Accademia e Professione nell'Era della Digitalizzazione

Angelo Luigi Camillo Ciribini DICATAM, Università degli Studi di Brescia 13/09/2017 628

Nel Nostro Paese ricorrono periodicamente conflitti di natura giurisprudenziale, ben noti, tra rappresentanze professionali, caratterizzati prevalentemente da dispute sugli ambiti di competenza e sulla natura giuridica delle persone con evidenti riflessi sui sistemi di responsabilità.
Parimenti, la controversia sull'istituto giuridico dell'appalto integrato ha palesato una certa difficoltà a ritrovare unitarietà tra ambiti professionali e ambiti imprenditoriali.
Alla stessa stregua, numerose sono state, anche in giurisprudenza, le occasioni di contenzioso sull'operato «intramoenia» degli esponenti accademici (in quanto tali) nelle prassi «professionali» e altrettanto frequenti si sono manifestate le richieste dei professionisti di essere maggiormente coinvolti nelle attività universitarie, formative e scientifiche, sulla scorta di una aporia o almeno di una divergenza tra teoreticità e pragmatismo.
Tutte queste tensioni intercorse tra rappresentanze, corporazioni e quant'altro hanno profili di legittimità che sono ovviamente affrontati e risolti nelle sedi competenti e che, per la parte residua, pertengono a specifiche volontà politiche.
La relazione tra Accademia e Professione, peraltro, ha iniziato a essere affrontata in maniera costruttiva in occasioni quali, ad esempio, le iniziative congiunte promosse da CUIA e CNAPPC.
Evidentemente il piano dialettico che qui si intende affrontare non può essere quello della tecnica giuridica né quello della razionalità politica: esiste, tuttavia, entro il quadro dei confini tra «ordinarietà» e «innovazione», un terzo elemento problematico che, a causa del fenomeno della digitalizzazione, investe direttamente e indirettamente la natura stessa della professione e dei suoi confini colla ricerca e colla imprenditorialità.
Ciò avviene, per via indiretta, in quanto, ad esempio, la struttura estremamente parcellizzata dei tessuti professionali e imprenditoriali sembra mal adattarsi alle economie di scala e di conoscenza implicite nei processi digitalizzati.
Alla stessa stregua, più direttamente, le categorie della «collaborazione» e della «integrazione», e, ancor più quella della «convergenza», paiono poter minare alle fondamenta alcuni paradigmi della «distinzione» dei ruoli e delle responsabilità, tanto, a titolo di esempio, da rendere «imprenditiva» la professione.
L'irruzione, inoltre, degli Over-The-Top nel mercato della Smart Home si propone come indizio embrionale di una rivisitazione radicale del senso e dell'essenza del prodotto immobiliare (si pensi all'edificio cognitivo) e sinanche di quello infrastrutturale.

Innanzi a questi, non troppo potenziali, annunciati rivolgimenti può veramente darsi un ragionare su Accademia, Professionalismo/Professione e Imprenditorialità secondo le categorie consuete, oppure «professionalità», «imprenditività» e «sperimentalità» andrebbero intese altrimenti, secondo confini più labili, nonostante le intenzioni in senso contrario di attori che ricercano costantemente una conferma identitaria, d'altronde, sempre più minacciata?


La sensazione dello scrivente è, infatti, che le dispute interne al settore delle costruzioni comportino il rischio di ignorare fattori esogeni, prospetticamente dirompenti, che potrebbero decidere fattualmente al di fuori di esso le sorti del comparto, ben oltre i corpi esistenti e le loro rispettive rivendicazioni.