L’influenza della Digitalizzazione sull’approccio progettuale di Architetti e Ingegneri

Lo scrivente ha più volte avuto occasione di affrontare il tema del rapporto tra digitalizzazione e professioni tecniche, un tema oggetto di molte ricerche da parte di Jennifer Whyte, prima a University of Reading eppoi all'Imperial College; nel contesto europeo, recentemente, il volume curato da Sabine Ammon e da Remei Capdevila-Werning, pubblicato da Springer dal titolo The Active Image. Architecture and Engineering in the Age of Modeling ha offerto un panorama molto interessante dello stato delle conoscenze sul tema in Europa.

E', tuttavia, negli Stati Uniti e in Canada che la questione è stata investigata insistentemente, anche a opera di studiosi europei, come Antoine Picon, praticamente in tutte le principali Scuole di Architettura (da Peggy Deamer a Karen Kensek o da Richard Garber a Phil Bernstein e presso l'American Institute of Architects (AIA)).
Tra i molti percorsi di analisi uno dei più significativi è quello intrapreso da Daniel Cardoso Llach, a partire dalla discussione della sua tesi di dottorato presso MIT nel 2012, poi pubblicata da Routledge tre anni dopo dal titolo di Builders of the Vision. Software and the Imagination of Design, sino alla sua attuale attività presso Carnegie Mellon University.
La tesi più significativa sostenuta dallo studioso colombiano riguarda lo spirito originario con cui Steven A. Coons, a partire dal 1959, nell'ambito di una ricerca condotta da MIT assieme a US AIR Force, dava origine al Computer Aided Design con lo spirito che poi si sarebbe trasfuso nel Building Information Modeling, in termini di collaborazione, coordinamento, integrazione, ma che temporaneamente si era smarrito nella diffusione del CAD, divenuto «mera» automatizzazione di attività in precedenza svolte manualmente.
Ciò che impressiona, infatti, nella ricostruzione storica di Cardoso Llach è che l'ambizione attuale di ripensare la natura del Settore delle Costruzioni, attraverso la sostituzione della rappresentazione colla simulazione, grazie alle logiche digitali, di carattere computazionale, fosse già presente nello spirito di Coons e di Ross, così come la narrazione relativa alla liberazione del lavoro intellettuale dalle azioni tediose.
Notava giustamente recentemente Randy Deutsch come molti saggi apparsi recentemente datino l'origine effettiva della introduzione della digitalizzazione nella professione di architetto e in quella di ingegnere agli Anni Settanta, ma, a mio avviso, come dimostra anche l'analisi storica precedentemente citata, la effettiva nascita risale agli Anni Cinquanta, nel contesto dello sviluppo della teoria dei sistemi e della cibernetica.
Il riferimento fondamentale è al saggio di Molly Wright Steenson dal titolo Architectural Intelligence: How Designers and Architects Created the Digital Landscape, da poco edito a fine del 2017 da MIT Press.
Una delle icone che meglio rappresentano la questione, presente ovviamente nei saggi di Cardoso Llach, concernente la centralità del dato nei confronti dell'insieme degli operatori del Settore, appariva anche nella presentazione generale aperta da Nicolas Mangon, Vice Presidente in Autodesk in occasione della AU 2017 tenutasi a Novembre a Las Vegas.

Tutto l'immaginario che oggi propone Autodesk comporta, con l'ausilio del cloud computing, una sempre più serrata compenetrazione tra le diverse discipline progettuali e, più in generale, tra gli operatori delle diverse fasi dei processi edilizi e infrastrutturali.
Nella menzionata presentazione le parole chiave chiamavano in causa l'Intelligenza Artificiale, l'Internet delle Cose e l'Automazione come premesse alla Nuova Industrializzazione: sotto questo punto di vista, Cardoso Llach sottolineava il significato delle relazioni intercorse tra Steve Coons e Nicholas Negroponte.
Questi, negli Anni Sessanta, frequentava il corso di Coons sul CAD, definendolo, secondo quanto riportato da Cardoso Llach, study of man-machine synthesis via graphical intercourse.
Queste considerazioni ci permettono di evidenziare, in primo luogo, che la narrazione sottesa comporta una contendibilità della centralità del progetto, per cui, come ha scritto Antoine Picon, la Ownership, la detenzione del Data-Driven Design sostituirebbe l'Authorship, la autorialità di memoria albertiana.
Il paesaggio digitale che ci si prospetta vede soggetti che detengano piattaforme digitali in cui sia gestito un gran numero di progetti (entro una medesima società o meno) per differenti motivi: un buon esempio è fornito dall'esperienza pionieristica promossa da BIM Object o da quella finanziata da Kira-Digi.
Ciò significa, nello spirito di quanto affermato precedentemente, che la disponibilità di Big Data consentirà a chi li detiene di svolgere attività di governo e di regolazione basate sul Machine Learning.
Al di fuori della progettazione, collo stesso principio, nella realizzazione degli interventi le Big Data Predictive Analytics stanno divenendo sempre più significative.
Cardoso Llach, tra le altre cose, ricorda che Ivan Sutherland, un ingegnere elettrico celebre per avere inventato Sketchpad, un sistema di ausilio alla progettazione che è considerato alla base del Progetto Digitale, considerava gli schizzi analogici tracciati dai progettisti colla matita o colla penna come segni «sporchi» destrutturati, dato che la computazionalità presuppone la presenza di dati strutturati.
Sutherland, infatti, che di Coons era studente, scrive: an ordinary draftsman is unconcerned with the structure of his drawing material. Pen and ink or pencil and paper have no inherent structure. They only make dirty marks on paper. The draftsman is concerned principally with the drawings as a representation of the evolving design.

