osservare come, da un lato, disponiamo di riferimenti normativi domestici certamente meritori di menzione e di adozione, che cercano di anticipare i dettagli di una operatività digitale, adattando e approfondendo le fonti precedenti, ma come, da un altro lato, le norme sovranazionali e internazionali della stessa specie tentino, in maniera complementare, non sostituiva, di raggiungere una ampia condivisione sui passaggi fondamentali, oltre le preoccupazioni relative ai regimi locali e alla micro e piccola dimensionalità. 
Questo, in effetti, è l'errore che può essere generato da un desiderio di tradurre in maniera semplificata e congelata, grazie a specifiche «omogenee», pur utili, un viaggio, un percorso di maturità digitale che sarà inevitabilmente differenziato.
Lo schema di decreto non sarà, perciò sufficiente, se la narrazione che esso medesimo traccia nella relazione di accompagnamento, e che è presente fortemente anche nello EU BIM Handbook, non sarà accompagnata da un racconto proposto congiuntamente dai decisori politici e dalle rappresentanze, dando vita a una politica industriale che tessa le trame di Connettere l'Italia, Casa Italia, Piano Periferie e quant'altro.
Senza una strategia improntata alla Digital Built Italy, parallela al Piano Nazionale Industria 4.0, nessun decreto ministeriale né alcuna norma volontaria potrà davvero consentire una maturazione piena del Settore delle Costruzioni e dei suoi stessi operatori.
D'altra parte, se ci rifacciamo alla Trasformazione Digitale dell'Industria dell'Autoveicolo dobbiamo riconoscere che, da un lato, la Quarta Rivoluzione Industriale abbia più a che vedere con il Machine e con il Deep Learning che non colla mera Automazione e che, al di là dei veicoli autonomi, o forse a causa di essi, sia l'essenza dell'Autoveicolo Interconnesso a cambiare radicalmente.
Analogamente, anche il Bene Immobiliare ovvero Infrastrutturale, Interconnesso muta notevolmente la propria ragione di essere e pone le Operations quale pregiudiziale dell'avvio dei processi di committenza.
Il decreto ministeriale si pone, perciò, come occasione straordinaria (anche come primazìa comunitaria) per avviare un percorso che passa assolutamente per le opportunità anziché sulle costrizioni.
Tra le preoccupazioni che suscita presso le committenze, le professioni e le imprenditorialità, la sfida digitale, che, comunque, a prescindere dai metodi (troppo spesso dimenticati, ma espressamente citati dal codice dei contratti pubblici!), negli strumenti trova una forte capacità evolutiva, anche traumatica, e gli orizzonti destinali della transizione digitale corre uno iato profondo, abissale.
L'orrore del vuoto ci spinge, in effetti, a invocare testi cogenti e volontari che forniscano ogni specifica immaginabile per il cambiamento digitale: ma la natura delle identità è destinata a essere messa in discussione, a prescindere da ogni nostro tentativo di dare nomi all'ignoto e all'incerto.
Solo una Strategia dinamica può dare vita alle specifiche in itinere che possiamo concepire.