Il Ritorno dell’Appalto Integrato e le Logiche Digitali

Angelo Luigi Camillo Ciribini - DICATAM, Università degli Studi di Brescia e ITC CNR 24/07/2018 846

Con la riforma del Codice dei Contratti Pubblici, accusato pure, parzialmente a ragione, di lacune in materia di tecnica di scrittura giuridica, oltre che di esiti operativi, ritorna, a quanto pare, l’intenzione rivolta al rafforzamento dell’istituto dell’appalto integrato, il cui ridimensionamento era stato un tratto caratterizzante del precedente testo, sembrando allora voler essere rigettato da entrambe le parti in causa, progettisti e costruttori.

A suo tempo, d’altronde, fummo davvero in pochi a difenderne le ragioni, subendo anche accuse di parzialità, come oggi se ne ricevono altrettante per il fatto di non voler «semplificare» la transizione digitale.

Il tema è, ovviamente, sensibile e meriterebbe di essere considerato sotto molteplici punti di vista: la sua delicatezza, tuttavia, è da porre in relazione, tra le altre cose, alla contestazione dell’efficacia del criterio di aggiudicazione della gara di appalto secondo la maggiore vantaggiosità («economica») dell’offerta, OEPV o MEAT, applicata al progetto esecutivo.
Essenzialmente, però, su di esso, così come su molte altre parti del decreto legislativo, i pregiudizî ideologici, o quantomeno partigiani, hanno sempre prevalso e sempre continueranno a farlo, a dispetto delle novellazioni che verranno.

All’alba di un reale avvento della digitalizzazione, che il popolare acronimo BIM rischia, peraltro, di mettere seriamente in pericolo (essendo ormai divenuto un’araba fenice oggetto dei desideri consulenziali di una moltitudine, più o meno estemporanea, di soggetti a fronte di un mercato ignaro della portata del challenge), occorre, dunque, provare a interrogarsi sul significato di «integrazione», nozione che in un contesto manifatturiero starebbe a dire che le logiche ideative e quelle realizzative debbano essere compenetrate e non disgiunte.
Non è un caso, dunque, che si affacci oggi l’interesse per i rapporti che possano intercorrere tra il Building Information Modeling (BIM) e il Product Lifecycle Management (PLM).

Ora, che le formule di assegnazione dei contratti legate al Design-Build, anziché al Design-Bid-Build, fossero meno rischiose per la committenza (in Italia, se non altro, per ridurre il tasso di contenzioso sugli esiti della progettazione, privando l’appaltatore di un’arma formidabile a sua disposizione) è cosa universalmente nota, ma, evidentemente, l’istituto dell’appalto integrato, per come era stato applicato, era diventato l’icona dell’impossibilità a «convergere» tra classi professionali e classi imprenditoriali che si rimproveravano vicendevolmente condotte non apprezzate (ad esempio, da un lato, costrizioni alla «creatività» e, dall’altro, insensibilità alla «costruibilità»).

La diffusione degli Information Model, in effetti, sta palesando, sotto questa ottica, una straordinaria difficoltà a intendere alcuni elementi fondamentali:

i) i BIM Use impediscono, di fatto, a meno di non disporre di Model View Definition, di produrre modelli informativi onnicomprensivi, costringendo a una moltiplicazione dei modelli stessi, non del tutto compatibile col passato e col futuro regime della progettazione nei contratti pubblici;

ii) le View Definition implicano la esistenza di strutture di committenza computazionali che non sembrano manifestarsi (essendo queste incapaci di domandare e di acquisire strutture di dati, come dimostrano capitolati informativi largamente deficitari sotto questo profilo), ostacolando pure la machine readability dei contenuti informativi;

iii) le limitazioni evidenti dei Common Data Environment causano notevoli interruzioni dei flussi informativi, già di per sé problematici a causa sia della abitudine, invero, assolutamente giustificata, dei progettisti ad avvalersi, nella morfogenesi concettuale, di schizzi manuali e di modelli analogici, sia di una focalizzazione sulla «interoperabilità» incentrata sullo scambio dei dati, invece che, ancor più, in precedenza, sulla loro strutturazione;

iv) la configurazione, spesso anche disordinata o destrutturata, prevalentemente geometrico-dimensionale, di modelli informativi basati su information container (file) e tesi alla generazione di documenti tradizionali, evidenzia la grande difficoltà di committenti, progettisti, esecutori (ed eventualmente gestori e demolitori) a «collaborare», a «integrarsi», a configurare le strutture informative in termini differenti dai propri.