Non è un caso, peraltro, che all'interno del BIM Authoring, la fase di concezione preliminare del progetto, almeno in ambito edilizio, sia quella più carente, nel senso che si crea una discontinuità, nei casi migliori, tra i requisiti informativi formulati in maniera computazionalmente strutturata dal committente e lo sviluppo successivo della progettazione attraverso la modellazione informativa.
Tutta l'impostazione legata alla digitalizzazione della progettazione implica, oltre a una disciplina nell'impostazione delle regole di sincronizzazione, sempre più applicabili a una sorta di modello unico condiviso in cloud, proprio la strutturazione della configurazione dei dati che, come notava Cardoso Llach, è nozione assai prossima a quella tettonica.
Due sono, perciò, le componenti rilevanti da discutere: la natura intrinsecamente sistemica degli ambienti di modellazione e di verifica per la progettazione nonché il carattere strutturale dell'organizzazione dei dati in informazioni.
Il primo aspetto è certamente significativo a motivo di una integrazione stretta delle logiche disciplinari che, pur mantenendo la distinzione tra di esse, tendono, tuttavia, a una prossimità che resta impegnativa, a prescindere dalla opportunità o meno di coinvolgere nelle scelte progettuali esecutori, gestori o utenti.
Di questa vicinanza tra i saperi progettuali si evince anche una potenziale modifica del sistema di corresponsabilizzazione, ma, specialmente, si intuisce che, come suggerisce la ricordata presentazione di Autodesk, le logiche combinatorie con cui evolve il progetto divengono sempre più di natura probabilistica, secondo quello che è definito Generative Design.
D'altronde, è sempre la softwarehouse statunitense che, prospettando il cosiddetto Project Quantum come basato su streamlined workflow, indica la volontà di istituire un ecosistema digitale multi-piattaforma che abbatta le barriere esistenti tra ambiti di modellazione e di calcolo e che enfatizzi il ruolo dei dati, a prescindere dai documenti, intesi come luoghi in cui essi si depositino o si aggreghino.
Se così fosse, le logiche strutturali informative di cui accennava Sutherland obbligherebbero sempre più i progettisti a conformarsi a un approccio di tettonica algoritmica (espressione usata all'epoca) per concepire artefatti, negando, in qualche modo, la indeterminatezza di senso, che è, però, anche apertura, tipica degli schizzi a mano.

Tutto lo storytelling che oggi le maggiori softwarehouse propongono è naturalmente intriso della consapevolezza che la complessità tecnologica, organizzativa e contrattuale delle opere da progettare richieda una drastica riduzione del rischio, che l'incertezza debba tradursi in prevedibilità, nel senso anglosassone di predictability.
Di fatto, quella prevedibilità, che già abbraccia la possibile automazione di molte routine progettuali, in italiano suona come soluzione scontata: il che non è certamente nelle intenzioni di coloro che parlano di predictability che, anzi, come Coons, vorrebbero sottrare gli ideatori alla schiavitù del mediocre (slave era il termine adoperato).
E' evidente, comunque, che la digitalizzazione delle professioni tecniche pone una serie di domande sugli statuti e sulle identità che non possono essere sbrigativamente risolte all'insegna di una efficienza dei processi concettuali e creativi che potrebbero doversi articolare diversamente secondo le logiche con cui sono stati pensati, da ingegneri meccanici ed elettrici (secondo, però, una teoria del progetto ben precisa ed eversiva) gli strumenti che oggi chiamiamo BIM: al MIT dal 1959 al 1967.