Ma le semplificazioni tolgono lavoro ai professionisti tecnici ?

Sta per iniziare il terzo quadrimestre 2016, un anno bisestile che doveva rappresentare per molti quello della ripartenza. Nel mese di novembre dello scorso anno tutti i centri studi ne avevano definito i confini: il PIL sarebbe dovuto crescere dell’1,7%, le costruzioni sarebbero dovute ripartire … poi passati i 2/3 dell’anno ci ritroviamo con un prodotto interno lordo ancora fermo e un settore dell’edilizia che si muove solo grazie agli incentivi e quindi alle micro-ristrutturazioni.

I motivi, anzi, le scuse, sono molte e tutte qualificate: per esempio l’uscita del nuovo codice degli appalti per quanto riguarda le costruzioni e la brexit per quanto concerne i conti dell’economia generale. Ma la sensazione è che solo questi “cicli neri” seppur importanti non siano sufficienti per giustificare un situazione che non riparte.

Restando sul tema dell’edilizia e della sua crisi vorrei aggiungere qualche considerazione.
La prima riguarda il sistema creditizio. Per anni abbiamo accusato le banche di non sostenere il mercato immobiliare. Oggi vediamo un mondo bancario che non solo ha aperto le proprie casse per sostenere i mutui edilizi (privati) ma che lo fa anche con tassi molto bassi: il mercato continua però a muoversi, pur crescendo, con numeri ancora limitati.

Eppure è stata tolta l’IMU sulla prima casa, la borsa perde e i titoli di stato vengono battuti anche a tassi vicino allo zero. Perché non si investe quindi sugli immobili?

Forse la causa sta nella scarsa qualità dell'offerta. Con la crisi è saltato l’intero sistema del costruzioni. Ci sono comuni di grande dimensione dove negli ultimi 6/7 anni praticamente non si è costruito, e si continua a non costruire perchè sono saltate tutte le imprese di media dimensione, quelle strutturate per poter sostenere l’investimento per la costruzione di condomini o di stock immobiliari. Il sistema degli incentivi ha fatto sopravvivere solo le micro imprese, gli artigiani, quelli che un tempo lavoravano per le imprese più grandi.

Abbiamo quindi un’offerta di immobili vecchi, vetusti, sopravvalutati in quanto i proprietari (privati) tendono a dargli un valore che risente anche di fattori di natura “passionale”, e quindi poco interessanti per gli acquirenti.

Il sistema degli incentivi - sbagliato, sia nella forma che nella sostanza - è servito solo a sostenere un’edilizia del rattoppo consegnandoci un patrimonio immobiliare che resta vecchio e poco sicuro, senza sostenere la rinascita di un tessuto industriale di settore e di una rigenerazione immobiliare radicale e diffusa. Peraltro il meccanismo di sostegno basato sulla spesa e non sui risultati ha di fatto penalizzato anche l’offerta professionale, più utile per risolvere le problematiche burocratiche che quelle prestazionali.

Un incentivo che copre - fregandosene dei miglioramenti - una percentuale della spesa sostenuta di fatto spinge il privato a bypassare il professionista tecnico e a rivolgersi direttamente al fornitore. Cosa serve l’ingegnere o l’architetto se il fornitore di serramenti è in grado di spiegarti direttamente cosa fare, entrando nel dettaglio tecnico della sua soluzione ? il professionista serve spesso solo a compilare la SCIA o il modulo per l’autorizzazione di turno.

Con questo sistema siamo al paradosso: la burocrazia è diventata al momento l’unico sostegno economico di gran parte dei professionisti tecnici. La verifica e la risoluzione dei condoni, la “finta” certificazione energetica, la firma dei diversi documenti che riguardano la ristrutturazione, la gestione amministrativa degli interventi rappresentano purtroppo il cuore dell’incarico professionale odierna. Perché per il resto il processo è in mano ai fornitori e agli artigiani.

Non a caso gli investimenti pubblicitari delle aziende fornitrici si stanno concentrando sui mezzi che riguardano il consumer, ovvero la cosiddetta “signora Maria”. Le primarie aziende del settore stanno investendo sulle riviste da edicola che riguardano le piccole ristrutturazioni fai da te, sui canali radio generalisti, sulle televisioni negli orari di punta. La scelta dell’infisso come di un massetto è ormai affidata non più al tecnico qualificato ma al privato su indicazione del comico di turno.

Il problema che quindi dobbiamo affrontare, ancor prima di sparare numeri sulla crescita dell’edilizia, è quello di ricostruire un intero settore, e per farlo occorre un salto di qualità da parte di tutti i componenti e le rappresentanze. E il primo passaggio è quello di tornare ai sani principi della meritocrazia, sia nell’organizzazione imprenditoriale e professionale che nelle scelte strategiche economiche del paese.

Sul piano economico nazionale occorre cominciare dagli incentivi, che dovrebbero riguardare, e premiare, i miglioramenti prestazionali e non semplicemente la spesa. Inoltre dovrebbero dedicare maggiore attenzione ai grandi interventi, quelli di riqualificazione energetica e strutturale di interi edifici, e non solo di componenti. Questa politica produrrebbe non solo una crescita di mercato "attuale" ma anche dei risultati concreti per la sostenibiità energetica e il miglioramento della sicurezza del nostro paese. E con questi principi il ruolo del professionista tornerebbe centrale.

Anche il mondo dei professionisti dovrebbe essere completamente ridisegnato, nell’ottica di riconoscere esclusivamente le competenze (che possono nascere dall’esperienze, dagli studi …) e quindi mettere fine al guazzabuglio attuale dove un un grafico oggi può firmare di fatto una certificazione energetica. Finirla quindi con un processo che in questi anni ha di fatto costretto tutti i professionisti a sobbarcarsi di nuovi costi - assicurazioni, pos, formazione, ... - senza creare però una qualificazione e differenziazione e quindi appiattendo ulteriormente un sistema, impoverendolo e togliendogli risorse per la valorizzazione delle competenze.  

E il mondo dell’imprese dovrebbe essere profondamente ristrutturato, creando un unico contratto di cantiere e un patentino obbligatorio per chiunque voglia operare in edilizia, e una soglia minima di capitalizzazione per le imprese che possono essere abilitate a operare in modo indipendente sia in ambito privato che pubblico.

Altrimenti, continueremo a vivere il paradosso che il settore vive sopratutto grazie alla burocrazia amministrativa.

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