Non scordiamo che il presupposto per il Design-Build altrove è stato dato dalla diffusione del Design Management e che in numerose circostanze, anche dove la Conception-Réalisation è mal digerita, sono i professionisti a domandare tacitamente agli imprenditori di aiutarli a risolvere questioni «progettuali» (altro che sola esecuzione).
Tutto ciò, naturalmente, può decretare l’insuccesso, almeno parziale tanto dell’Information Modeling quanto dell’appalto integrato, poiché testimonia che le criticità risiedono nelle condizioni al contorno (culturali, identitarie, contrattuali) piuttosto che non nelle «tecnologie»: nei metodi e negli strumenti.

Il fatto che le norme ISO EN 19650-1 e -2 siano titolate all’Information Management potrebbe, anche involontariamente, indicare che sia timidamente, sommessamente, in atto un processo di «marginalizzazione» del BIM, nel senso di una valorizzazione del dato computazionale sotto le vesti, ad esempio, semantiche e relazionali, gestibili con appositi data base e linked data.
Come sempre accade, il digital divide potrebbe separare le sorti di coloro che sapranno utilizzare le molteplici fonti digitali dei dati, lasciando agli altri il cimento, autoreferenziale, col BIM, quale depositario di crescenti moli di dati ingestibili.

Occorre, allora, non tanto «ripristinare» l’appalto integrato, quanto domandarsi quali forme di integrazione possano accadere tra universi che hanno sinora avuto la necessità di identificarsi colla «distinzione»: reinstaurare un istituto senza agire sulle cause del suo fallimento non può certo risultare risolutivo, infatti.

D’altro canto, al netto di una Domanda che stenta tremendamente a svolgere un ruolo «progettuale», nel senso che le è proprio, di istruttoria e di verifica, l’Offerta Professionale ha edificato sinora la propria identità (con connesso sistema di responsabilità e di visibilità sociale) sulla separazione funzionale e temporale dei ruoli e dei compiti, cosicché l’eventualità che essa possa aderire a una inversione di tendenza appare improbabile sul piano sostanziale.
D’altra parte, come rendono manifeste le contestazioni degli architetti francesi alla Loi ELAN, una cessione, o eccezione, di competenze e di prerogative (che, anzi, in Italia si vorrebbero rivendicare con maggiore forza, proprio sulla scorta della legge sull’architettura, francese) risulterebbe intollerabile nel contesto del mercato contemporaneo.
Di contro, l’Offerta Imprenditoriale, i costruttori più strutturati, più che desiderare di ricondurre sotto il proprio controllo i progettisti/professionisti, remunerandoli con una success fee, sembrano voler riappropriarsi direttamente dei contenuti progettuali declinati secondo le logiche costruttive, rafforzando strutture tecniche interne precedentemente indebolite: anche in merito alla digitalizzazione.
In più, l’Off Site ridisegnerebbe ulteriormente il rapporto negoziale tra produttori/assemblatori e costruttori, senza parlare delle forme inedite di società che, magari partendo dal Facility Management, stanno reimmaginando nuove identità a cominciare dalla rivisitazione radicale del prodotto immobiliare.

Del resto, vi sono chiari sintomi di un embrionale processo di maturità digitale, rinvenibile, ad esempio, in quegli studi di architettura che, a fronte di obblighi contrattuali di carattere digitale, pur essendo mentalmente avversi, comprendono la necessità di governarne le logiche, anziché delegare ai partner strutturali e impiantistici, oppure in quelle imprese di costruzioni che iniziano a pensare il 3D BIM, il 4D BIM, il 5D BIM in connessione ai sistemi informativi aziendali.

La «integrazione», lungi dall’essere un luogo delle buone intenzioni, così come l’«anticipazione», è la palestra per la riconfigurazione dei rapporti identitari e negoziali.

Ecco le ragioni per cui, discorrendo di istituti giuridico-contrattuali e di piattaforme/filiere, sarebbe, a mio avviso, inopportuno riproporre, sic et simpliciter, l’integrazione nelle forme consuete, poiché costringerebbe gli operatori (e, probabilmente, le loro rappresentanze) a rivendicare, appunto, «pregiudizialmente», come, in parte sta già avvenendo, la propria avversità o la propria adesione al ripristino dell’appalto integrato.

Il rischio è che, senza una politica industriale settoriale davvero concertata (e, dunque, previamente discussa, anche duramente) le «progressioni» e le «regressioni» non potranno essere decisive.